LE ALPI NEUTRALI SONO BIPOLARI

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Svizzera e Austria sono tra i pochi Paesi neutrali rimasti. Neutralità che si stempera però in differenti inclinazioni: se Berna guarda a ovest Vienna continua a volgersi a est.

La neutralità in Europa si fa oggi affare per pochi. Con il rapido scivolamento di Svezia e Finlandia verso la Nato le isole di neutralità in Europa si restringono sempre più. Una di queste è il bastione alpino rappresentato da Svizzera e Austria. Ma la neutralità non è apatia e anche quella dei due Paesi alpini è storicamente orientata: un orientamento che la guerra in Ucraina amplifica o mette alla prova.

Berna è neutralità per antonomasia

La Svizzera rappresenta il Paese neutrale per definizione. Una neutralità radicata nello stesso carattere antropologico svizzero che è spiccatamente mediatore, frutto della struttura federale statale e della conseguente storica necessità di dover mediare tra regioni con caratteristiche diverse. La neutralità svizzera ha tenuto Berna fuori da alleanze e organizzazioni sovranazionali, queste ultime avversate anche dalla mentalità svizzera che vuole le decisioni politiche prese quanto più possibile vicino al popolo e meno centralizzate, fattore da cui origina la visione negativa dell’Unione Europea e del suo centralismo burocratico che si riscontra tra le valli elvetiche.

Tuttavia anche la più spiccata neutralità sconta proprie inclinazioni che vedono da sempre la Svizzera come Paese chiaramente filo-occidentale. Berna lo è stata certamente prima della caduta del blocco comunista quando, nel corso della guerra fredda, si mantenne fuori dalla contrapposizione tra i due blocchi ma con un’innegabile avversione al comunismo e quindi una chiara inclinazione occidentale. Lo è altrettanto certamente oggi che il Paese conserva un orientamento a ovest che in questa parte delle Alpi non è mai stato seriamente in dubbio.

Neutralità sotto esame

La guerra in Ucraina ha sortito l’effetto di rendere qualunque contesto meno neutrale, persino quello svizzero. I vertici elvetici hanno infatti segnalato la volontà di una maggiore collaborazione con la Nato, in particolare in termini di partecipazione alle esercitazioni militari: il Paese ne sta discutendo e presenterà in parlamento il rapporto a settembre. Non si parla di una formale adesione all’alleanza, cosa che rappresenterebbe una rivoluzione geopolitica addirittura maggiore dell’ingresso di Svezia e Finlandia, quanto di un avvicinamento e una collaborazione più o meno stretta. Berna d’altronde ha già oggi rapporti con la Nato sotto forma di acquisizione di armamenti.

L’inclinazione occidentale di Berna è d’altronde stata evidenziata dalla sua adesione alle sanzioni occidentali contro il Cremlino. Nel Paese si discute però anche dell’opportunità di fornire un maggiore supporto all’Ucraina: Berna a causa della sua postura non ha fornito armamenti a Kiev ma nelle sue istituzioni si è acceso un dibattito sulla possibilità di mandare proprie munizioni ad altri Paesi in sostituzione di quelle che questi ultimi invierebbero in Ucraina. È intervenuto tuttavia il presidente Cassis in persona a smentire tale eventualità; già il fatto che se ne discuta all’interno delle istituzioni elvetiche segnala però un cambio di passo importante.

Il cambiamento d’approccio della Svizzera gode d’altronde del sostegno della popolazione, storicamente sostenitrice della neutralità nazionale e riluttante a cooperazioni sovranazionali. In seguito all’invasione russa dell’Ucraina infatti le rilevazioni hanno mostrato come oltre la metà dei cittadini svizzeri sia favorevole a una maggiore cooperazione del Paese con la Nato, un dato superiore di circa 20 punti rispetto agli ultimi anni. Anche il sostegno all’effettiva adesione all’alleanza ha registrato una crescita di consensi, pur restando minoritario in una collettività che rimane nonostante tutto permeata da una psicologia neutrale.

Neutralità confermata ma revisionata

Da Berna non ci si aspetta dunque un’uscita dalla postura neutrale quanto una revisione della sua interpretazione. Lo stesso dibattito nel Paese rappresenta un rilevante cambio di passo. D’altronde lo stesso scrittore svizzero Dürrenmatt si interrogava sulla possibilità dell’esistenza di stati neutrali in quella che allora era l’Europa di domani, affermando come forse in un futuro la Svizzera si sarebbe dovuta schierare. Davanti a tale dilemma spiccano oggi i rapidi smarcamenti di Svezia e Finlandia. La Svizzera non le seguirà ma anch’essa si trova di fronte a un dilemma: come definire oggi la propria irrinunciabile neutralità alla luce di un nuovo conflitto in Europa.

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L’Austria attuale e l’ex impero austro-ungarico

Austria: una neutralità differente

Se Berna resta neutrale guardando a occidente diverso è il discorso per Vienna che, con una postura differente dal vicino, ha una maggiore vicinanza a est. Basterebbe da solo l’endonimo del Paese a certificarne la visione orientale: un Paese che si chiama Österreich (Impero orientale) rivela già dalla propria toponomastica la propria inclinazione. Ma se non è sufficiente un appellativo a raccontarci l’inclinazione austriaca può correrci in soccorso la storia.

