ELEZIONI NELLE FILIPPINE: IL PASSATO CHE RITORNA?

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Nonostante i risultati delle elezioni saranno resi ufficiali solo a fine maggio, è ormai certo che il prossimo Presidente delle Filippine sarà Ferdinand Marcos jr., figlio dell’ex dittatore Ferdinand Marcos, che governò il paese per oltre 20 anni, dalla metà degli anni ’60 alla metà degli anni ’80, ponendolo sotto un duro regime di legge marziale. Adesso c’è preoccupazione tra chi crede che le Filippine possano ripiombare in un lontano passato che ormai si credeva non potesse più tornare, ma che sembra non essere mai realmente scomparso. 

Le elezioni tenutesi lo scorso 9 maggio nelle Filippine hanno avuto come risultato la vittoria del candidato Ferdinand Marcos jr., meglio noto con il  soprannome “Bongbong”. In qualità di Vicepresidente è stata eletta la “sua” candidata, Sara Duterte, figlia del Presidente uscente Rodrigo Duterte. Ciò non deve, però, far pensare che la candidatura sia stata appoggiata da Duterte, bensì il contrario. Egli non ha mai nascosto la sua scarsa considerazione nei confronti di Marcos jr., che ha più volte definito un “leader debole”. 

Secondo dati non ufficiali, Marcos jr. avrebbe ottenuto quasi il 60% dei voti, un risultato storico, che non si vedeva nel paese da decenni. Egli avrebbe vinto con un margine davvero ampio sugli altri contendenti: la candidata a lui più prossima in termini di voti, l’attuale Vicepresidente Leni Robredo, avrebbe ottenuto poco meno del 30% dei voti. Ancora meglio sarebbe andata alla futura Vicepresidente Sara Duterte, che avrebbe conseguito oltre il 60% dei voti, un risultato anch’esso storico. Inoltre, la coppia formata da Marcos jr. e Sara Duterte sarebbe la prima in quasi un ventennio nella quale i candidati alla presidenza e alla vicepresidenza appartenenti allo stesso schieramento vincono entrambi [nelle Filippine le elezioni presidenziali e vicepresidenziali sono separate e potrebbe, quindi, capitare che il Presidente e il Vicepresidente eletti appartengano a due schieramenti diversi, al contrario di quanto succede, ad esempio, negli Stati Uniti N.d.R.]. I risultati ufficiali saranno resi noti alla fine di maggio, quando il Parlamento filippino si riunirà per verificare i voti e proclamare i vincitori delle elezioni.

L’elezione a Presidente di Ferdinand Marcos jr. giunge a oltre 35 anni di distanza dalla rivoluzione popolare che mise fine al regime dittatoriale di suo padre. Ferdinand Marcos giunse al potere il 30 dicembre 1965, dopo aver vinto le elezioni con un buon margine (oltre il 51% dei voti). Il primo mandato (1965-1969) non presentò particolari criticità, anche se già allora iniziarono a manifestarsi i primi segnali della deriva delle Filippine verso l’autoritarismo, la crisi economica e la corruzione diffusa. Il Presidente Marcos cercò innanzitutto di rilanciare l’economia del paese, avviando una grande campagna infrastrutturale e tentando di rendere il paese autosufficiente dal punto di vista agricolo. L’economia filippina subì effettivamente una crescita molto sostenuta. Tuttavia, le molteplici iniziative economiche intraprese da Marcos vennero finanziate attraverso il debito pubblico, che crebbe in modo esponenziale. Le Filippine si indebitarono notevolmente contraendo ingenti prestiti dal FMI e da paesi come gli Stati Uniti. Sul fronte della politica estera, Marcos cementò il suo legame con Washington, sostenendo ogni sua iniziativa a partire dalla guerra in Vietnam. Addirittura, egli inviò delle truppe e accettò lo stabilimento di basi militari statunitensi permanenti nel proprio paese, suscitando la rabbia della popolazione. 

Durante il primo mandato di Marcos emerse anche lo stile di vita sfarzoso ed eccentrico della sua famiglia, soprattutto della moglie Imelda, che fu protagonista anche politica. Infatti, risulta che ella sia stata all’origine di molte tra le decisioni più controverse del regime. Le costose spese di Imelda e del resto della famiglia pesarono fortemente sulle casse dello Stato, peggiorando ulteriormente la situazione finanziaria. Alla fine del primo mandato, nel 1969, Marcos godeva ancora di un forte sostegno popolare che, anzi, era perfino aumentato: le elezioni presidenziali furono vinte da Marcos con oltre il 61% dei voti, rendendolo il primo Presidente nella storia del paese ad essere eletto per un doppio mandato. Sia durante la campagna elettorale che dopo la rielezione, Marcos incrementò la sua politica infrastrutturale spregiudicata e il debito estero non fece altro che aumentare. Il paese precipitò in una forte crisi economica, che lo costrinse a ricorrere nuovamente al FMI. 

La crisi economica in cui versava il paese erose il consenso popolare verso Marcos, si crearono  gruppi di opposizione, anche armata, che furono accusati di aver compiuto una lunga serie di attentati terroristici a Manila e in altre città. In realtà, si pensa che gli attentati furono operazioni orchestrate dal regime per incolpare l’opposizione e screditarla agli occhi dell’opinione pubblica. Nel frattempo, il paese scivolava sempre di più nel caos, fino a quando, il 23 settembre 1972, Marcos decise di imporre la legge marziale, mettendo fine alla democrazia nelle Filippine e trasformandole de facto in un regime autoritario. La legge marziale rimase in vigore fino al 1986 e consentì a Marcos di governare indisturbato per decreto, facendo un massiccio uso delle forze armate nella repressione contro l’opposizione e chiunque altro esprimesse il proprio dissenso nei confronti del governo. 

