IL FUTURO DEL BRASILE PASSA DALLE PROSSIME ELEZIONI PRESIDENZIALI

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Fonte Immagine: REUTERS/Suamy Beydoun

Il 2 ottobre si terranno le elezioni presidenziali in Brasile per eleggere il prossimo Presidente e il prossimo vicepresidente della Repubblica Federale, un’elezione fondamentale non solo per la politica interna del Paese, anche per la futura politica estera. Quest’ultima infatti è stata appannaggio degli apparati militari per quasi tutto il ‘900, che aveva come obiettivo principale la difesa dell’integrità territoriale del Paese, in un’ottica regionalista e competitiva nel continente. A partire dalle prime elezioni libere del 1989 il Brasile ha adottato un approccio alla politica estera universale e multilaterale, indirizzato alla cooperazione pacifica. Bolsonaro ha cambiato questa strategia, riprendendo quello che era già iniziato con Temer, allineando il Paese agli Stati Uniti e fondando un approccio imperniato sull’amicizia personale, oltre che ideologica, con Donald Trump. Le elezioni decideranno quindi quale sarà la futura direttrice del Brasile in politica estera. 

Il clima interno nel Paese 

I principali sfidanti alle elezioni sono il presidente uscente Jair Bolsonaro e il candidato del partito dei lavoratori, Luiz Inacio da Silva detto “Lula”. I sondaggi sembrano mostrare attualmente che il secondo è in testa, tuttavia con un marine di vincita in continuo assottigliamento. Lula è rientrato nella corsa presidenziale dopo che nell’aprile dell’anno scorso la Corte Suprema aveva annullato le accuse di corruzione nei confronti dell’uomo che ha governato il Brasile dal 2003 al 2010, finito in carcere nel 2018 in seguito all’inchiesta giudiziaria Operação Lava Jato (“operazione di autolavaggio”) che aveva prodotto un terremoto nel sistema politico brasiliano e impedito allo stesso Lula di correre alle Presidenziali di quell’anno, quando era dato in testa nei sondaggi rispetto a Bolsonaro. 

Il Brasile arriva al voto in un clima profondamente polarizzato falcidiato dalla crisi pandemica, dalla bassa crescita economica, dalla disoccupazione e dall’inflazione in aumento. In Brasile sono morte più di 600mila persone con il Covid, per un tasso di mortalità per capita tra i più alti al mondo. Tutti questi fattori pesano sulla popolarità del Presidente uscente Jair Bolsonaro, accusato da più parti di aver gestito male la pandemia e di aver diffuso una grande quantità di fake news utilizzando la macchina statale, in un clima di crescente autoritarismo.

Dal canto suo, Lula è annoverato come il Presidente più popolare della storia del Brasile, l’uomo che ha portato fuori dalla povertà milioni di brasiliani grazie a programmi come Bolsa Família, Fome Zero e Farmácia Popular, indirizzate a combattere, rispettivamente, la povertà estrema, la scarsità alimentare e l’assenza di una rete sanitaria pubblica efficiente.  L’immagine di Lula è stata tuttavia incrinata dallo scandalo giudiziaro Lava Jato menzionato poc’anzi, che ha intaccato la reputazione non solo dell’ex Presidente, ma di tutta la classe politica afferente al PT.

Scandalo che alimentò la campagna anticorruzione che portò all’elezione dell’attuale Presidente Bolsonaro. Bolsonaro si è fatto portavoce delle élite imprenditoriali, religiose e militari del Paese, interprete di un’ideologia di stampo conservatrice e nazionalista che può essere racchiusa nella formula delle 5B proposta da Guilherme Casarões: banks (banche, in riferimento alla politica neoliberale e anti-statalista), bible (bibbia, in riferimento alla Chiesa Evangelica), bullet (proiettile, in riferimento all’apparato militare), beef (carne bovina, in riferimento al settore agroalimentare) e bolsolavistas (il nome con cui o scrittore Olavo de Carvalho ha definito gli anti-globalisti seguaci di Bolsonaro).

Tuttavia, il consenso di Bolsonaro nel mondo imprenditoriale vacilla, in ragione della cattiva situazione economica, e anche l’esercito ha mostrato malumori nei confronti del Presidente. Anche nel mondo diplomatico sono tanti i malumori legati alla figura di Bolsonaro, reo di aver danneggiato l’immagine internazionale del Brasile con i suoi approcci anti-scientifici alla pandemia, alla questione amazzonica e per le sue basse capacità di tessere relazioni internazionali. Anche per questo i mercati sono dalla parte di Lula: l’impressione è che l’ex-Presidente possa riportare il Paese ad una situazione di “normalità” politica ed istituzionale. 

La politica estera autonoma e le cooperazioni regionali

A partire dal processo di democratizzazione culminato con le elezioni libere del 1989, il Brasile avviò un cambio di paradigma in politica estera. Il nuovo approccio del Brasile si concentrò più su una logica universale e multilaterale di cooperazione e coesistenza pacifica con i Paesi del Continente. Importanti partnership strategiche furono siglate, a partire dal Mercosur, un trattato di integrazione economica tra i Paesi dell’America Latina, e l’Unasur, l’Unione delle Nazioni del Sud America, un’unione politica di stampo intergovernativo in cui il Brasile ha assunto un ruolo di leadership, spesso contestato dagli altri Paesi dell’accordo.

Questo approccio si è intensificato sotto la Presidenza Lula (2003-2010), che ha esteso questa proiezione regionalistica a Paesi emergenti al di fuori dell’America Latina, in particolare con Russia, India, Cina e Sudafrica, con cui poi ha costituito la Bric, un’alleanza di stampo economico. Successivamente ha stretto accordi importanti in quegli anni con diversi Paesi africani, in un’ottica di moltiplicazione dei fronti commerciali. 

