ILLECITI NELL’ONU: GLI ABUSI SESSUALI DEI PEACEKEEPERS

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Fonte Immagine: https://www.theguardian.com/world/2015/sep/18/un-criticised-for-failure-to-pursue-allegations-against-staff

Le Nazioni Unite sono l’organizzazione cardine del sistema internazionale odierno, e in quanto tale si pongono l’obiettivo di mantenere la pace e promuovere la cooperazione a livello globale. A tal fine è fondamentale l’esistenza di un sistema efficace che assicuri i ricorsi individuali e collettivi per le vittime di illeciti, e che permetta loro di ottenere il giusto risarcimento. 

Come cita l’art. 1 par. 2 della Carta istitutiva ONU, l’obiettivo dell’Organizzazione è quello di “prendere efficaci misure collettive per prevenire e rimuovere le minacce alla pace e per reprimere gli atti di aggressione o le altre violazioni della pace”. La funzione di mantenimento della pace si realizza con l’istituto del peacekeeping, vale a dire il dispiegamento di truppe messe a disposizione da uno Stato e controllate dall’Organizzazione, che hanno l’obiettivo di riportare stabilità nei Paesi in cui sussistono minacce alla pace, e di proteggerne la popolazione. Tuttavia, è spesso accaduto che i peace-keepers intraprendessero azioni lesive nei confronti delle popolazioni locali, sollevando dubbi sull’efficacia di tale istituto e sulle Nazioni Unite stesse, e soprattutto problematiche rispetto all’attribuzione della responsabilità giuridica. 

La responsabilità internazionale delle organizzazioni internazionali 

L’attribuzione della responsabilità per atti illeciti a un’organizzazione internazionale risulta più complessa rispetto a quanto accade per gli stati, in quanto la personalità giuridica delle prime non è pari a quella degli attori statali, non avendo esse un territorio e una popolazione su cui esercitare i loro poteri sovrani.

Per tale motivo, nel diritto internazionale si segue il principio di effettività, secondo il quale non ci si deve attenere allo statuto su cui si fonda l’organizzazione, bensì all’effettiva esistenza e funzionamento dei suoi organi. La personalità giuridica delle organizzazioni internazionali è stata riconosciuta per la prima volta nella sentenza della Corte internazionale di giustizia sul caso Bernadotte, in cui si è altresì affermata la possibilità per la vittima di agire sul piano legale per ottenere il risarcimento dei danni. 

Attualmente la questione è regolata da un progetto di articoli (DARIO) stilato dalla Commissione del diritto internazionale nel 2011, il cui art. 8 afferma che la condotta di un agente o di un organo di un’organizzazione è da considerarsi come un’azione dell’organizzazione stessa. Ne consegue che, logicamente, un’azione illecita posta in essere da un peace-keepers sia da attribuire alle Nazioni Unite. Tuttavia, dalla prassi si evince come, a causa delle immunità di cui gode l’ONU, le vittime non sono quasi mai riuscite a ricevere un risarcimento adeguato al danno subito. 

Gli abusi sessuali da parte dei peace-keepers

Quando parliamo di illeciti commessi dai peace-keepers, si fa riferimento soprattutto alle violenze sessuali che essi perpetrano contro donne e bambini dei paesi in cui agiscono. Questi episodi si sono verificati soprattutto nei paesi africani, primo fra tutti la Repubblica democratica del Congo, dove sono stati lamentati circa 150 abusi sessuali da parte dei membri della missione MONUC, molti dei quali riguardanti minori. 

Secondo lo studio “Nessuno a cui dirlo” di Save the Children, molti degli abusi rimangono sommersi: in questo studio si auspica l’istituzione di un figura di controllo a livello globale, vale a dire un “global watchdog” che monitori gli sforzi delle agenzie internazionali nel contrasto agli abusi e che promuova risposte più efficaci al problema. Secondo il rapporto, la forma di abuso più frequente è quella verbale, che si riscontra nel 65% dei casi, seguita dal “sesso coatto”, a cui le vittime sono indotte in cambio di cibo o altri beni primari. 

In un articolo di AlJazeera si parla anche del caso del Gabon, il cui Ministero della Difesa ha deciso di ritirare 450 contingenti delle Nazioni Unite dopo aver ricevuto lamentele rispetto ad abusi sessuali, affermando che nel Paese si erano verificati una serie di “atti eccezionalmente gravi che vanno contro l’etica militare e l’onore delle forze armate”. Nonostante le diverse accuse di violenze sessuali subite dalla popolazione da parte dei peace-keepers, la questione non è mai divenuta di dominio pubblico, e nel 2017 i giudici francesi hanno rigettato le denunce contro i soldati francesi affermando che non vi fossero prove sufficienti. 

