STATI UNITI E SOMALIA: BIDEN E LA LOTTA CONTRO IL TERRORISMO DI AL-SHABAAB

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Fonte Immagine: foreignpolicy

Il presidente Biden ha deciso di ridistribuire le truppe statunitensi in Somalia allo scopo di contrastare il gruppo terroristico al-Shabaab. All’indomani delle elezioni in un Paese sull’orlo della guerra civile e di una possibile crisi alimentare, Washington riprenderà così la missione di consulenza, assistenza e addestramento della forza d’élite antiterrorismo somala.

Un ritorno al passato per Washington

La mossa del presidente statunitense Joe Biden di ricollocare i soldati in Somalia rappresenta a tutti gli effetti un’inversione di rotta rispetto alla decisione del 2020 di Donald Trump di ritirare i soldati dal Paese. L’amministrazione Biden giudica necessario il contrasto al terrorismo somalo facente capo ad al-Shabaab in considerazione della “minaccia che rappresenta” e ritenendo ora imprescindibile una presenza americana “persistente” sul territorio.

Nel 2019 lo stesso Trump aveva definito l’insurrezione islamista una “minaccia insolita e straordinaria”per gli Stati Uniti, decidendo poi la riapertura della missione diplomatica americana a Mogadiscio per la prima volta dal 1991. E lo stesso tycoon autorizzò i militari a effettuare attacchi di precisione contro al-Shabaab nel marzo del 2017. L’anno successivo Washington condusse 47 attacchi aerei contro il gruppo terroristico, uccidendo oltre 337 militanti. Tuttavia i funzionari della Difesa americana si dimostrarono abbastanza scettici circa la buona riuscita della missione che secondo le loro considerazioni avrebbe richiesto almeno sette anni per poter essere conclusa con successo. Fino alla decisione del tycoon, sul finire della sua permanenza allo Studio Ovale, di ritirare le forze americane dal territorio somalo.

Quali difficoltà incontrarono le forze statunitensi nel contrasto ad al-Shabaab?

Durante la loro permanenza in Somalia, le forze speciali statunitensi si scontrarono con il tentativo di addestrare un’unità d’élite dell’esercito somalo in grado di sconfiggere sul campo i militanti legati ad al Qaeda. Per la buona riuscita della missione, non giovò, di certo, il graduale disimpegno di Washington in diversi scenari internazionali, tra i quali, quello siriano. E quello già programmato per il ritorno ai casa dei propri soldati da quelle che venivano considerate le cosiddette “forever war” Prima fra tutte quella sullo scenario afghano.

Nonostante queste problematiche, per quasi due anni una squadra di forze speciali a stelle e strisce venne aggregata all’esercito nazionale somalo: oltre a fornire consulenza su attacchi aerei e a terra, il compito principale dei Navy SEALfu quello di formare e addestrare la forza di fanteria leggera somala, la Danab. Tuttavia il numero esiguo di soldati locali, circa 500, impediva un’efficace controllo del territorio, specie lungo la costa, estesa quanto quella orientale degli Stati Uniti, attribuendole il difficile compito di “ripulire” i villaggi e cittadine del Paese africano dai militanti terroristici.

Come si articolerà la strategia di Biden in Somalia?

Sicurezza e stabilità: saranno questi i perni attorno al quale ruoterà la strategia di Biden in Somalia. La lotta contro al-Shabaab risulterà essere inoltre di importanza vitale per proteggere i principali alleati strategici statunitensi nella regione, come ad esempio Kenya e Etiopia, già vittime di attacchi da parte del gruppo terroristico.

All’indomani della conferenza di Londra (maggio 2017), incentrata sul futuro della Somalia, fu l’allora segretario alla Difesa statunitense Jim Mattis ad addossare sulle spalle degli Stati Uniti la responsabilità di “addestrare un numero specifico di fanteria leggera” in grado di dare la spallata vincente contro i terroristi. Il resto delle forze di sicurezza somale sarebbe stato addestrato tramite un lavoro di sinergia tra Ue, Turchia, Emirati Arabi Uniti. Ma anche a causa del comportamento di alcune unità militari locali che, voltando le spalle all’esercito nazionale, andarono poi a rinforzare le fila delle milizie e dei clan, i risultati raggiunti dal gruppo di lavoro risultarono essere poco soddisfacenti,

Gli statunitensi dovranno lavorare per far conquistare alle forze somale un certo grado di rappresentatività nelle aree dove esse andranno ad operare. Secondariamente per la buona riuscita della missione diverrà imprescindibile la messa in sicurezza delle aree intorno alla capitale Mogadiscio, coadiuvando l’esercito somalo nelle attività di intelligence. Il pericolo, infatti, non giunge inoltre soltanto da al-Shabaab ma anche dalle rimostranze dei clan locali.

