VOTER SUPPRESSION: IL VELENO NEL POZZO DELLA DEMOCRAZIA STATUNITENSE

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Fonte Immagini: https://www.nea.org/advocating-for-change/new-from-nea/why-voting-rights-are-essential-successful-public-schools

Mentre l’ala maggioritaria del Partito Repubblicano continua a sostenere le accuse di brogli elettorali mosse dall’ex Presidente Trump, smentite da decine di sentenze e riconteggi, il GOP sta inondando le legislature statali di proposte di legge per limitare l’impatto del voto afroamericano. Le elezioni di midterm del prossimo novembre sono destinate a rappresentare un vero e proprio banco di prova per la tenuta del già fragile e difettoso sistema di rappresentanza statunitense.

Per voter suppression si intende l’insieme di misure e pratiche il cui scopo sia quello di ostacolare la registrazione alle liste elettorali o l’accesso materiale al seggio per un particolare gruppo demografico, oppure per gli elettori di un determinato partito politico, al fine di limitarne il legittimo esercizio del diritto di voto. 

Non si tratta di un fenomeno nuovo negli Stati Uniti. Nonostante violenze e intimidazioni, al termine della guerra di secessione americana, nella cosiddetta era della ricostruzione (1865-1877), gli afroamericani riuscirono a esercitare brevemente l’elettorato attivo e passivo anche negli Stati dell’ex Confederazione, dove risiedeva la gran parte della popolazione nera del continente nordamericano (all’epoca era previsto esclusivamente il suffragio maschile, tanto per i bianchi quanto per i neri).

A cavallo tra XIX e XX secolo, i legislatori degli Stati meridionali, consapevoli di non poter privare esplicitamente gli elettori di colore del diritto di voto, imposero una serie di misure restrittive, quali il pagamento di tasse elettorali e il superamento di test di alfabetizzazione, volte a limitare l’accesso al voto per gli afroamericani. Tali provvedimenti vennero adottati nell’ambito delle cosiddette “leggi Jim Crow”, un insieme di statuti statali e locali atti a sistematizzare la segregazione razziale negli Stati Uniti meridionali.

Nel 1962, il XXIV emendamento vietò le tasse elettorali per le elezioni a livello federale, ancora in uso in Virginia, Alabama, Mississippi, Arkansas e in Texas. Pochi anni più tardi, l’amministrazione Johnson approvò il Civil Right Acts(1964) e il Voting Right Acts (1965). Tali provvedimenti, tra le altre cose, garantirono il diritto di voto alle donne di colore, misero al bando i test di alfabetizzazione e imposero la necessità, per gli Stati con uno storico significativo di discriminazioni elettorali, di ottenere un’autorizzazione preventiva (preclearance) presso una corte federale per modificare le leggi elettorali a livello locale, al fine di impedire l’introduzione di nuove misure discriminatorie a danno degli afroamericani e di altre minoranze.

L’istituto dell’autorizzazione preventiva ha tutelato con discreto successo l’accesso al voto degli elettori di colore fino al 2013, quando con una controversa sentenza della Corte Suprema, Shelby contro Holder, i nove “preclearance states sono stati sollevati dai vincoli imposti dalle leggi federali per l’adozione di nuove leggi elettorali. Nei cinque anni successivi alla sentenza, secondo un’indagine della U.S. Commission on Civil Rights (2018), almeno 23 Stati hanno adottato provvedimenti normativi e misure restrittive dell’accesso al voto per gli afroamericani, ma anche per ispanici, nativi americani, disabili, studenti e giovani madri.

Il rapporto della Commissione ha evidenziato come in alcuni Stati potenzialmente oggetto di contesa nelle future presidenziali, quali Florida, Georgia, North Carolina, Pennsylvania e Ohio, con il pretesto di rivedere le liste elettorali per rimuovere i nomi duplicati, di persone decedute o condannate, sono state intraprese vere e proprie epurazioni (voter roll purges) con la cancellazione di migliaia di elettori idonei, perlopiù appartenenti alla comunità afroamericana. 

A partire dalla campagna per le elezioni presidenziali del 2020, coincisa con la pandemia da COVID-19, il Partito Repubblicano ha intrapreso un’accesa battaglia per limitare o impedire il voto a distanza (absentee vote), impugnando in tribunale le misure previste per l’estensione dei termini di registrazione alle liste elettorali, per l’esercizio del voto anticipato o per la ricezione delle schede per il voto postale, sostenendo che tali provvedimenti, pensati per evitare assembramenti ai seggi, avrebbero facilitato i brogli elettorali.

Emblematica è la crociata condotta da Trump, nei mesi precedenti alle presidenziali del 2020, contro le sovvenzioni da 3 miliardi e mezzo di dollari all’USPS (United States Postal Service), atti a garantirne la solvibilità a lungo termine a fronte del pesante debito e della concorrenza di Amazon. Una presa di posizione motivata dalla volontà di impedire l’accesso universale al voto per posta nelle elezioni di novembre, come ammesso candidamente dallo stesso ex presidente in un’intervista a Fox Business Network, nella convinzione che avrebbe favorito lo sfidante democratico Joe Biden.

L’absentee ballot, nelle sue diverse forme, costituisce un meccanismo strutturale al funzionamento della democrazia negli Stati Uniti. In particolare, il voto postale è stato introdotto sin dalla guerra di secessione ed è ormai previsto a vario titolo in tutti gli Stati dell’Unione, tanto che oggi otto di essi – California, Colorado, Hawaii, Nevada, Oregon, Utah, Vermont e Washington – prevedono lo svolgimento delle cd. all-mail elections, ovvero elezioni nelle quali il voto è previsto prevalentemente (sebbene non esclusivamente) per posta. 

