IL CAMBIO DI TATTICA DEGLI STATI UNITI A “CUBAZUELA”. TRA POLITICA INTERNA E POLITICA ESTERA

15 mins read
Fonte Immagine: armyupress.army.mil

La guerra in Ucraina ha esacerbato a livello globale plurime crisi (alimentare, energetica, migratoria) che stanno scatenando i loro effetti più gravi nel sud del pianeta, costringendo Washington ad attenuare la pressione politica ed economica sui regimi cubano e venezuelano. 

La via mediana di Biden a Cuba

La scorsa settimana il Dipartimento di Stato Usa ha annunciato nuove misure volte a sostenere il popolo cubano attraverso la rimozione di alcuni divieti posti dall’amministrazione Trump che avevano contribuito, insieme all’epidemia di Covid-19 e ai suoi negativi effetti sul turismo (v. grafico), tra le principali fonti di reddito nazionale di Cuba, ad aggravare la situazione economica e umanitaria degli isolani. Le nuove norme eliminano il tetto di 1.000 dollari a trimestre per le vitali rimesse familiari dei cubani espatriati, ripristinano il Programma Cubano per il ricongiungimento familiare, allentano le procedure per l’ottenimento dei visti attraverso l’ambasciata Usa a Guyana e facilitano i viaggi aerei dagli Usa verso l’isola caraibica.

I nuovi provvedimenti si inseriscono nella politica mediana dell’amministrazione Biden verso L’Avana, posizionata a metà strada tra la “massima pressione” trumpiana e la linea del “disgelo” perseguita dall’amministrazione Obama. Congresso e Casa Bianca non rinunciano al bastone della pressione sanzionatoria[1] e dell’avversione ideologica, anche a causa dell’importanza elettorale dei cubano-americani (terzo gruppo ispanico più popoloso d’America) in Stati oscillanti decisivi come la Florida. Così come non rinunciano alla via del cambiamento politico di ispirazione liberale. Scopo strategico dichiarato dei nuovi provvedimenti è infatti la diffusione dei “valori democratici”. Implicito riferimento al classico tentativo americano di ingaggiare il popolo (buono) per dividerlo dall’autocrate o dalla leadership (cattiva), nella (vana?) speranza di un rovesciamento di regime dal basso.

Ma la carota offerta da Washington all’acerrimo nemico ideologico ne riporta l’attenzione sulla realtà. L’obiettivo tattico delle nuove misure è favorire prospettive economiche migliori per i cubani nel tentativo di allentare la pressione migratoria sugli States, con gli arresti alla frontiera Usa-Messico che hanno toccato nuovi record negli ultimi mesi. Tra i fattori causali delle nuove ondate migratorie, che non interessano i soli cubani, vi sono i mali perduranti dell’area latino-americana come la violenza, la repressione politica, la corruzione, la crisi economica e climatica, il tutto aggravato dall’inflazione alimentata dalla pandemia di coronavirus e, negli ultimissimi mesi, dagli effetti “farfalla” generati dalla guerra in Ucraina. Mali particolarmente avvertiti negli Stati meridionali del Messico e nei paesi del Triangolo del Nord (Guatemala, Honduras, El Salvador), principale fonte di migrazione illegale verso la superpotenza a stelle e strisce, ancora considerata la Terra delle opportunità da milioni di persone nonostante la tempesta interna che ne disturba la traiettoria geopolitica. 

Fonte: geopoliticalfutures.com

L’immigrazione permane infatti una spina politica e un punto debole dell’amministrazione Biden che potrebbe segnarne un arresto alle elezioni di midterm del prossimo novembre e in prospettiva anche alle presidenziali 2024. L’apertura a Cuba resta tattica. Nessuna svolta strategica come quella auspicata da Barack Obama.

La partita di poker venezuelana

La realpolitik ha costretto l’idealismo bideniano ad abbracciare temporaneamente un altro dei leader “impresentabili” della regione: Nicolàs Maduro. L’amministrazione Biden aveva esordito rinnovando il sostegno all’artificiale leader dell’opposizione Juan Guaidò e aveva mantenuto l’obiettivo di ottenere il “ritorno alla democrazia in Venezuela attraverso elezioni libere ed eque” (leggi cambio di regime soft) nelle parole del capo di Foggy Bottom Antony Blinken. Fisso l’obiettivo strategico mutava solo la tattica. 

