RUSSIA: IL 9 MAGGIO CELA DEI TIMORI PER NUOVI ATTACCHI TERRORISTICI

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Il discorso del 9 Maggio del presidente russo Vladimir Putin si è tenuto come da manuale. Al contrario del copione dei servizi segreti occidentali (britannici), che credevano nella possibilità tanto spettacolare quanto decisiva che Putin richiamasse i riservisti, dichiarando così la mobilitazione generale. Niente di tutto ciò è accaduto, questa volta. 

Eppure, il discorso che ha seguito il copione come tutti gli altri anni: intriso di retorica revanscista, controllo della memoria storica, utile a indorare la pillola amara della guerra, forse cela qualcosa di più.   Certamente è stato un discorso abbastanza mite. Non è mancato il rimprovero all’occidente che non ha ascoltato la Russia – in relazione alle garanzie di sicurezza mandate a NATO e USA – e ha “puntato sui nazisti e banderisiti ucraini”.

Ma il posto d’onore è riservato ai militari russi. Li ha celebrati chiamandoli “eroi”, marcando un fil rouge tra le generazioni passate che hanno combattuto i nazisti durante la Seconda guerra mondiale e chi combatte oggi in Ucraina. Le generazioni di combattenti si passano così il testimone della vittoria per la Patria. I discorsi del 9 maggio non possono definirsi a pieno dei discorsi politici, si tratta più della festa della patria e la celebrazione della sua più grande vittoria: quella sul nazifascismo. Tuttavia nel tempo i riferimenti fatti nei discorsi non sono mai stati casuali. 

Il 9 maggio in passato 

La struttura del discorso non varia molto. Dalle formule fisse di apertura a quelle di chiusura qualsiasi sia stato il presidente da Eltsin a Putin passando per Medvedev, la scaletta è una formula che cambia poco. Riascoltando i discorsi si possono notare i riferimenti ad avvenimenti e fasi storiche precise. I discorsi dei primi anni duemila sono intrisi di internazionalismo. In tribuna alle spalle del presidente Putin nel 2005 ci sono i principali leader occidentali, Bush è in prima linea.

Nel 2014 il discorso è uno dei più brevi. Cinque minuti, nessun cenno a nazismo, estremismo o nazionalismo, proprio nell’anno dell’annessione della Crimea, avvenuta il 18 marzo 2014. Il 2015 segna un’ulteriore svolta, la parata di quell’anno ne è una prova. La comunità internazionale aveva già condannato l’annessione della Crimea e aveva varato delle sanzioni contro Mosca, le prime sanzioni contro la Russia di Putin.

Dopo le sanzioni del 2014 Mosca ha iniziato una vertiginosa virata ad est verso Pechino. Proprio il nove maggio 2015 il segretario del partito comunista Xi-Jinping è in prima linea sulla tribuna, a favor di telecamera dietro Vladimir Putin. Quest’ultimo denota il suo discorso di una accezione internazionale, del valore delle Nazioni Unite e insiste nell’inesistenza di un unico “blocco”. Mentre la parte di retorica storica sulla Seconda Guerra Mondiale è molto più incentrata sui paesi asiatici. Putin cita per la prima volta il militarismo giapponese assieme al nazismo, nomina il tributo di morti cinese che ha subito a causa dell’occupazione nipponica. 

Il 9 maggio ed il terrorismo 

Un altro leitmotiv del nove maggio è stato senza dubbio la lotta al terrorismo. L’ondata di terrorismo nella Federazione Russa è un fenomeno strettamente legato al nazionalismo e al radicalismo religioso del Nord del Caucaso, in particolare legato alle due guerre cecene (1994-1996 e 1999- 2009). Il casus belli del secondo conflitto, molto controverso e ancora oggi al centro di discussione, è stato una serie di attentati terroristici nelle città di Volgodonsk, Mosca e Bujnanksk avvenuti nel 1999.

Da quel momento la Federazione Russa sarebbe diventata teatro di alcuni dei più sanguinosi attentati terroristici rivendicati dai movimenti integralisti e separatisti – guidati da Shamil Basajev – del nord del Caucaso. La relazione tra il terrorismo ed il 9 maggio è chiara nei discorsi dei primi anni 2000, quando il terrorismo internazionale è diventato parte integrante della “scaletta”. Il nove maggio del 2003 il presidente Putin pone enfasi sul tema del terrorismo, descrivendolo come una piaga internazionale e per pericolosità non minore al nazismo.

Di nuovo nel 2005 descrive il terrorismo come una minaccia terribile e internazionale. In queste occasioni la si nota un rapporto disteso tra Occidente e Russia. Soprattutto sul tema del terrorismo di matrice islamica c’è collaborazione e intesa. Questi ultimi due discorsi del 2003 e 2005 sono importanti perché sono gli anni successivi all’attentato al teatro Dubrovka di Mosca (23-26 ottobre 2002) e alla strage nella scuola №1 di Beslan (1-3 ottobre 2004). Questi due avvenimenti sono tra i più scioccanti e tra i più vividi nella memoria comune sia per i russi che per la comunità internazionale.

