LA GERMANIA DI SCHOLZ: CRISI DELLA CREDIBILITÀ EUROPEA?

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Le contraddizioni nelle scelte politiche del cancelliere potrebbero minare il ruolo di garante della credibilità europea della Germania

A partire dalla riunificazione tedesca negli anni ‘90, la Germania ha da sempre avuto un ruolo chiave nelle strategie europee e nel percorso dell’integrazione. Nella gestione della crisi economica del 2008 e del successivo disastro migratorio, Angela Merkel ha legato il benessere nazionale a quello dell’Unione, facendosi allo stesso tempo garante della sua stabilità e credibilità. In particolare, ciò è avvenuto attraverso strumenti e politiche “riparatorie” in campo economico e politico che hanno plasmato la governance europea sul modello tedesco e ne hanno reso un punto di riferimento per le successive strategie dell’UE.

Lo scoppio della guerra in Ucraina e le sue conseguenze su più aspetti, come ogni crisi, ha contribuito a picconare l’unità del fronte europeo e metterla alla prova nel suo ruolo di attore internazionale.  In questo contesto, la nuova Germania di Olaf Scholz, cancelliere in carica dal dicembre scorso, si è trovata come sempre nell’occhio del ciclone che sta imperversando nell’Unione, senza però affermare una linea precisa di azione che ne orienti il decision-making process. Non a caso i cittadini tedeschi hanno coniato il verbo “scholzen”, indicando il “barcamenarsi”, il “tentennare” del premier tedesco nelle sue scelte nei temi attualmente sotto i riflettori europei, ossia la difesa, l’energia e la governance economica. Come stanno influendo tali cambi di rotta sulla credibilità europea?

I tentennamenti nella difesa europea

L’invasione russa dell’Ucraina e la conseguente nuova crisi della sicurezza hanno spostato l’ago della bilancia sulla necessità di creare una difesa comune europea. In questo senso, reduce dalle limitazioni al suo riarmo nel post-seconda guerra mondiale, la Germania ha sempre avuto due caratteristiche nella politica di difesa. In primis, si parla di una scarsa percentuale del PIL dedicata alle spese militari e una Bundeswehr con dei vincoli militari da rispettare, tra cui un tetto di 370.000 soldati e l’impossibilità di detenere armi nucleari. In secundis, il suo legame con la NATO è uno storico azzardo morale: nonostante la fedeltà proclamata anche dal governo Merkel alla NATO, spesso non è riuscita ad adempiere ai compiti previsti dall’Alleanza Atlantica per la mancanza di armi ed equipaggiamenti, per cui è stata definita “la barzelletta tra i paesi europei” in campo militare.

Dopo il suo iniziale silenzio nei negoziati diplomatici con Putin, per cui era stato accusato dal quotidiano tedesco Der Spiegel di essere “quasi invisibile”, Scholz ha dato un cambio di rotta epocale rispetto al passato. Subito dopo lo scoppio della guerra, ha annunciato al Bundestag che la Germania stava per intraprendere un processo di forte potenziamento delle sue forze armate: da un parte, l’obiettivo prefissato è quello di portare il Paese a spendere per la difesa almeno il 2% del Pil entro il 2024; dall’altra, istituire un fondo una tantum da 100 miliardi di euro per il rinnovamento delle forze armate tedesche. Non solo: pochi giorni dopo l’invasione russa, è arrivata anche la decisione di fornire armi in sostegno dell’Ucraina.Se da un lato questo cambio di marcia ha fatto ipotizzare un eventuale spostamento del baricentro politico della difesa da Parigi a Berlino, dall’altro sono arrivate presto le prime contraddizioni. 

Infatti, lo scorso aprile Scholz ha posto un freno all’invio di armi pesanti in Ucraina, adducendo la motivazione di non voler  «favorire una escalation» nel Paese. Allo stop delle forniture, è poi seguito un altro cambio di marcia: la ministra della difesa tedesca Christine Lambrecht avrebbe annunciato l’istituzione di una «triangolazione», che prevedeva l’invio di armi pesanti verso l’Ucraina, ma attraverso uno scambio con la Slovacchia. Si tratta di segnali poco chiari, che, contestualmente all’approvazione da parte del Consiglio europeo dello Strategic Compass per una difesa comune europea, non danno una direzione precisa all’Unione.

Politica energetica 

Anche nel settore energetico, il governo Scholz sta dando prova di forti discontinuità di fronte alla guerra. Anche qui, essa è servita da catalizzatore per una iniziale  presa di posizione netta: il 22 febbraio scorso, Berlino ha deciso di sospendere il gasdotto russo-tedesco Nord Stream 2, che collegava le forniture russe al resto d’Europa. Una decisione molto forte, per uno dei paesi più dipendenti dal gas russo, con un numero di importazioni pari al 35 per cento del petrolio, al 50 per cento del carbone e al 55 per cento del gas.

