IL FMI STA VALUTANDO DI PROROGARE IL PROGRAMMA DI AIUTI PER LA SOMALIA

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Il Fondo monetario internazionale (FMI) ha accolto la richiesta, presentata dal governo somalo, di prorogare il piano triennale di bilancio la cui scadenza era prevista per il 17 maggio.

Laura Jaramillo Mayor, mission chief dell’FMI per la Somalia, ha dichiarato che l’estensione “…fornirebbe il tempo necessario per consolidare l’intesa politica con il nuovo governo e confermare le assicurazioni finanziarie con i partner di sviluppo”.

La proroga, infatti, permetterebbe al governo, del neoeletto presidente Hassan Sheikh Mohamud, già alla guida della Somalia dal 2012 al 2017, di poter analizzare le riforme finora pianificate. L’accordo sarà sottoposto all’esame del consiglio di amministrazione dell’FMI e, se approvato, estenderà il programma fino al 17 agosto.

Abdirahman Beileh, ministro delle Finanze somalo, ha affermato che l’intesa tra la Somalia e il FMI è il risultato della cooperazione sinergica, tra i due, degli ultimi anni: “Sono lieto che la Somalia e il personale dell’Fmi abbiano raggiunto un accordo cruciale sulla revisione dell’Extended Credit Facility, che rappresenta la base per le nostre riforme economiche nazionali. Ciò conferma che siamo sulla buona strada e stiamo andando avanti”.

Gli obiettivi del Programma triennale.

L’attuale piano era stato approvato dal FMI, nel 2020, per finanziare il Piano di sviluppo nazionale della Somalia e le riforme economiche. Il programma prevede uno stanziamento di quasi 400 milioni di dollari a favore dei servizi essenziali dello Stato, inclusi il mantenimento dell’esercito, e la riduzione del debito pubblico somalo. 

Attualmente sul sistema economico del Paese grava un debito pari 3,7 miliardi di dollari, ovvero il 63% del Pil; un dato a cui si è arrivati in seguito alla decisione del Club di Parigi di sottrare 1,4 miliardi di dollari. L’obiettivo principale del piano sarebbe quello di far scendere il debito della Somalia a 557 milioni di dollari già nel 2023. 

Le sfide del nuovo Governo tra realtà e aspettative.

Hassan Sheikh Mohamud, 66 anni, era conosciuto come attivista e docente in una delle più importanti università del Paese. Alle ultime elezioni è stato eletto con 214 voti sui 328 totali dei parlamentari vincendo su 36 candidati iniziali.  Si tratta del primo leader somalo della storia a vincere un secondo mandato.

Nonostante gli osservatori, e la comunità internazionale, abbiano accolto con favore la sua vittoria emerge, dalle modalità in cui si sono svolte le elezioni, l’inadeguatezza del Paese di superare i suoi limiti strutturali.  Il sistema elettorale somalo si è sempre basato su un meccanismo indiretto in cui gli anziani dei clan erano chiamati a eleggere i deputati da mandare in parlamento che, a loro volta, provvedevano a eleggere il presidente. 

Nel 2020, l’ex presidente Mohamed Abdullahi Mohamed aveva firmato una nuova legge elettorale che prevedeva la possibilità per ogni cittadino di esprimere la propria preferenza. Tuttavia, a causa del problema della sicurezza, si è deciso, con un anno di ritardo, di procedere utilizzando il vecchio sistema elettorale. 

Quello della sicurezza è, del resto, il problema principale del Paese. Il territorio di quest’ultimo si divide tra: un governo nazionale, che gode del sostegno internazionale; cinque regioni autonome federali, istituite nel 2016, ma spesso in contrasto con il governo centrale; il Somaliland, una repubblica di fatto; il territorio controllato da al-Shabaab, gruppo militante islamista.

Alle tensioni interne, si aggiungono quelle esterne alimentate dalla lotta tra gli Stati regionali che si contendono le scarse risorse del Paese. La questione della sicurezza incide chiaramente sull’intero apparato statale. 

La polizia, l’intelligence e i servizi militari del Paese, oltre a essere fortemente influenzati dalla corruzione, non rispettano le norme contro l’arresto e la detenzione arbitrari. I tribunali militari processano regolarmente i civili, anche per reati legati al terrorismo, e non rispettano gli standard internazionali di base del giusto processo.

Il sistema giudiziario, nel complesso, è fortemente fratturato e i funzionari statali ignorano le sentenze dei tribunali. I cittadini spesso mostrano disaffezione verso le istituzioni centrali e si rivolgono al diritto islamico o consuetudinario come alternativa.Il Paese quindi è diviso, non solo sul piano politico-territoriale, ma anche sociale e giuridico. 

È chiaro che l’attuazione di riforme economiche efficienti risulta impossibile di fronte alle criticità strutturali del Paese.Il neo-Presidente ha promesso di voler trasformare la travagliata nazione del Corno d’Africa in “un Paese pacifico che è in pace con il mondo”. Un obiettivo, che al momento, appare come il tentativo di raccogliere l’acqua con un mestolo bucato. 

Cari lettori, ho il piacere di presentarmi, sono Giusy Monforte, analista dell’Istituto Analisi Relazioni Internazionali (IARI).
La mia passione per la geopolitica è iniziata a Catania, dove mi sono laureata in Politica e Relazioni internazionali. Successivamente mi sono spostata a Napoli, città che mi ha letteralmente incantata per la sua capacità di restare fedele alle sue radici identitarie pur guardando verso l’Europa. A Napoli ho conseguito una laurea magistrale in Studi Internazionali presso “L’Orientale”, dedicando particolare attenzione al mondo arabo e al diritto islamico, con il fine di inquadrare quest'ultimo nelle scienze giuspubblicistiche. Dopo la laurea ho continuato i miei studi e non ho mai smesso di scrivere: ho collaborato con diverse riviste di geopolitica.
Ho avuto la fortuna di salire a bordo di questo Think Tank sin dall’inizio riuscendo, in questo modo, a dare il mio contributo dalle sue prime manovre e a crescere professionalmente insieme ad esso. Allo IARI mi occupo soprattutto di temi afferenti al costituzionalismo in Africa e negli Stati a maggioranza musulmana.
La mia curiosità verso il mondo si riversa probabilmente anche nelle altre attività.
Dedico il resto del mio tempo alla ricerca delle scoperte musicali e vado spesso ai Festival che ti permettono di spaziare dal dreampop alla Jazztronica, senza sembrare una persona confusa, e a condividere, contemporaneamente, la passione per la musica con persone provenienti da tutto il mondo. Amo viaggiare, oltre che fisicamente, anche attraverso il cinema: seguo con particolare interesse il cinema iraniano e coreano, ma confesso che il mio cuore appartiene al canadese Xavier Dolan.
La parola che odio di più è etnocentrismo: spesso si ignora che non esiste solo una prospettiva e che la realtà ha diverse facce se imparassimo a guardarla con gli occhi degli altri.
La mia parola preferita, invece, è prònoia: perché l’universo può giocare anche a nostro favore ma a volte lo dimentichiamo

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