Questa politica è stata permessa anche dalla crescita economica sostenuta del primo decennio del 2000, in cui il Brasile ha beneficiato dell’innalzamento dei prezzi delle commodities minerali e agroalimentari. Questa nuova proiezione ha permesso al Brasile di emanciparsi parzialmente dall’influenza statunitense sfidandone apertamente l’egemonia, in un momento in cui tutto l’Occidente era concentrato in Medio Oriente per la war on terror (guerra al terrore) contro il fondamentalismo islamico.

La Cina è diventata nel 2010 il principale partner economico del Paese, superando gli Stati Uniti. Questo, unito alla partecipazione del Brasile a nuovi tavoli diplomatici internazionali e all’accordo tripartito sul nucleare con Turchia ed Iran, ha allarmato gli Stati Uniti. 

Con la fine della presidenza Lula e l’avvento della sua delfina Dilma Rousseff, il Brasile ha cercato di riavvicinarsi agli Stati Uniti incrementando le relazioni bilaterali e mettendo da parte la Bric, in una prospettiva di minore tolleranza verso i regimi autoritari e di rispetto dei diritti umani. In politica interna Rousseff cercò di avviare politiche di stabilizzazione macroeconomica, andando a colpire alcune delle politiche di sostegno alla popolazione del suo predecessore.

Il Paese aveva resistito bene alla crisi economico-finanziaria del 2008, ed usciva da uno stato di relativo benessere e di rafforzamento internazionale con Lula. Il governo Rousseff (dello stesso partito di Lula) si trovò tuttavia gestire una situazione più complessa, in un contesto di difficoltà economica e di proteste popolari spinte dalle accuse di corruzione del Governo. Un problema, quello della corruzione, che ha attraversato il Brasile dagli albori dei primi governi democratici, e che fu alla fine la stessa miccia che portò Rousseff a dimettersi, nell’ambito dell’operazione Lava Jato menzionata in precedenza, lasciando la Presidenza al suo vice, Michel Temer. 

Il rientro nell’orbita statunitense e le relazioni Trump-Bolsonaro

Temer portò a termine la politica di riavvicinamento agli Stati Uniti inaugurata da Rousseff, in un’ottica comunque di multilateralismo cooperativo e coesistenza pacifica con gli altri Paesi, con l’obiettivo ulteriore di tutelare la forte partnership economica con la Cina. Sotto Temer, il Brasile ha accelerato i negoziati Mercosur-UE, che sono poi stati portati a termine nel 2019, e ha spinto per l’entrata del Paese nell’Oecd (organizzazione per lo sviluppo e la cooperazione economica).

Una volta salito al potere, Bolsonaro ha stravolto la tradizionale politica estera multilaterale inaugurata da Lula, orientando la politica estera verso l’allineamento politico con gli Stati Uniti. La strategia di non interventismo perseguita fino a quel momento fu sostituita da un approccio più aggressivo. Il Brasile si è allineato con gli Stati Uniti nella politica filoisraeliana, sostenendo apertamente le rivendicazioni di Tel Aviv e spostando l’ambasciata brasiliana a Gerusalemme.

In America Latina il Brasile ha assunto un atteggiamento più competitivo: l’Unasur è stato smantellato, Brasilia ha partecipato agli embarghi statunitensi contro Cuba e Venezuela, dove in quest’ultima ha riconosciuto Juan Guaidó come legittimo Presidente. Il Brasile ha quindi assunto una postura anticomunista, antiglobalizzazione, ostile ai diritti Lgbt, alle politiche ecologiste (esempi si trovano in come è stata affrontata la questione della Foresta Amazzonica) e all’immigrazione, che dalla politica interna si è riversata nella politica estera. 

I possibili scenari 

Se il confronto rimarrà tra Lula e Bolsonaro, il futuro può aprirsi a due binari possibili: Lula potrebbe sancire il ritorno della politica estera autonoma, fatta di multilateralismo e coesistenza pacifica, volta a stringere relazioni cooperative con i Paesi dell’America. Da parte sua, il Presidente uscente vorrebbe mantenere il Paese in un binario saldamente ancorato all’asse dell’Occidente, con una politica estera pragmatica e indirizzata unicamente a proteggere gli interessi interni del Brasile. Sulla Russia Lula ha espresso posizioni ambigue, mentre Bolsonaro ha portato il Brasile su una posizione neutrale non allineandosi alle sanzioni dell’Occidente.

Inoltre, nonostante la postura filostatunitense, la Cina rimane un partner strategico per il Brasile. Il Paese è diventato quindi un teatro di scontro geopolitico tra Stati Uniti e Cina in America Latina. Se Lula vincerà le elezioni, potrà riportare stabilità interna ed internazionale ad un Paese molto polarizzato politicamente. Tuttavia, non si può prevedere se si tratterà dello stesso Lula diplomatico e assertivo dei primi mandati, o di un Lula più nazionalista e proiettato agli interessi interni del Paese. Il Brasile che potrebbe trovarsi a governare non è lo stesso dei primi anni 2000.

La democrazia ha retto il piglio autoritario di Bolsonaro, ma è sotto pressione, e l’apparato militare e la Chiesa Evangelica sono tornate al centro della scena politica. Tutti questi fattori hanno contribuito a creare un senso di instabilità che si è riversato anche sulla proiezione internazionale del Brasile, che dai fasti di Lula ha perso terreno nelle questioni più importanti e prestigio internazionale. Tra relazioni russo-brasiliane, tenuta della democrazia e scontro tra Cina e Stati Uniti, il futuro del Brasile è quanto mai incerto. 

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