IL SENSO ORIGINARIO E LA DIREZIONE ODIERNA DELL’ITALIA NELL’UE

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Altrimenti esposta a serie criticità di natura economica, politica e sociale, l’Italia non può oggi fare a meno dell’Europa, proprio come nel secondo Dopoguerra quando Roma spinse fortemente per l’idea comunitaria.

Quello del Bel Paese con l’odierna Unione Europea è un rapporto dalle radici molto forti e consolidate, con Roma ad essere stata uno dei (sei) grandi traini, nel secondo Dopoguerra, affinché si avviasse un progetto di reale integrazione comunitaria, progetto che avrebbe in prima istanza visto la luce sotto il nome di Comunità Economica Europea (1957).

Concretamente, per una lunga fase della storia, gli interessi nazionali e comunitari dei Paesi che avevano promosso il progetto hanno in larga parte coinciso. Nello specifico, per l’Italia, l’ingresso in Europa è stato crucialmente strumentale al suo pieno reinserimento nell’arena internazionale dopo la sconfitta – cocente e senza appello – della Seconda Guerra Mondiale. Di fatto, si può affermare senza grossi timori di smentita che in assenza di un progetto europeista strutturato, l’Italia sarebbe verosimilmente rimasta a lungo in balìa dei principali Paesi dello scacchiere geopolitico, con speciale riferimento a quelli europei. 

Se dunque il senso storico dell’aderenza del nostro Paese al progetto europeista è da rintracciarsi nella chiara ambizione di rimettersi a pieno titolo sulla mappa continentale (e poi globale), va ravvisata parimenti la manifesta esistenza di motivi spiccatamente economici alla base. In particolare, l’integrazione è andata ad ergersi – nel macero contesto post-bellico – a chiave di ripresa economica, segnatamente passando attraverso la partecipazione al mercato unico. 

Nondimeno, il mantra dell’appartenere all’Europa ha poi assunto le sembianze di strumento da cavalcare e da spendere in seno all’opinione pubblica per poter legittimare, giustificare o comunque far passare come pienamente concepibili delle decisioni istituzionali riferite non solo alla politica domestica, ma anche a quella estera: il pensiero va in primis all’ingresso nella NATO, di certo non scontato nel quadro del secondo Dopoguerra.

Nel tempo, l’Europa comunitaria (diventata Unione Europea con il Trattato di Maastricht del 1992) si è però consolidata come un’organizzazione regionale decisamente ibrida, in quanto presentante sia aspetti sovranazionali tout court (con gli Stati a cedere le quote della propria sovranità; la moneta rappresenta l’epitome di questo discorso) e sia  – a coesistere – altri elementi su cui gli Stati faticano ad operare la medesima cessione di sovranità (in particolare nel campo della politica estera). 

Che conseguenze ha portato ciò in dote per l’Italia? Effetti esattamente speculari ed interrelati al carattere ambiguo e contradditorio dell’Unione. Infatti, nel merito, l’Italia è entrata a far parte dell’Eurozona ma, in termini di proiezione internazionale, soffre a dir poco il fatto che l’Europa comunitaria fatica ad acquisire una voce univoca. La criticità in questione è naturalmente da ricondursi alle dinamiche dei processi decisionali in seno all’organizzazione, un quadro in cui, soprattutto, si è scelto di votare all’unanimità le questioni relative ai settori chiave, quindi dal bilancio alla politica estera. 

Questa resta una linea guida naturalmente più che legittima, se è vero come è vero che l’Unione Europea è un’organizzazione regionale: in quanto tale può limitarsi a rispecchiare e bilanciare i vari interessi nazionali, al pari peraltro di tante altre organizzazioni regionali esistenti in vari contesti geopolitici, dall’Africa alle Americhe passando per l’Asia. 

In aggiunta, va immesso nel discorso anche un altro elemento: le dinamiche comunitarie ci spiegano, da ben più di un decennio, che l’idea (molto cavalcata negli anni Novanta) per cui gli Stati avrebbero perso gran parte della loro centralità è da accantonare. Lo Stato è infatti ancora un grande e cruciale protagonista degli scenari internazionali, come d’altronde dimostra un’arena globale oggi disegnata primariamente, o quasi, sulla base della frattura tra Stati Uniti e Cina.

Risulta allora in linea di massima difficile pensare che gli Stati europei avviino davvero un processo di graduale cessione della sovranità in settori considerati strategici per gli interessi nazionali agendo in aperta contraddizione con quello che, come detto, è il trend attuale. 

Tanto posto, però, permane il fatto – non certo trascurabile – che il disegno comunitario nasce dalla volontà di costruire un’identità comune, una sorta di “Stati Uniti d’Europa”, da più parti richiamati; l’Unione Europea sa di dover rispondere anche di questo. Per inciso, ciò va registrato in un contesto in cui i Paesi europei in quanto tali contano, sul piano globale, poco. 

In sintesi, guardando al senso della storia si scorge una nuova affermazione dello Stato come grande attore internazionale, mentre soffermandoci sul ruolo europeo negli scenari internazionali c’è da osservare che c’è un urgente bisogno di più Europa e più rappresentatività a 360 gradi.

Di certo, l’Italia, nello specifico, accusa il problema della mancanza di una cabina di regia decisionale unica soprattutto perché resta uno Stato di frontiera per tanti aspetti che riguardano – e storicamente hanno finito per riguardare – una miriade di crisi coinvolgenti e spesso travolgenti l’Unione. Esse vanno da quelle figlie di conflitti ai confini meridionali della Comunità a quelle migratorie, crisi – queste ultime – in seno a cui Roma proprio a causa (non solo, ma anche) dell’assenza di una strategia concertata ha dapprima abbandonato lodevoli iniziative come Mare Nostrum e poi ha messo in atto una discutibile politica di criminalizzazione dei migranti.

Ciò che resta da capire sono le prossime mosse dell’Europa che ragiona insieme: dalla costruzione di una nuova base di consenso ai futuri sviluppi verso una difesa europea; dalle velleità di unione fiscale all’eventuale linea comune sui diritti ambientali. Sta di fatto che il destino italiano non può prescindere da un’Europa che – oltre comunque a nutrirsi, dalla sua, della forza specialmente intellettuale e culturale dell’Italia – si erge per noi ad appiglio e strumento vitale, esattamente come lo era nel Dopoguerra. Lo richiede l’impellente necessità di dialogo e scambio con mercati più ampi del nostro, lo richiede un’economia contraddistinta da una manifesta scarsità di materie prime e, soprattutto, lo richiede uno scenario geopolitico ad oggi turbolento e che, senza mezzi termini – essendo l’Italia una media potenza militare – impone di agire di concerto con altre realtà accomunate dallo stesso sistema valoriale.

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