Questa posizione non è durata al lungo. Nel mezzo delle discussioni a livello europeo sulle sanzioni da applicare alle importazioni dalla Russia, a fine aprile Scholz, ha dichiarato che un embargo sul gas russo, proposto al livello europeo,  non “porrebbe fine alla guerra”, ma anzi genererebbe una forte “recessione tedesca ed europea”, con la perdita di milioni di posti di lavoro e la chiusura di molte fabbriche.Tale decisione, affiancandosi alla posizione di Stati membri anti-europeisti come l’Ungheria di Viktor Orbàn, ha bloccato per mesi il Consiglio europeo, costringendo Charles Michel ad adottare un atteggiamento più attendista e  convocare un vertice straordinario dei capi di Stato europei per il 30 e 31 maggio sui temi “difesa, energia e Ucraina”.

Nuove incertezze sono sorte lo scorso 26 maggio al World Economic Forum di Davos, quando il cancelliere ha rassicurato che la Germania non solo sta compiendo numerosi sforzi per azzerare la dipendenza dal Cremlino, ma anche che, assieme all’UE, raggiungeranno presto la piena autonomia energetica. Tuttavia, riguardo alla proposta italiana e spagnola di inserire un tetto al prezzo del gas in Europa, che aumenti la pressione sanzionatoria verso la Russia, il governo Scholz si è di nuovo opposto: il ministro federale delle finanze Christian Lindner ha infatti affermato che il timore è quello di un’interruzione improvvisa delle forniture russe. 

Che sia un’assenza di strategie chiare o il legame storico alla Ostpolitik, questa ambivalenza nel settore energetico sta generando uno stallo continuo nelle decisioni europee.

La riforma del Patto di stabilità e crescita

Un altro punto di incertezza è dato dalla posizione tedesca all’interno del dibattito sulla revisione delle regoledel Patto di stabilità e crescita e della governance europea. 

Una volontà di riforma profonda del Patto è stata invocata dai governi italiano e francese: in un articolo del Financial Times del  23 dicembre 2021, Draghi e Macron hanno riconosciuto l’inadeguatezza delle regole del Patto rispetto alle sfide poste dalla pandemia e la necessità di un approccio diverso dal passato che permetta uno scostamento dai vincoli numerici dell’austerity. Dal canto suo, Scholz ha reiterato la stessa idea professata dall’ex cancelliera Angela Merkel, la quale si era ritenuta non favorevole a un cambiamento del Patto. E anche qui, vengono fuori le contraddizioni della linea Scholz. 

La visione del cancelliere è che, senza adeguate regole che fungano da pressioni esterne al debito, i Paesi potrebbero contrarre debiti a spese della comunità e rendere complesso il raggiungimento di bilanci equilibrati; al contrario, secondo questa linea, le regole previste dal Patto avrebbero dimostrato, durante lo stress test della pandemia, un’ampia flessibilità, rappresentando dunque una soluzione fattibile che mantenesse lo status quo. D’altra parte, l’invariato modello di Scholz, di una convergenza europea verso i vecchi parametri del Patto, sembrerebbe cozzare con un’impostazione federale della governance economica europea auspicata dallo stesso leader. 

Ci si chiede infatti se la strategia economica e sociale europea, da un lato, e il modello di governance, dall’altro, proposti dal leader tedesco siano irrelati e se sia dunque possibile portare avanti la novità del secondo perseguendo le politiche pre-crisi. E, se anche qui, le idee di Scholz sul futuro dell’UE siano ben delineate.

La Germania di Scholz nell’UE: dalla predominanza all’assenza

Il nuovo governo Scholz sta riflettendo in politica estera una profonda crisi che la Germania sta vivendo internamente a causa degli effetti della pandemia e della guerra. Finora le contraddizioni del cancelliere, date sia da tratti di continuità con il governo Merkel che da cambi di rotta storici, stanno riflettendo una crisi il modello tedesco, basato su una solida crescita economica, caratterizzato dall’austerità, un debito contenutoe un sistema mercantilista, che garantisce la credibilità e l’efficienza politica. Una credibilità sia a livello nazionale che, successivamente, europeo.

In queste oscillazioni, la Germania rischia di trascinare con sé in questa nebulosa l’Unione in quanto attore geopolitico e internazionale. Ciò che è certo è che, per il PIL e per la sua rilevanza decisionale, lo Stato tedesco non smetterà mai di avere il suo ruolo determinante nell’UE. Resta da vedere fino a che punto queste incertezze mineranno la credibilità europea in quanto attore esterno e quanto incideranno sul percorso di integrazione della governance europea.

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