RECESSIONE: PROSSIMA USCITA?

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Fonte Immagine: il giornale della finanza

Le incognite economiche pesano sulle prospettive future di crescita. Le previsioni degli analisti vengono riviste al ribasso e il rischio che la recessione possa concretizzarsi aleggia e colpisce duramente i mercati azionari. La debolezza strutturale dei paesi emergenti rischia di gettare benzina sul fuoco, cogliendo la comunità internazionale impreparata a una eventuale crisi di debiti sovrani. L’adozione di strategie globali coordinate e multilaterali appare sempre più necessaria ma al contempo complicata da individuare e implementare.

Perché la si teme

La graduale uscita dalle restrizioni per il contenimento della pandemia avrebbe dovuto segnare un turning point sociale ed economico. Un progressivo ritorno alla normalità abbinato a una graduale restrizione delle politiche monetarie espansive messe in atto dalle banche centrali negli ultimi quindici anni. Le intenzioni del policy maker di rendere tale percorso il più lineare, morbido, graduale e prevedibile per gli operatori economici sono andate deluse all’indomani dell’ennesimo cigno nero: la guerra russo-ucraina.

Ogni seppur flebile speranza di essere in grado di gestire un’inflazione ormai ritenuta non transitoria è andata persa. La corsa dei prezzi si è abbinata ad un forte aumento dei costi energetici, dalla revisione al ribasso dei tassi di crescita, al timore che possa affermarsi un periodo di stagflazione e alla necessità per le banche centrali di dover correre ai ripari, agendo sui tassi d’interesse e sui piani di acquisto dei titoli in maniera molto più aggressiva rispetto ai desiderata.

Negli USA, nel giro di pochi mesi, le probabilità di una recessione per i prossimi dodici mesi precedentemente previste da Morgan Stanley al 5% sono ora schizzate al 27%. I mercati azionari sembrano ormai essere dichiaratamente in territorio bearish: la riduzione dei margini di profitto delle società a causa del maggiore costo del debito e dell’aumento dei prezzi ha fatto sì che l’S&P 500 perda circa il 20% da inizio anno e il Nasdaq il 30. Il selloff è stato ampio, ha visto un travaso di denari dall’azionario all’obbligazionario ed ha coinvolto anche le cripto nonostante la discreta tenuta del Bitcoin e di Ethereum.


Dal punto di vista degli indicatori economici, le stime di crescita del PIL dell’Italia e dell’eurozona continuano ad essere riviste al ribasso: la Commissione europea il 16 maggio le ha portate al 2,7 per l’eurozona dal 4% di febbraio. Dall’altra parte dell’oceano non va certo meglio, con una previsione degli analisti per il PIL del secondo quadrimestre che si attesta al 2,5%.  

Debolezza strutturale: uno sguardo altrove

La precaria stabilità economica, temuta nel mondo occidentale, è ormai conclamata in altri contesti geografici. Ad esempio, lo Sri Lanka: primo paese a dichiarare ufficialmente default dopo più di due anni. La nazione è letteralmente impossibilitata a muoversi, avendo esaurito le scorte di carburante e non potendo comprarne di nuovo. I mercati borsistici emergenti, allarmati dopo il mancato pagamento di cedole sui bond da parte del governo, stanno ampiamente scontando lo scenario.

Le restrizioni pandemiche hanno bloccato i ricavi legati al turismo, maggiore fonte di entrata di valuta estera, l’inflazione sembra inarrestabile, la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili è pressoché totale e inoltre, l’imposizione del divieto di importare i fertilizzanti, ha causato un ulteriore crollo del circa 30% dei rendimenti agricoli e forti sollevazioni popolari contro la famiglia Rajapaksa al governo degli paese negli ultimi 20 anni e al vertice di un sistema corrotto e inefficiente.

Lo stop ai proventi del turismo, l’incapacità di difendere il valore della valuta locale, la rupia singalese, la drastica riduzione delle rimesse estere dei migranti e i declassamenti delle agenzie di rating sono stati i pezzi di un puzzle che hanno fatto crollare gli investimenti esteri e la possibilità per il paese di avere accesso ai mercati.  L’attuale premier, Wickremensinghe, intende agire ricostruendo un’economia disastrata; nelle sue affermazioni si scorgono proclami che da un lato riconoscono la gravità della situazione ma dall’altro paiono allo stato attuale oltremodo ottimistici e privi di concretezza sociale, politica ed economica. 


Il vero problema del paese risiede tuttavia nel debito estero: l’azione di Pechino nell’ambito della Belt and Road Initiative ha visto la concessione di prestiti a tassi agevolati per la costruzione di infrastrutture strategiche i cui progetti sembrano però essersi rivelati a basso rendimento. 
Ciò che deve preoccupare la comunità internazionale circa il caso dello Sri Lanka è che esso possa essere solo la prima tessera di un domino mondiale, nel quale i paesi meno attrezzati a far fronte alla crisi pandemica, economica, energetica e alimentare rischiano di dover alzare bandiera bianca, dichiarando default e conclamando una crisi di debiti sovrani che deve essere evitata, come efficacemente spiegato da Malpass, presidente della Banca Mondiale.


Quali prospettive

In Europa, si prevedono dei trimestri a crescita zero: ciò aumenta i timori di una recessione economica. Le politiche di bilancio adottabili dai governi, dopo anni di easing monetario, sembrano essere le più adeguate a fornire il sostegno a quelle fasce della popolazione e ai distretti industriali più duramente colpiti. La guerra ha aggiunto una serie ulteriore di variabili per le previsioni future sull’andamento economico.

policy maker si trovano ora a dover affrontare contemporaneamente l’inflazione, un’economia i cui parametri vengono rivisti al ribasso, un riadattamento energetico, il rischio che molti paesi si possano trovare costretti a dichiarare default. Circa una crisi del debito di paesi a basso reddito, la pandemia e la guerra hanno fatto aumentare le richieste di prestiti – secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale – di più del 60%. La comunità internazionale non è preparata a gestire un problema del debito strutturale e geograficamente ampio. 


Le circostanze sopra riportate rilanciano l’auspicio che si verifichi quel maggiore coordinamento istituzionale delle politiche di contrasto alle crisi su base multilaterale, di promozione di forum di dialogo sociale ed economico allargati, indispensabili per identificare un percorso di transizione che possa migliorare l’Outlook fortemente compromesso dagli eventi di questi ultimi due anni e mezzo.

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