TRANS-SAHARIANA E GAS AFRICANO: IL COSTO PER MOLTI

10 mins read
Fonte immagine: https://blog.politics.ox.ac.uk/avoiding-africas-oil-curse/

Lo scoppio della guerra tra Russia e Ucraina ha portato i Paesi europei a vedere nell’Africa un nuovo partner commerciale per comprare fonti energetiche alternative al gas russo, Italia compresa. Tutto ciò però sta avendo un costo per la popolazione africana più povera.

Un’analisi di Rystad Energy, una delle aziende più affidabili nella consulenza energetica, ipotizza che entro il 2030 la produzione di gas dell’Africa Subsahariana tenderà a raddoppiare.

Secondo ricerche altrettanto attendibili, sebbene in questo momento il continente africano disponga di una notevole quantità di gas, non sarebbe capace di coprire quei quasi 180 miliardi di metri cubi che Mosca forniva all’Europa prima dello scoppio della guerra. Il limite è principalmente tecnico e dovuto alla mancanza di infrastrutture adeguate, con condotti e tubature non in grado di trasportare il prodotto.

Ed è proprio per ovviare a questo limite che in molti Stati della macroregione africana si stanno intensificando progetti considerevoli e onerosi. L’obiettivo, condiviso, è quello di industrializzare, aumentare lo spirito imprenditoriale locale, creare posti di lavoro e intensificare lo sviluppo nazionale. Ma ancora più importante è garantire sicurezza energetica e diventare importanti hub per le economie straniere. 

L’Italia, nelle ultime decadi, ha contribuito ad avviare impianti investendo con Eni in Congo, Angola, Nigeria, Algeria e aprendo le trattative anche in Mozambico. 

Allo scoppio della guerra il governo italiano ha subito intavolato trattative con alcuni dei partner storici, tra cui l’Algeria, dove ad aprile 2022 il Presidente del Consiglio Mario Draghi ha incontrato il leader nazionale Abdelmadjid Tebboune.

La tematica principale è stata ovviamente quella energetica e pare che la Sonatrach, la società di stato algerina, si sia detta disposta ad aumentare le forniture di gas verso l’Italia (si stima di 9 miliardi di metri cubi l’anno, su 30 totali venduti all’Europa) in cambio di sostegno politico e tecnologico nel settore delle rinnovabili e per rinforzare le proprie infrastrutture, tra cui spicca il gasdotto Trans-Sahariano.

Che cosa è il gasdotto Trans-Sahariano?

Il condotto Trans-Sahariano (noto anche come NIGAL) è un gasdotto, pensato per la prima volta negli anni Ottanta ma diventato concreto solo nel 2009, che a pieno regime può trasportare 30 miliardi di metri cubi di gas naturale per un percorso di oltre quattromila chilometri.

Il condotto partirebbe dai pozzi di Warry, in Nigeria, attraverserebbe il confinante Niger e l’Algeria per poi ramificarsi presso Hassi R’Mel, in pieno deserto del Sahara, passando quindi per Marocco, Tunisia e Libia, finendo per attraversare il Mar Mediterraneo e raggiungere Italia e Spagna.

La realizzazione di tali opere ha sempre luci e ombre. Pareri positivi sono arrivati sia dal presidente nigeriano Muhammadu Buhari che dal ministro di stato per le risorse petrolifere Timipre Sylva. La spinta a investire nel mercato del gas naturale è particolarmente forte in Nigeria, nazione tra le primi dieci al mondo per quantità di riserve, stimate in oltre 5.000 miliardi di metri cubi, tanto che nel luglio 2020 è stata avviata anche la costruzione della Ajaokuta–Kaduna–Kano Natural Gas Pipeline, attraverso Benin, Togo e Ghana, che punta in futuro a raggiungere anch’essa l’Europa.

Dietro a entrambi questi progetti ci sono fondi cinesi e multinazionali straniere, tra cui la compagnia francese Total, l’anglo-olandese Royal Dutch Shell e l’italiana Eni. 

La maggiore incognita a livello di efficienza, più che sul piano tecnico o finanziario, sta sull’aspetto geopolitico: le numerose guerre e guerriglie della zona non portano gli investitori stranieri ad avere i requisiti minimi di sicurezza, e spesso le proteste sfociano in atti di violenza e sabotaggio contro le compagnie straniere. 