Secondo i fautori, nelle elezioni del 2020 il voto postale avrebbe permesso di evitare assembramenti alle categorie fragili, più esposte ai rischi del contagio da COVID-19. Avrebbe inoltre favorito la partecipazione nelle zone remote e rurali del paese, peraltro dominate dai repubblicani nelle precedenti presidenziali, nonché tra i giovani, i neri e gli ispanici. Sottoporsi a lunghe code per votare di martedì, nel corso della settimana lavorativa, avrebbe infatti costretto ad astenersi coloro che non potevano rinunciare a una giornata di paga, penalizzando le fasce più povere della popolazione.

Nei giorni e nei mesi successivi alla sconfitta nelle elezioni presidenziali, Donald Trump e l’ala maggioritaria del Partito Repubblicano hanno continuato a sostenere la teoria, priva di fondamento, per la quale la vittoria dello sfidante Joe Biden sarebbe stata determinata da presunti brogli nel voto postale. Questa narrativa ha costituito il pretesto per l’adozione di nuove “leggi Jim Crow”, volte a colpire in particolar modo il voto delle persone di colore, determinanti per la vittoria dei democratici nel 2020.

Molte delle nuove leggi approvate si concentrano su criteri di identificazione fotografica (voter ID) estremamente stringenti, come il controverso Florida Senate Bill 90, firmato dal governatore Repubblicano Ron De Santis il 6 maggio 2021.  

Oltre 21 milioni di cittadini statunitensi non sono muniti di un documento di identità rilasciato dal governo ed eleggibile per il riconoscimento fotografico, di cui oltre il 25% degli elettori afroamericani (contro il 17% degli ispanici e l’8% dei bianchi). Normalmente gli Stati consentono la presentazione di documentazione sostitutiva per l’identificazione del votante, quali tessere sanitarie, documenti bancari e buste paga, talvolta in aggiunta a una dichiarazione firmata di “ragionevole impedimento”. 

Tuttavia, in molti casi, gli stessi criteri alternativi di riconoscimento sono arbitrari o peggio ancora discriminatori. In Texas, ad esempio, è ammessa la presentazione del porto d’armi (di cui l’82% dei detentori è bianco) ma non delle tessere studentesche (il 56% degli studenti nel Lone Star State fa parte di una minoranza). 

Proprio in Texas è stata approvata una tra le più discusse leggi elettorali degli ultimi anni. Il Senate Bill 1, firmato dal governatore repubblicano Greg Abbott il 7 settembre 2021, rende penalmente perseguibili i pubblici ufficiali che incoraggiano il voto per posta e vieta il rimborso spese per i volontari che assistono i disabili e gli analfabeti nel voto a distanza, ad esempio consegnando fisicamente le tessere al seggio.

Ancora più controverso è il Georgia Senate Bill 202 (Election Integrity Act of 2021), firmato dal governatore repubblicano del Peach State, Brian Kemp, il 25 marzo 2021. Il provvedimento, oltre a rendere possibile per il legislatore sostituire eventuali membri sgraditi nelle commissioni elettorali locali, a discapito dei criteri di indipendenza e imparzialità, restringe le tempistiche per l’absentee ballot e abolisce la registrazione automatica degli idonei al voto nelle liste elettorali. Tale misura era stata pensata per favorire l’affluenza al voto per i lavoratori impossibilitati a presentarsi negli uffici elettorali nel corso della settimana, favorendo l’incremento dell’affluenza, in particolare per le minoranze.

Un’altra strategia adottata da molti stati a guida repubblicana, in aperta violazione della sezione 2 del Voting Rights Act, è il “gerrymandering razziale”, ovvero la disegnazione dei collegi elettorali in maniera tale che un gran numero di elettori di colore sia raccolto in un numero ridotto (packing) o al contrario diluito in un ampio numero (cracking) di collegi, affinché risultino sottorappresentati nelle legislature statali o in Congresso rispetto al numero complessivo di elettori. In tal senso, nuove controverse mappe elettorali sono state recentemente adottate in AlabamaFloridaGeorgiaLouisianaTennesseeTexas e Winsconsin.

Secondo una ricerca del Brennan Center for Justice presso la New York University School of Law, nel 2021 ben 19 Stati hanno ristretto l’accesso al voto, a fronte di oltre 440 proposte di legge presentate nel corso dell’anno in 49 Stati, miranti in particolar modo a colpire l’elettorato afroamericano. Negli Stati Uniti, il 23% degli aventi diritto vive in uno Stato che ha adottato misure restrittive dell’accesso al voto dopo le elezioni presidenziali del 2020, per un totale di circa 55 milioni di cittadini statunitensi. 

Il tentativo da parte dei democratici al Congresso di promuovere il Freedom to Vote Act, una proposta di legge che avrebbe contrastato il fenomeno della voter suppression e definito degli standard nazionali per il voto a distanza, si è arenato al Senato lo scorso gennaio.

A prescindere da quello che sarà l’effetto sulle future tornate elettorali, a partire dalle elezioni di midterm di novembre, questi dati testimoniano una volta di più la tribalizzazione crescente dello scontro politico negli Stati Uniti, per i quali si rende quanto mai impellente un significativo rafforzamento delle istituzioni democratiche e un profondo ripensamento dei meccanismi di rappresentanza politica a tutti i livelli, locale, statale e federale.

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