L’Austria è oggi un piccolo Paese rispetto a ciò che rappresentò per secoli. L’impero austriaco del passato guardò sempre a est e sud-est, costruendosi con una chiara proiezione orientale. Oggi di tale struttura imperiale politicamente non rimane nulla; permangono però legami culturali, economici e sentimentali. Se si osserva la carta si nota come l’impero austriaco rispetto all’Austria odierna non possedesse un solo centimetro di territorio più a ovest ma si estendeva invece per centinaia di km più a est. Un’eredità che oggi a Vienna permane.

La storica neutralità austriaca

L’Austria rispose al crollo del proprio impero con un avvicinamento ai cugini tedeschi, operato tra le due guerre tramite l’Anschluss. La successiva guerra fredda e la contestuale nascita di un mondo bipolare videro Vienna rinunciare a qualunque ambizione di potenza e accomodarsi a una posizione di neutralità forzata tra i due blocchi, neutralità inserita in costituzione su richiesta di Mosca: Vienna infatti, insieme a Helsinki, negli intenti di Stalin doveva formare una porzione di Europa intermedia e neutrale, pur se filo-occidentale nella propria struttura.

Nel contesto della guerra fredda l’Austria si pose così come fortino neutrale all’incrocio tra aree diverse: l’Europa occidentale atlantica, l’est filo-sovietico e i Balcani neutrali della Jugoslavia. Vienna volse la condizione di neutralità in opportunità, accompagnando tale status a un complessivo attivismo in operazioni di peace-keeping e nel quadro dell’ONU, differenziandosi così dal vicino elvetico. La neutralità austriaca non è stata dunque da ostacolo, anzi, allo sviluppo di una politica multilaterale all’interno delle organizzazioni sovranazionali.

Il crollo del mondo bipolare, la risistemazione politica dell’Europa orientale e la progressiva integrazione di questo spazio nelle strutture occidentali resero progressivamente meno rilevante il ruolo geopolitico dell’Austria che perse lo status di cuscinetto neutrale. La stessa neutralità austriaca ha progressivamente perduto di senso, ancor di più con l’integrazione austriaca nei processi comunitari, scelta dettata proprio per evitare la perdita di importanza geopolitica e con cui Vienna, pur mantenendosi neutrale, si avvicinò al mondo occidentale. Al contempo però l’allargamento a oriente di UE e Nato fu visto dall’Austria come un’occasione per assumere un ruolo importante nella sua ex area imperiale. Si delinea così un quadro di ambiguità nella postura di Vienna che, conservando la propria neutralità, si è avvicinata a occidente senza rinunciare però allo sguardo orientale, influenzata anche dall’asse tedesco-russo a cui è agganciata.

Neutralità spendibile in un clima avverso

Assunto che la neutralità non equivale ad apatica esistenza nel mondo ne consegue che anche quella dell’Austria non può restare indifferente ai cambiamenti geopolitici europei. Così è stato con il crollo dell’Unione Sovietica e così è stato, forse ancor di più, con il ritorno di Mosca alla politica della forza nel 2014 e oggi. Vienna rimane uno dei perni del dialogo con Mosca.

In primis per lo sguardo orientale che la contraddistingue; in secondo luogo perché parte dello spazio germanico, da sempre dialogante con la Russia con cui ha più volte trattato e ridefinito le rispettive sfere d’influenza nello spazio di mezzo. In ultimo perché la neutralità austriaca si esplicita anche in un certo distanziamento dagli Stati Uniti, utile proprio a conservare una vicinanza con Mosca, importante per gli interessi economici ed energetici viennesi. Arriviamo qua a un punto focale: influenti legami economici legano oggi il Cremlino all’Austria, Paese che rimane uno dei più dipendenti dalle forniture energetiche russe.

Nonostante il rapporto con Mosca sia andato peggiorando negli ultimi anni, nel contesto del conflitto ucraino Vienna ha provato ad assumere le vesti di mediatrice. Questo perché per neutralità e storia tale ruolo nel campo europeo rimane nelle uniche possibilità di Austria e Finlandia: con quest’ultima in rapido allontanamento da Mosca (vedi ingresso nella Nato) Vienna rimane però l’ultima carta europea per un canale diplomatico neutro con il Cremlino, senza doversi rivolgere altrove (vedi Ankara). Da ciò scaturisce la visita del cancelliere austriaco a Putin, prima visita al Cremlino di un leader occidentale dall’inizio della guerra. Una visita che, pur in accordo con Bruxelles, non era di solo interesse europeo: Nehammer si è mosso infatti anche per interessi nazionali, spinto dalle preoccupazioni austriache inerenti i legami economici ed energetici.

Strabismo bipolare

La visita dell’austriaco Nehammer da Putin, pur portando a un nulla di fatto, certifica tuttavia ancora una volta lo sguardo orientale di Vienna, retaggio storico-culturale intrecciato oggi a interessi economici e dipendenze energetiche. Al contempo invece la vicina Svizzera ha reagito all’aggressione russa con un ulteriore avvicinamento verso l’occidente e Washington, inclinazione che non è foriera di alcuna uscita dalla neutralità ma testimonia ancora una volta la postura filo-occidentale di Berna. Le Alpi neutrali si certificano così oggi neutrali in maniera differente, guardando in direzioni opposte.

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