L’amministrazione Trump aveva puntato sullo hard power per rovesciare Maduro. E non solo attraverso la economic warfare[2]. Fallita più volte l’opzione del colpo di stato sostenuto dalla Cia per detronizzare l’erede di Chavez e sostituirlo con un membro della debole opposizione, Trump aveva addirittura flirtato con l’idea di ordinare al Pentagono una operazione militare diretta. Per trovare l’opposizione degli apparati fedrali, contrari allo scenario di un intervento boots on the ground che con elevate probabilità si sarebbe trasformato in impantanamento sul terreno di un paese grande due volte l’Iraq. Scenario politicamente ingiustificabile e insostenibile agli occhi dell’opinione pubblica americana, stanca dell’interventismo muscolare all’estero. Strada peraltro contrastata dalla Colombia, principale satellite strategico sudamericano degli Usa, terrorizzato dagli effetti destabilizzanti (flussi migratori incontrollati) di una simile guerra sulla propria sicurezza nazionale.

L’amministrazione Biden ha deciso invece di giocare la partita venezuelana con più carte nel mazzo. Non più e non solo massima pressione (guerra economica) unilaterale ma coinvolgimento di alleati e partner regionali (su tutti il Canada) ed extra-regionali per costringere il governo Maduro a effettuare qualche concessione politica interna (legittimazione delle opposizioni nel sistema politico e libere elezioni) ed esterna (allontanamento geopolitico da Cina, Russia e Iran) in cambio di un parziale allentamento del soffocamento economico.

Per tutto il 2021 Maduro ha abilmente bluffato, giocando al gatto e al topo con gli americani. In un primo momento si è mostrato aperturista sul piano interno per ottenere un minimo respiro dalla pressione americana, rimanendo restio a rinunciare al vitale sostegno russo, cinese e persiano. Dopo aver concesso all’opposizione la liberazione dal carcere di Freddy Guevara, tra i principali leader anti-chavisti, lo scorso settembre Maduro ottenne dal Dipartimento di Stato Usa lo sblocco di aiuti umanitari ed economici per 366 milioni di dollari, concessi per alleviare la drammatica crisi umanitaria ed alimentare che attanaglia un paese dove quasi il 96% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà, con tassi di malnutrizione infantile che, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, raggiungono quasi il 36%.

Dopo nemmeno un mese Caracas indietreggiava e sospendeva i colloqui con l’opposizione, mediati da Messico e Norvegia, strumentalizzando la vicenda dell’estradizione da Capo Verde agli Usa di Alex Saab, uomo d’affari colombiano, informatore della Drug Enforcement Administration (Dea) tra 2018 e 2019 nonché membro della squadra di negoziatori venezuelani sospettato di intrattenere legami finanziari illeciti con Maduro nelle sue spericolate triangolazioni con iraniani e turchi per aggirare le sanzioni Usa. 

La guerra in Ucraina riavvicina Washington e Caracas?

La condanna dell’aggressione russa dell’Ucraina non è stata affatto globale ed unanime. Oltre al sostegno più o meno accentuato di giganti come India e Cina, Mosca ha ricevuto l’appoggio dei propri clienti geopolitici. Pericolosamente concentrati in quel “giardino di casa” che la superpotenza a stelle strisce ha per lungo tempo trascurato, consapevole o convinta che le “erbacce” che vi potessero crescere non ne avrebbero comunque ostacolato la traiettoria geopolitica. Paesi come Venezuela, Nicaragua e Cuba hanno taciuto sulle colpe moscovite e attribuito le responsabilità del conflitto agli Usa, rei di aver provocato la risposta “difensiva” di Mosca fornendo supporto militare all’Ucraina e allargando ad est la Nato, dal loro punto di vista sinonimo dell’imperialismo egemonico occidentale.

Lo scorso marzo, in piena guerra russo-ucraina, una delegazione di sherpa statunitensi incontrava al palazzo Miraflores il presidente Nicolàs Maduro per discutere l’offerta americana di un allentamento del regime sanzionatorio in cambio del rilascio di cittadini Usa e di un impegno al dialogo con le opposizioni in vista delle elezioni del 2024. Impegno che anche la Piattaforma Unitaria, il gruppo dei partiti di opposizione a Maduro capeggiato da Guaidò deve assicurare. Come ricordato allo stesso agente di prossimità americano dal segretario di Stato Tony Blinken. 

Washington ha ottenuto risultati minimi dalla sortita a Caracas con la scarcerazione di due cittadini americani e la ripresa dei colloqui in Messico tra chavisti ed esponenti dell’opposizione.

Ma oltre la superfice, la causa scatenante l’ultima apertura di gioco americana è la crisi energetica in corso. Le tensioni e l’instabilità nei mercati finanziari e petroliferi europei e globali, conseguenza del caos provocato dalla guerra in Ucraina e dalle sanzioni finanziarie ed energetiche applicate alla Russia da Usa e soci occidentali, hanno indotto la Casa Bianca ad offrire un ramoscello di distensione al regime venezuelano.

