DAI MURI AI CHECKPOINT: STRATEGIE DI CONTROLLO ISRAELIANE NEI TPO

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Stella G., Hebron 2018

Ad oggi il controllo dei Territori Palestinesi Occupati da parte di Israele appare sempre più stringente: di quali strumenti si avvale e perché?

Affinché un soggetto possa essere ritenuto realmente sovrano su un territorio occorre che esso sia in grado di esercitare un controllo concreto su quest’ultimo e di organizzarlo. Integrità territoriale e controllo dei movimenti della popolazione e dei confini sono solo alcuni dei prerequisiti essenziali per riconoscere una sovranità statuale.

L’annosa questione palestinese permette al meglio di osservare nella pratica tale assunto, in special modo nei Territori Palestinesi Occupati di quella che oggi conosciamo come West Bank o Cisgiordania. Il territorio infatti risulta essere il perno attorno al quale ruota tutta la strategia politica e di potenza di Israele, il cui obiettivo ultimo è la legittimazione del proprio potere dinanzi alla nazione, in modo da potersi affermare come “unico Stato ebraico al mondo”, seguendo un fil rouge nel quale politica, spazio e religione sono uniti in maniera inestricabile.[1] 

Per raggiungere tali scopi, durante i 74 anni trascorsi dalla sua nascita, lo Stato israeliano ha messo in atto tutta una serie di dinamiche volte all’impedire ogni idea palestinese capace di includere una potenziale dimensione spaziale dal momento che, come ricordato pocanzi, è questo l’elemento basilare di ogni principio di sovranità.

Per quanto riguarda i Territori Palestinesi Occupati, Israele qui include nella propria strategia componenti economiche, di occupazione militare e insediamenti coloniali, perseguendo una linea di “inclusive exclusion” attraverso la quale decide di non annettere questi territori al proprio Stato ma rendere comunque i palestinesi soggetti alle decisioni del proprio governo.

Nello specifico, nella Striscia di Gaza, che si estende per 365 km2 e al cui interno vivono più di due milioni di palestinesi, Israele coniuga controllo dello spazio – attuato mediante la militarizzazione lungo le linee di confine e le recinzioni – e motivazioni economiche, testando in tale area gli armamenti della propria industria bellica, dalla quale ottiene imponenti profitti.[2] 

La situazione è differente in Cisgiordania, dove invece Israele utilizza le così dette “matrici di controllo”, un insieme cioè di atti e fatti territoriali aventi lo scopo di immobilizzare i palestinesi in una serie di procedure militari, burocratiche e urbanistiche, rendendo difficoltoso e talvolta impossibile il movimento e lo sviluppo di questi ultimi nello spazio. Ad oggi la West Bank è suddivisa nelle aree A, B e C come stabilito dagli accordi di Oslo e su di essa, dal 1967 fino a oggi, Israele ha costruito più di 250 colonie e avamposti illegali.

Le matrici di controllo contribuiscono a disegnare l’orizzonte geografico cisgiordano, soprattutto attraverso lo strumento dell’occupazione militare, al fine di sottrarre ai palestinesi quanta più terra possibile: in questo modo infatti lo Stato israeliano riesce a impedire una continuità dello spazio palestinese così come, di conseguenza, lo sviluppo di una possibile entità autonoma.

Queste azioni possono essere ricomprese all’interno di una strategia che potremmo definire di “razionalità economica”, con cui Israele spacca dal di fuori lo spazio palestinese tramite la costruzione di insediamenti coloniali, eretti fuori dai villaggi palestinesi: in tal modo vengono meno le possibili forme di contatto tra un villaggio palestinese e l’altro e lo Stato ebraico si garantisce il controllo tanto sulle direttrici di spostamento quanto sulle fonti di approvvigionamento di beni primari (primo fra tutti l’acqua), assicurandosi così facendo anche il controllo sui singoli soggetti.

Il controllo israeliano sulla West Bank dunque risulta garantito da più fattori che organizzano lo spazio e il suo utilizzo, tra cui annoveriamo la posizione delle colonie, la forma e direttrice di sviluppo di queste ultime, le strade che le collegano l’una alle altre e l’insieme delle pratiche militari utilizzate per proteggere colonie e strade.

Fatta esclusione per Hebron, caso peculiare dal momento in cui le colonie si sviluppano nel cuore stesso del centro cittadino, queste ultime si aprono “a ventaglio” su tutto lo spazio cisgiordano e l’area totale direttamente occupata dal complesso coloniale copre circa il 42% del territorio della West Bank; barriere fisiche e virtuali delle colonie si estendono costantemente in direzione dello spazio palestinese, al fine di dar vita a uno spazio ebraico continuo. La conseguenza di ciò la si può rilevare nell’osservare come le comunità palestinesi vengano qui trasformate in un vero e proprio arcipelago di “isole”, complessi staccati tra loro e inseriti invece all’interno di uno spazio frammentato e accerchiato dalla controparte israeliana. Questa strategia ha come prima, lampante conseguenza, il rendere il movimento ebraico rapido e fluido, quello palestinese invece lento, in molti casi bloccato. 