Un ultimo significativo tributo dedicato alle vittime del terrorismo e così l’attenzione delle autorità di Mosca in occasione del consueto discorso del nove maggio, avviene nel 2006. In quella circostanza il presidente Vladimir Putin enfatizzò nuovamente la minaccia terroristica, rivolgendosi però esplicitamente alle vittime del terrorismo: “chiniamo il capo per tutti coloro che non hanno vissuto fino al giorno ella vittoria…oggi i figli e i nipoti dei vincitori [della Guerra Patriottica] sono pronti a difendere la Patria, la sovranità e la dignità del paese”. 

Il 9 maggio 2022 e una possibile nuova ondata di terrorismo 

Uno dei passaggi del discorso di quest’anno è stato proprio un riferimento alla vecchia minaccia del terrorismo, dichiarata vinta prima nel 2006 e poi nel 2009 in relazione alla fine delle operazioni militari nel Caucaso del Nord. Eppure, è noto alla cronaca che negli anni successivi gli attentati terroristici di matrice cecena e integralista islamica non mancarono.  

Quest’anno nel Giorno della Vittoria il presidente Putin ha detto: “ricordiamo come i nemici della Russia hanno provato ad utilizzare contro di noi bande di terroristi internazionali, provando a disseminare l’astio religioso tra i popoli, così da indebolirci dall’interno e dividerci. Non ci sono riusciti!”. Il capo di stato richiama all’unità in un momento in cui la Russia è isolata dalla comunità internazionale.

La Russia per l’élite del Cremlino è bersagliata da tutti i fronti: quello economico-internazionale (sanzioni e risoluzioni ONU) quello militare (supporto militare dell’occidente all’Ucraina), quello mediatico (massiccia copertura mediatica sugli orrori di guerra commessi dalle truppe russe – Bucha – in Ucraina) e sul fronte interno. 

Proprio sul fonte interno si è deciso di fare leva con le sanzioni economiche. Nella speranza che queste riescano a suscitare uno sdegno popolare e che le masse si rivoltino contro il regime. Anche se queste sanzioni sono le più dure mai introdotte, anche rispetto a quelle del 2014, contro la Russia, la quale è diventato e il paese più sanzionato al mondo, rimane qualche scetticismo sulla loro reale effettività. 

Il fronte interno non è così recettivo, quindi lontano dalla realtà della guerra in Ucraina e dai suoi orrori. Ma se la guerra arrivasse in Russia?  Quali sarebbero gli effetti, chi ne avrebbe beneficio e come farla arrivare?

La guerra è arrivata in Russia 

Il 9 maggio non c’è stata nessuna mobilitazione generale e il presidente Putin non ha chiesto ai riservisti di andare a combattere in Ucraina, forse serve ancora altro tempo o un pretesto. 

Eppure, la guerra ha preso una nuova fisionomia. La guerra è arrivata in Russia, attraverso degli strani incendi o con misteriose esplosioni ad infrastrutture sensibili. Il primo aprile un’incursione di elicotteri ucraini, Mi 24, fanno esplodere dei depositi di carburante – fondamentale snodo per la catena logistica di rifornimento – nella città russa di Belgorod, a 40 km dal confine con l’Ucraina. A seguito il 21 aprile un incendio all’impianto chimico a Dimitrievsky, nella città russa di Kineshma, 400 km da Mosca.

Si tratta dell’impinto di solventi chimici più grandi di tutta la Russia e dell’Europa Orientale. Nello stesso giorno a Tver, all’Istituto centrale di ricerca delle forze di difesa aerospaziali, considerato la Cape Canaveral russa, scoppia un insolito incendio che comporterà la morte di circa venti persone. Il 22 aprile degli incendi a Korolyov in un sito di produzione di missili aerospaziali e militari. Il 27 aprile delle insolite esplosioni a Kursk e Voronezh, attribuite all’antiaerea russa a seguito di possibili incursioni aeree ucraine. Il primo maggio un incendio a Perm, negli Urali Centrali, in uno stabilimento dove si produce polvere da sparo per missili tipo Smerch e Grad.

Il 3 Maggio è stato avvolto dalle fiamme un magazzino di una casa editrice pro-Cremlino. Il 6 maggio prende fuoco a Nizhnyj Novgorod un deposito di solventi di duemila metri quadri. Infine, un insolito incendio sulla portaerei Ammiraglio Kuznetsov, a Murmansk, durante dei lavori di restauro, secondo le fonti russe. A seguito dell’incendio ci sarebbero 3 dispersi. 