Duplice l’obiettivo americano. 

Il primo, di brevissimo termine, si propone di rimpiazzare con il greggio venezuelano una fetta delle importazioni americane di petrolio russo finite sotto embargo, grazie a contratti di fornitura che dovrebbero prevedere una clausola di esclusività per le esportazioni di olio nero venezuelano dirette negli Usa. In cambio Washington offrirebbe alcuni incentivi a Caracas: possibilità di riammissione nel sistema di messagistica finanziaria istantanea Swiftesenzioni per aziende come Chevron[3], Halliburton, Eni e Repsol per tornare ad operare nell’estrazione di greggio venezuelano e riammissione nei mercati mondiali per il settore petrolifero venezuelano, il che aprirebbe la strada alla ricezione di moneta forte in dollari ed euro.

Il secondo, di medio termine e piuttosto ambizioso, si propone di staccare russi e venezuelani facendo leva nei prossimi anni sulla dimidiata capacità di una Russia paria a livello finanziario internazionale nel sostenere la sopravvivenza del mercato petrolifero venezuelano. 

Numerosi e di varia natura gli ostacoli. A partire da quelli tecnici come l’eccessiva densità del greggio bituminoso venezuelano, principale fattore della diminuzione (- 4%) registrata dalle importazioni americane di petrolio venezuelano nell’ultimo bimestre febbraio-marzo, con Washington costretta a rispedire indietro una parte dei barili acquistati in ragione della loro scarsa qualità.  

Soprattutto, permangono limiti geopolitici interni ed esterni. Maduro teme che rinunciando alla protezione diplomatica, economica e militare della Russia, principale potenza esterna di riferimento del regime chavista (Mosca ha venduto a Caracas sistemi d’arma per oltre 10 miliardi di dollari e fornisce anche contractors per la relativa manutenzione), si esporrebbe ad un isolamento internazionale totale in caso di tradimento americano. Il sistema di potere politico-criminale presieduto da Maduro non si fida di una superpotenza tacciata di imperialismo che negli stessi giorni dell’apertura rinnovava la designazione di Caracas come minaccia alla sicurezza nazionale. Per tacere della strenua opposizione ideologica bipartisan di democratici e repubblicani al Congresso verso ogni  timida legittimazione del “dittatore” Maduro. 


[1] Le ultime misure punitive, emanate ai sensi del Global Magnitsky Act, hanno colpito Alvaro Lopez Miera, capo del Ministero della Difesa cubana, e le unità della Brigata Speciale Nazionale del Ministero dell’Interno (i c.d. berretti neri), le forze speciali cubane che lo scorso luglio intervennero per reprimere le proteste anti-governative. 

[2] Contro il regime venezuelano, nell’ultimo lustro gli Usa hanno scatenato la potenza di fuoco delle sanzioni primarie e secondarie tagliando l’accesso al dollaro alla Banca Centrale venezuelana e colpendo i settori finanziario ed energetico del paese con misure devastanti (divieto di accesso al debito, all’equity e ai mercati finanziari degli Usa, divieti sugli acquisti di debito e petrolio venezuelano) che non risparmiarono la PDVSA, la compagnia petrolifera statale.

[3] L’allentamento delle sanzioni economiche consentirà a Chevron di negoziare le licenze con la PDVSA, con la quale Chevron gestisce 4 joint-venture, e di continuare le attività di estrazione e di raffinazione in Venezuela

Classe 1994, laurea in giurisprudenza con lode all’Università LUISS Guido Carli di Roma, ha conseguito un Master in Affari Strategici alla School of Government della LUISS Guido Carli, con tesi in “L’interesse nazionale italiano nel contesto della sfida strategica tra Usa e Cina per la leadership globale. Rischi e opportunità dell’adesione italiana alla Belt&Road Initiative”, e un Master in Geopolitica e Relazioni Internazionali presso il Centro Studi Geopolitica.Info – Università Sapienza di Roma, con tesi in “La maturazione imperiale degli Stati Uniti e il nuovo secolo americano”. Appassionato e studioso di geopolitica americana, collabora con IARI dal giugno 2020 per l’area Usa&Canada, della quale dal settembre 2021 è caporedattore.

Latest from USA E CANADA

AMERICA A MANO ARMATA

Mentre il trascorrere del tempo fa riemergere le spaccature all’interno della Nato sul conflitto russo-ucraino, trasformatosi