Chi controlla la Somalia?

Nell’ultimo anno e mezzo la crisi politica che ha caratterizzato la Somalia ha condotto il Paese sull’orlo della guerra civile. L’ex presidente federale ad interim della Somalia Mohamed Abdullahi “Farmajo”, rimasto al potere, data l’impasse politica, dopo la scadenza naturale del suo mandato, fu costretto  l’aprile scorso a firmare una legge elettorale che gli concedeva altri due anni al potere: con figure di spicco che si son rifiutate di riconoscere la sua autorità, l’esercito federale si è letteralmente frantumato in fazioni opposte, combattendo una lotta continua per le strade della capitale Mogadiscio.

La crisi si attenuò, seppur soltanto parzialmente, con il dietrofront di Farmajo di revocare la prorogatio imperii. È in questo contesto che può essere inquadrata la lotta contro al Shabaab che, come visto, è andata di pari passo con la crisi politica che ha attanagliato il Paese africano. A complicare le cose è sopraggiunta l’azione condotta dalla milizia anticonformista Ahlu Sunnah Wal Jama’a (ASWJ), un tempo la principale forza militare nella lotta contro al Shabaab, che ha deciso di riattivarsi per prendere di mira proprio il governo di Farmajo.

A provare a riportare ordine e stabilità ci proverà ora Hassan Sheikh Mohamudeletto nel maggio di quest’anno nuovo presidente della Somalia dopo una votazione aperta soltanto ai parlamentari del Paese a causa di problemi di sicurezza per lo svolgimento di elezioni più ampie. Oltre al fascicolo terrorismo, Mohamud dovrà affrontare l’impatto di una siccità in corso che secondo il parere dell’Onu metterà a rischio la vita di 3,5 milioni di somali.

Il neoeletto presidente somalo ha accolto con favore la notizia che le forze operative speciali statunitensi forniranno nuovamente il proprio supporto nella lotta contro il gruppo terroristico al-Shabab. Mohamud ha ringraziato infatti il presidente Biden, definendo gli Stati Uniti un partner affidabile nella “ricerca di stabilità e lotta contro il terrorismo”. Dal canto loro gli Stati Uniti si auspicano che Mohamud possa dare avvio a quelle riforme politiche, economiche e sicurezza necessarie per la realizzazione di una Somalia pacifica, democratica e prospera.

mappa della Somalia e del controllo territoriale dei vari gruppi

Mohamud-Biden: una nuova partnership per la Somalia?

Dopo aver posto fine ad una delle cosiddette “forever war”, ovvero quella in Afghanistan, Biden ha deciso per l’invio di un nuovo contingente di truppe in Somalia. Con l’arrivo di Stephen M. Schwartz, primo ambasciatore dagli Stati Uniti in Somalia dopo un quarto di secolo, il già martoriato Stato africano si auspica l’inizio di una nuova era nelle relazionicon la superpotenza occidentale.

La decisione di Biden di riposizionare le truppe americane sul territorio somalo rappresenta senza dubbio già un buon punto di partenza per esercitare un certo grado di pressione sul gruppo militante. Ma gli effetti della siccità e l’impennata dei prezzi alimentari, aggravati dalla guerra in Ucraina e la dipendenza della Somalia tanto dall’Ucraina quanto dalla Russia per circa il 90% delle sue importazioni di grano, potrebbero avere l’effetto detonatore di inasprire ulteriormente le questioni sociali.

Servirà dunque una fase di graduale riformismo sociale, di ascolto e canalizzazione delle varie istanze provenienti dai vari gruppi ed etnie che formano la composita società somala. E diverrà necessario scongiurare il rischio di una crisi alimentare che vada a tagliare le gambe al già debole e martoriato tessuto sociale somalo. Il gruppo militante terroristico ha già dimostrato di saper sfruttare a lungo l’instabilità politica e lo stallo istituzionale per rafforzare la sua presa nel Paese. Una riproposizione di questo scenario sarebbe un’ulteriore mazzata che tanto la Somalia, quanto l’intero continente africano, non possono permettersi di subire. Biden dovrà cercare di spendere tutta la sua esperienza nello scacchiere internazionale per evitare che un simile scenario possa concretizzarsi.

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