Ulteriore implementazione di tale blocco è data dalla presenza di checkpoint e barriere fisiche, tra cui riconosciamo blocchi di cemento, recinzioni di ferro, fossati, tumuli di terra. Lungo la “Linea Verde” corre il 10% dei checkpoint totali, mentre il restante 90% si dispiega lungo le principali arterie della Cisgiordania, bloccando così l’accesso ai palestinesi alle strade usate dai coloni israeliani e congelando di fatto la vita palestinese, partendo dalle attività quotidiane quali studio e lavoro fino alla creazione di un più generale e diffuso clima di incertezza che funge da freno inibitorio anche verso l’intraprendere attività volte alla pianificazione del proprio futuro.

In Cisgiordania centinaia di palestinesi attraversano giornalmente più posti di blocco, seppure ai checkpoint nulla venga scritto, catalogato o trasmesso di tali controlli. Ai checkpoint fissi si aggiungono poi quelli mobili, i quali contribuiscono ad aumentare il senso di incertezza del singolo di cui sopra, dato che questi si ritrova a muoversi in uno spazio di definizione altrettanto incerta, in cui una delle prime difficoltà riscontrate sta anche nel capire il tipo di atteggiamento da assumere affinché possa esser lui riconosciuto il diritto al movimento.

La città di Hebron può essere presa come case study in quanto “microcosmo” all’interno del quale osservare le diverse dinamiche strategiche messe in campo dallo Stato israeliano attraverso strutture fisse, come le strade, e infrastrutture create per il controllo dei flussi, come i checkpoint. Nel cuore della città si erge la Tomba dei Patriarchi, in cui sono conservati i resti del patriarca Abramo, rendendola dunque luogo-simbolo di tutte e tre le religioni monoteiste (cristiana, musulmana ed ebraica) e nel medesimo centro cittadino, come accennato in precedenza, sono stati costruiti gli insediamenti coloniali israeliani, poiché così agendo si persegue l’obiettivo dell’appropriazione del luogo, lo sfruttamento di esso e il tentativo di un’omologazione nazionale.

Qui le colonie sono attualmente quattro (Beit Hadassah al-Babbuya, Beit Romano, Avraham Avinu e Tel Rumeida) e la presenza delle forze militari dell’IDF ha un peso cruciale, in quanto il rapporto è di almeno 4 soldati per colono, con un costo della sicurezza non indifferente. Per garantire un controllo dello spazio sempre maggiore e ampliare le misure di separazione e controllo nei confronti dei palestinesi infatti, soprattutto dopo la seconda Intifada del 2000, Israele ha puntato in primis sulla chiusura delle strade e sull’installazione di checkpoint e posti di blocco, sottoponendo il territorio cittadino a coprifuoco continui, restrizioni alla mobilità e chiusura delle principali strade per i residenti palestinesi, prima fra tutte Shuhada Street, un tempo centro economico della città.

Ad oggi ciò che si può osservare è la presenza di percorsi sbarrati, zone inaccessibili, checkpoint lungo l’intera tratta che porta all’entrata della moschea di Abramo e l’imponente presenza di soldati dell’IDF a presidiare i più strategici siti della città. A ciò si aggiunga il fatto che dal 1997 la città è divisa in due aree, Hebron 1 (detta “H-1”), che si estende per 18 km2, ed Hebron 2 (detta “H-2”), con estensione di 4,3 km2 e comprendente tutti i nodi nevralgici cittadini, dal centro storico della Città Vecchia al centro commerciale di Hebron fino all’arteria del traffico in direzione Nord-Sud: per spostarsi da un’area all’altra i palestinesi devono compiere lunghe e numerose deviazioni, passando almeno un checkpoint. Quelli lungo i confini di H-2 sono 17, a cui se ne aggiungono 14 non fissi e più di 100 barriere fisiche, volti a limitare o impedire la circolazione. Da ciò si deduce dunque come il concetto di appropriazione del luogo spesso si realizzi anche attraverso la militarizzazione di quest’ultimo, andando ad aggiungere alle precedenti osservazioni anche il fatto che sono frequenti le dichiarazioni delle forze dell’IDF attraverso cui determinate zone vengono riconosciute come “aree militari” alle quali viene impedito l’accesso ai soggetti non registrati come residenti.

E’ chiaro dunque come al giorno d’oggi la terra continui ad avere un valore preponderante all’interno della strategia geopolitica israeliana: il controllo sulla popolazione palestinese diviene sempre più stringente, anche su quella che possiamo considerare “nuda vita”, dal movimento allo studio o al lavoro, il tutto con l’obiettivo di impedire l’insorgere di una qualche organizzazione realmente sovrana da parte di un’entità palestinese sul proprio territorio. Spezzettamento di esso, costruzione di nuovi insediamenti coloniali, militarizzazione dei luoghi anche con ingenti costi sono solo alla base della strategia sionista del controllo dei Territori Palestinesi Occupati, sui quali le dinamiche di controllo israeliane appaiono di giorno in giorno sempre più forti.


[1] v. “Israele, lo Stato degli ebrei” in “Limes. Rivista italiana di geopolitica”, 9, 2018

[2] v. Bartolomei E., Carminati D., Tradardi A., Gaza e l’industria israeliana della violenza, Derive Approdi, giugno 2015

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