Le risposte delle Nazioni Unite al problema

Quello delle accuse di violenze sessuali è quindi un problema molto diffuso nelle Nazioni Unite, che ha certamente degli effetti negativi sulla reputazione dell’organizzazione stessa, soprattutto alla luce degli obiettivi di pace di cui si fa portatrice.

Le lacune presenti nel sistema dell’ONU rispetto all’imputabilità degli atti illeciti commessi dagli agenti dell’Organizzazione rende complesso per le vittime di abuso ottenere la giusta riparazione, il che non fa altro che peggiorare il problema. In particolare, tali avvenimenti minano la fiducia degli Stati e del sistema internazionale nel suo complesso nei confronti delle Nazioni Unite, in quanto si tratta di azioni contrarie ai principi dichiarati nella Carta dell’organizzazione.

Per tale motivo, negli ultimi anni all’interno delle Nazioni Unite sono state prese diverse iniziative per migliorare l’istituto del peacekeeping: prima fra tutte possiamo citare l’Azione per il mantenimento della pace (A4P), che si impegna a rafforzare la protezione dei civili nelle operazioni di mantenimento della pace e la buona condotta da parte dei membri delle truppe, abbracciando in particolare una politica di tolleranza zero per tutte le forme di sfruttamento e violenza sessuali.

Inoltre, nel 2003 l’Assemblea Generale ha adottato una risoluzione in cui si chiede al Segretario Generale di adottare misure che prevengano situazione di abuso da parte dei peace-keepers e di rispondere rapidamente qualora queste avvenissero. 

Il documento più rilevante è però il Rapporto Zeid, del principe Zeid bin Ra’ad Al Hussein, ex rappresentante permanente della Giordania presso l’ONU. Tale rapporto suggerisce una strategia globale per eliminare il futuro sfruttamento e gli abusi sessuali nelle operazioni di peace-keeping, e propone un pacchetto di riforme sia per il Segretariato delle Nazioni Unite che per gli Stati membri. Nonostante il focus del Rapporto sia la violenza sessuale, il documento pone in rilievo anche altri comportamenti scorretti evidenziati nelle missioni di mantenimento della pace, che testimoniano anche una capacità insufficiente delle Nazioni Unite di condurre indagini. Una delle prime risposte a questo problema è stata infatti la creazione dell’Unità di condotta e disciplina e l’istituzione di gruppi di condotta e disciplina nelle missioni sul campo nel novembre 2005. 

Il Rapporto Zeid è stato il trampolino di lancio per cambiamenti interni all’Organizzazione che sono avvenuti negli anni successivi. Per citarne uno, con la risoluzione A/69/779 dell’Assemblea Generale, è stata ampliata la formazione e il controllo del personale per precedenti comportamenti scorretti, ed è stata posta un’enfasi particolare sul sostegno alle vittime, che è forse la parte più importante. 

La consapevolezza che l’Organizzazione sta maturando sulle violenze sessuali perpetuate dalle truppe di peace-keeping ha senza dubbio portato a dei miglioramenti nel sistema, ma la strada è senz’altro ancora lunga. L’evoluzione più consistente dev’essere fatta rispetto al sistema di punizione dei colpevoli, così da dare credibilità alle Nazioni Unite. L’incapacità di attribuire la responsabilità a chi di dovere, infatti, mette in dubbio i principi perseguiti dall’Organizzazione, e rischia così di far saltare tutto il sistema, anche perché, secondo il già citato art. 8 DARIO, l’illecito sarebbe attribuibile all’Organizzazione.

Tuttavia, ad oggi, l’ONU non è mai stata in grado di offrire la giusta riparazione alle vittime, anche in casi che esulano dagli abusi sessuali come nel caso del colera portato dai peace-keeper nepalesi ad Haiti, a cui si è risposto con una serie di piani d’azione non proporzionali al danno subito dalla popolazione locale. Ciò sembra dimostrare una riluttanza da parte delle Nazioni Unite a riconoscere le proprie responsabilità, che potrebbe comportare una perdita di fiducia da parte della comunità internazionale. Per quanto riguarda i casi di abuso sessuale, di peculiare importanza, sul piano umano, è il sostegno psicologico da offrire alle vittime, da un lato sempre per dimostrare coerenza con gli obiettivi che l’ONU si propone di perseguire, dall’altro per realizzare una vera e propria protezione delle popolazioni in cui le truppe di peacekeeping sono dispiegate. 

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