Questa serie di avvenimenti poco chiari, per cui le autorità del Cremlino non hanno escluso la pista del terrorismo, richiama un sinistro collegamento con all’insolito ricordo del presidente russo Vladimir Putin all’unità nazionale di fonte alla minaccia del terrorismo. Viene da chiedersi se la pista del terrorismo non sia allora una pista verosimile, che i servizi segreti ne siano informati e che possa avere dei collegamenti diretti con la guerra in Ucraina. Mentre da Kiev per ora non è arrivata ancora nessuna rivendicazione, anche se i media ucraini tendono a enfatizzare questo tipo di eventi e le autorità di Kiev per ora parlano di Karma crudele o rilasciano dichiarazioni simili, delle informazioni trapelano proprio dalla Russia. 

Lettera da uno 007

Proprio i servizi segreti russi avrebbero fatto trapelare informazioni per cui la probabilità di nuovi attacchi terroristici non è da escludere. Una talpa dei servizi del FSB ha riferito che l’allerta terrorismo è ai massimi storici, come non succedeva da tempo. La questione degli attacchi terroristici secondo la fonte di intelligence riguarda la costruzione di un diversivo. Un diversivo o per distogliere l’attenzione dal fallimento delle operazioni militari in Ucraina e per giustificare una permanenza più lunga – evento che potrebbe comportare una possibile mobilitazione generale per difendere la Russia – oppure per giustificare una ritirata. La stessa fonte ha però chiarito come il coinvolgimento del FSB nell’organizzazione di questi attentati si debba escludere e che sarebbero altre matrici, forse militari, a poter ordire una simile manovra. 

Quali conclusioni trarre

Il Giorno della Vittoria non è un giorno politico, non ci sono grandi dichiarazioni o comunicazione del presidente alla nazione, cionondimeno i discorsi sono impregnati del momento storico in cui vengono pronunciati. Il cenno al terrorismo, come non accadeva da tempo assieme agli insoliti incidenti in strutture sensibili sul territorio della Federazione Russa, desta sospetto. 

Inoltre, i servizi segreti non escludono la pista del terrorismo, resta solo da chiedersi quale possa essere la matrice e se è plausibile che in futuro si assista ad una nuova ondata di attacchi terroristici. La matrice potrebbe essere proprio quella ucraina, soprattutto nel caso in cui l’andamento della guerra dovesse prendere una piega a favore di Mosca.

Con matrice ucraina però si indica chi decide di attaccare obiettivi sensibili sul territorio russo per fermare o sabotare la guerra in Ucraina. Quindi rientrano anche quei russi che esasperati della situazione che sta vivendo il proprio paese e desiderosi di passare all’azione, così come ucraini etnici che vivono in Russia o in fine gruppi paramilitari provenienti da diversi contesti. Non è così inverosimile la formazione di gruppi armati, anche russi ma filo ucraini, anzi è un fenomeno che già esiste.

Il movimento o la legione per la Liberazione della Russia (Legion Svabody Rossii) è una realtà che è nata subito dopo l’inizio delle attività militari in Ucraina. Ne fanno parte principalmente cittadini o militari russi che vogliono una Russia libera e senza Putin. Queste sacche di paramilitari sono state già accreditate dall’esercito ucraino e hanno da poco iniziato ad essere operativi nella regione del Donbas. Ovviamente sono anche presenti sul territorio della Federazione ed invitano sui propri canali Telegram cittadini e militari ad unirsi a loro. Lo stesso sindaco di Mykolayv, Vitaly Kim, ha nominato il reggimento e ha affermato che “si sta sviluppando velocemente e che presto diventerà un potente movimento”. 

Non è chiaro se siano cyber attacchi o se c’è stato un diretto coinvolgimento di servizi segreti esteri – vedasi il caso della CIA invischiata nell’uccisione di generali russi – in questi incidenti controversi su suolo russo. Non è nemmeno chiaro se si tratti di operazioni di false flag orchestrate dall’interno per giustificare una ritirata – improbabile – o un maggiore coinvolgimento. Ci sono molte dicotomie tra le guerre di Cecenia e quella in corso in Ucraina, però entrambi i paesi hanno o stanno resistendo ad un’invasione russa su larga scala.  

Oggi a repentaglio è l’identità, l’esistenza stessa e l’autonomia dell’Ucraina da Mosca. Se la guerra dovesse prendere una piega a favore dell’esercito russo l’alternativa della destabilizzazione estrema del fonte interno – terrorismo – con mezzi non convenzionali potrebbe rappresentare un importante strumento. La guerra ha già cambiato fisionomia e in breve potremmo assistere ad un cambiamento radicale della postura della Russia. La minaccia terroristica potrebbe far parte della sinergia delle forze in campo contro il Cremlino, costringendo la Russia a ritirarsi dall’Ucraina uscendo indebolita. Questo indebolimento del resto è  l’obiettivo americano dichiarato dal Segretario alla Difesa Austin, il quale ha sostenuto che la strategia degli Stati Uniti mira all’indebolimento della Russia “al punto di non poter fare il tipo di cose che ha fatto con l’invasione dell’Ucraina”.

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