Da allora, il carattere autoritario del regime di Marcos fu sempre più marcato. Nel 1973 si tenne un referendum, chiaramente manipolato, con cui il mantenimento della legge marziale fu approvato con un plebiscito. Inoltre, il Parlamento e l’opposizione, pur formalmente esistenti, furono di fatto messi in condizione di non poter nuocere al regime. Una commissione d’inchiesta governativa istituita dopo la caduta del regime ha stabilito che durante la dittatura furono arrestate e torturate decine di migliaia di persone e ne furono uccise oltre 2.000. Nonostante la brutalità del regime, le Filippine continuarono ad avere negli Stati Uniti il loro principale alleato: Marcos, infatti, era un convinto anticomunista ed è noto che durante la Guerra Fredda Washington anteponesse la lotta al comunismo a qualsiasi violazione dei diritti umani compiuta dai suoi alleati. 

Durante l’imposizione della legge marziale, l’economia delle Filippine tornò a crescere, sempre sostenuta dal debito estero e anche da un aumento del prezzo delle materie prime che le Filippine esportavano. Marcos e la sua famiglia vivevano in una corruzione diffusa. Addirittura, il regime fu definito una “cleptocrazia”, nella quale il dittatore e la sua famiglia rubarono miliardi di dollari alle casse dello Stato (stime effettuate dopo la fine del regime riportano che siano stati sottratti circa 10 miliardi di dollari da parte di Marcos e della sua famiglia). 

Il regime di Marcos visse un graduale indebolimento a partire dagli anni ’80, per vari fattori: il deterioramento delle condizioni di salute del dittatore, l’ennesima crisi economica scatenata dal calo del prezzo delle materie prime esportate dalle Filippine, ma soprattutto l’insostenibile repressione nei confronti degli oppositori. L’inizio della fine del regime di Marcos ebbe luogo il 23 agosto 1983 con l’uccisione del capo dell’opposizione Benigno Aquino Jr., ritornato nelle Filippine per cercare una transizione politica e porre rimedio alla devastante crisi economica. Egli fu ucciso a sangue freddo non appena atterrato all’aeroporto di Manila. La responsabilità del regime era chiara, anche se non fu mai accertato chi ordinò l’assassinio; l’episodio, unito alla situazione economica critica, innescò una spirale di tensioni che culminò nel febbraio del 1986, con la rivoluzione popolare che depose Marcos. Anche gli Stati Uniti ritirarono il loro appoggio al regime. Il 25 febbraio, Marcos e la sua famiglia lasciarono le Filippine, portando con loro ingenti somme di denaro sottratte allo Stato, oltre a gioielli e altri beni di lusso. Corazón Aquino, la vedova di Benigno Aquino Jr., divenne la nuova Presidente e la democrazia fu ripristinata. 

Ferdinand Marcos morì nel 1989. Due anni dopo, nel 1991, la Presidente Aquino concesse alla vedova Imelda, a suo figlio “Bongbong” e al resto della famiglia di ritornare nelle Filippine. Dopo il rientro in patria, Marcos jr. entrò in politica, diventando deputato, poi Governatore della provincia di Ilocos Norte (carica che aveva già ricoperto durante il regime di suo padre) e, infine, senatore. Nel 2016, corse per la carica di vicepresidente ma fu sconfitto. Nell’ottobre del 2021 ha annunciato la sua candidatura alla presidenza, fino ad ottenere la vittoria nelle recenti elezioni, sulla scia del senso di nostalgia di parte della società filippina per il regime di Marcos, definito da molti come “un’età dell’oro”; bisogna anche tenere presente che oltre la metà della popolazione filippina è nata dopo il 1986: ciò è all’origine di una generale mancanza di consapevolezza su quali fossero le reali condizioni di vita sotto il regime e durante la legge marziale. 

La figura del neoeletto presidente risulta controversa soprattutto per il revisionismo che egli ha spesso operato nei confronti del regime di suo padre. Infatti, Marcos jr. ha più volte minimizzato se non negato le violazioni dei diritti umani commesse durante quel periodo, ridimensionando anche il ruolo da lui svolto e rifiutando di porgere scuse ufficiali alle vittime. Inoltre, egli ha sostenuto che il regime “appartiene al passato” e che “bisogna guardare avanti”, chiedendo di essere giudicato per ciò che riuscirà a realizzare e non per quanto fatto da suo padre. In politica estera, appare probabile che Marcos jr. proseguirà la politica di appeasement del Presidente uscente Duterte nei confronti della Cina circa la disputa sul Mar cinese meridionale. Allo stesso tempo, si prevede un tentativo di riavvicinamento con il tradizionale alleato statunitense. Sul fronte interno, Marcos jr. ha espresso la sua intenzione di proseguire la politica di “law and order” avviata da Durterte, inclusa la guerra alla droga, che ha già suscitato la forte condanna delle organizzazioni in difesa dei diritti umani e di molti paesi occidentali, tra i quali gli stessi Stati Uniti. In tanti, adesso, temono che le Filippine possano scivolare nuovamente verso un regime che di democratico ha solo la facciata. 

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