Nella regione del delta del fiume Niger opera il Movement for the Emancipation of the Niger Delta (MEND), un’organizzazione armata che rivendica molti degli attacchi alle compagnie petrolifere che operano nella zona. Un danno non da poco per l’economia del Paese, visto che si stima che il MEND sia il principale responsabile della diminuzione delle esportazioni nigeriane di idrocarburi.

La violenza non potrà mai essere la soluzione, ma un dubbio che aleggia è se un’analisi costi-benefici sull’impatto di queste mega-costruzioni sia fatto anche nei confronti delle popolazioni locali, spesso messe in secondo piano rispetto al lato economico.

L’effetto sugli ecosistemi africani e sulla popolazione

È infatti sbagliato pensare che la realizzazione di queste opere avvenga senza un costo, non per forza monetario, per la già poverissima popolazione e per la biodiversità locale.

Il recente boom degli investimenti per oleodotti e gasdotti è stato accusato di non aver tenuto conto degli impatti ambientali e umani generato dai propri progetti.

I leader africani si sono incontrati in più riprese e hanno concordato un Programma per lo Sviluppo delle Infrastrutture in Africa (PIDA) quale modello sostenibile per il continente. Programmi come il Kenya Vision 2030, Tanzania Vision 2025 e Agenda 2063 dell’Unione Africana mirano a rendere l’Africa un continente più industrializzato, a reddito medio e che offra un’elevata qualità della vita a tutti i propri cittadini in un ambiente pulito e sicuro.

Parallelamente a queste iniziative, sicuramente lodevoli, quello che sembra mancare è l’attenzione ai bisogni delle comunità indigene, i cosiddetti outsiders, che non hanno voce in capitolo sulle decisioni che vengono prese nei propri Paesi.

Al contrario, numerose sono state le denunce riportate ad agenzie umanitarie e media stranieri circa l’espropriazione, forzata o semi-forzata ma comunque operata attraverso dubbie procedure legali, delle terre su cui vengono realizzate queste grandi opere. Esempi concreti, oltre al NIGAL, sono il Lamu Port-South Sudan-Ethiopia-Transport Corridor Project (LAPSSET), il Progetto Energia Eolica Lago Turkana, il progetto geotermico KenGen a Naivasha e le dighe Gibe in Etiopia.

Per molte persone queste terre hanno un significato religioso, sono luoghi, anche sacri, che hanno a che fare con la cultura o sono semplicemente “casa”. Ci riferiamo a tribù che vivono grazie all’agricoltura e alla pastorizia, due attività che necessitano di ampi spazi, e che vengono spinte sempre più ai margini della società fino ad essere costrette a trasferirsi altrove per fare spazio ai tubi e ai pozzi.

Un altro problema, non meno rilevante, è quello della mancanza di acqua potabile, che in Africa non è mai una questione da poco. Dighe, pozzi e condotti richiedono una notevole quantità d’acqua per essere costruiti e per funzionare e questa viene spesso presa dalle fonti idriche che parallelamente servono al sostentamento delle popolazioni dei piccoli villaggi, a cui non arriva l’acqua corrente in casa. Discorso che si può applicare anche alla fauna selvatica e all’agricoltura. 

Inoltre ci sono state varie denunce, oltre a quella della carenza idrica, per acqua contaminata o bollente.

Infine, sono stati riportati casi di stime discutibili sulla valutazione degli impatti ambientali delle costruzioni, come per esempio col World Heritage Site di Lamu Island o con il Lake Turkana Wind Power in Kenya, costruito col supporto della Banca Mondiale. Relativamente a quest’ultimo, è finito di recente in un rapporto investigativo del World Bank Inspection Panel, che ha visitato l’area per verificare le lamentele presentate dalla comunità masai.

L’Africa, forse per la prima volta nella storia si trova ad avere la possibilità con maggiore autonomia alcuni importanti progetti che potrebbero cambiare gli equilibri del continente e del mondo.Ciò che probabilmente servirebbe sarebbe una visione politica, sia africana che di chi investe in questi Paesi, che non dimentichi dell’attuale contesto geopolitico, dell’ambiente e delle minoranze. Le mosse del governo italiano in futuro devono tenere conto di ciò, per diventare l’hub Mediterraneo in modo sostenibile e corretto.

Latest from AFRICA