MONTENEGRO E OPEN BALKAN: UNA STORIA IMPREVEDIBILE

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Con il nuovo governo, il Montenegro è più vicino al mercato unico che si sta creando nei Balcani occidentali, ma resta la domanda se ne entrerà davvero a far parte. 

Dopo mesi di trattative e di incertezza, il 28 aprile il Montenegro ha ottenuto un nuovo governo. Il governo di minoranza, guidato da Dritan Abazović, è una soluzione transitoria che dovrebbe risolvere alcuni dei problemi politici in Paese, caratterizzato da una società molto divisa, in attesa delle elezioni del prossimo anno.

La composizione del nuovo governo mostra al meglio la sua fragilità: oltre al movimento riformista URA (filo-occidentale) guidato da Abazović, il governo comprende anche il Partito popolare socialista (orientato alla cooperazione con la Serbia e piuttosto scettico nei confronti della NATO), i socialdemocratici (filomontenegrini e filo-occidentali) e i partiti delle minoranze bosniaca, croata e albanese. Il Fronte Democratico (DF) è rimasto fuori dal governo – un partito rivolto alla Serbia e alla Russia, che faceva parte del precedente governo, così come il Partito Democratico dei Socialisti (DPS) dell’attuale presidente del Montenegro, Milo Đukanović.

A differenza del DF, il DPS ha annunciato che sosterrà il nuovo governo in Parlamento, anche se non parteciperà all’esecutivo, il che sembra essere il primo passo nell’intenzione del partito di tornare al potere il prossimo anno.

Una delle questioni di politica estera che attira molta attenzione pubblica in Montenegro riguarda l’iniziativa Open Balkan, a cui questo Paese ha rifiutato di aderire nel 2019 con il governo guidato dal DPS. Dopo il cambio del DPS nelle elezioni dell’agosto 2020, si è formato un nuovo governo con Zdravko Krivokapić a capo. Anche questo governo non è riuscito ad avvicinare il Paese a questo nuovo tipo di cooperazione ai suoi vicini a causa dei diversi atteggiamenti dei partiti che ne facevano parte. In quel periodo, Abazovic considerava Open Balkan un’idea buona ma mal presentata. Ad oggi, invece, la menziona nell’ambito dell’annunciata revisione delle iniziative regionali al fine di determinare se siano utili per il Montenegro.

C’è una grande resistenza nel Paese all’adesione a questo progetto. Uno dei partiti politici che resiste di più è il DPS, che vede l’Open Balkan come uno dei passi verso la realizzazione di un progetto politico della Grande Serbia. I precedenti governi hanno costruito un’immagine molto negativa dell’iniziativa, provocando la resistenza di una parte significativa dell’opinione pubblica montenegrina quando si tratta di rafforzare i legami economici nei Balcani occidentali e di aprire i confini con Serbia e Albania, i quali sono percepiti come i maggiori vincitori in quel caso.

In Montenegro si teme che il suo mercato possa essere inondato da merci provenienti da altri Stati membri dell’iniziativa Open Balkan, il che avrebbe enormi conseguenze per la produzione domestica. I timori alludono principalmente alla Serbia, che è percepita come l’economia più grande e influente di questa regione, nella quale i prodotti montenegrini non potrebbero essere competitivi. Allo stesso tempo, i maggiori oppositori del mercato unico ignorano i suoi altri segmenti (la libera circolazione dei lavoratori, dei capitali e dei servizi) che potrebbero influenzare l’economia montenegrina, costringendola a ricostruire una capacità industriale abbandonata che, insieme all’agricoltura e al turismo , potrebbe portare a una crescita economica più rapida e alla riduzione del deficit del commercio estero.

Inoltre, alcuni attori politici e accademici in Montenegro stanno rafforzando la percezione negativa dell’Open Balkan con l’idea che rappresenti la reincarnazione della Jugoslavia. In questo modo, continua a essere promossa la narrazione dell’ex Jugoslavia come “prigione di popoli” che è stata presente in molti degli Stati emersi dalla sua disintegrazione. Questa narrazione nega anche la prosperità e lo sviluppo che alcuni Paesi dell’ex Jugoslavia hanno sperimentato in quella federazione, incluso il Montenegro, che ha ricevuto enormi risorse finanziarie attraverso il Fondo per le aree meno sviluppate. Questo Fondo consentiva alle repubbliche più ricche di aiutare lo sviluppo di quelle meno sviluppate all’interno della federazione. Grazie in gran parte a ciò, il Montenegro ha sviluppato tutti i rami dell’economia e diversificato la produzione, basando lo sviluppo economico sul settore reale e non solo sui servizi come si fa oggi.

Il timore di una più profonda cooperazione regionale è una contraddizione anche in termini di integrazione europea, che ha una componente politica oltre a quella economica. Pertanto, la giustificazione del rifiuto del Montenegro di aderire all’Open Balkan potrebbe anche essere la sua ambizione di diventare un membro dell’UE prima dei suoi vicini. Pertanto, i legami più forti tra i Paesi balcanici sono visti come una situazione di stallo nell’integrazione europea e “rimanendo nel cortile di casa dell’UE”. In questa direzione vanno anche le dichiarazioni di alcuni funzionari dello Stato, che sottolineano l’impegno del Montenegro nel Processo di Berlino, un’iniziativa diplomatica regionale lanciata dall’UE.

Nonostante le aspettative fossero elevate, il Processo di Berlino non ha accelerato l’integrazione europea dei Paesi della regione balcanica, che è stato anche uno dei motivi per la nascita di un progetto autoctono come Open Balkan.

Tuttavia, la buona notizia per questa iniziativa arriva da Berlino. Dopo l’incontro con Aleksandar Vučić e Albin Kurti, il cancelliere tedesco ha dichiarato che si sarebbe impegnato personalmente a sbloccare il processo.

D’altra parte, il rilancio del Processo di Berlino potrebbe essere una cattiva notizia per  l’Open Balkan e il suo eventuale allargamento. In tal caso, i Paesi che non ne fanno parte non avrebbero un forte motivo per aderirvi, mentre d’altra parte, il formato di cooperazione offerto dall’UE sarà probabilmente abbastanza convincente. Così, l’Unione Europea ha vinto, perché la zona balcanica non cadrà sotto l’influenza russa, di particolare importanza nel contesto della guerra in Ucraina.

Anche i Paesi candidati saranno relativamente soddisfatti dell’affermazione che l’adesione è ancora un’opzione, ma solo dopo che le condizioni stabilite dall’UE saranno soddisfatte. Data la lentezza delle riforme nei Balcani occidentali, la loro adesione all’UE non avverrà nel prossimo futuro. Anche questo avvantaggia Bruxelles perché l’Unione europea è ancora affaticata dall’allargamento precedente e un ulteriore ampliamento destabilizzerebbe le istituzioni europee.

Il fatto che l’allargamento dell’UE non avvenga a breve potrebbe essere un motivo sufficiente per approfondire la cooperazione nei Balcani occidentali attraverso un’iniziativa come l’Open Balkan, che, a prescindere dalle diverse interpretazioni nella regione, non è una forma politica ma soprattutto economica di cooperazione. Facendo affidamento sulle proprie forze, i Paesi dei Balcani occidentali possono persino migliorare la propria immagine agli occhi dell’Unione europea. Inoltre, nei tre anni della sua esistenza, questa iniziativa ha già dato i primi risultati, ed è stata annunciata a partire dal 1 gennaio 2023 l’eliminazione dei controlli alle frontiere tra Albania, Macedonia del Nord e Serbia.

In aggiunta, è molto certo che non ci sarà un percorso individuale per i Paesi candidati dei Balcani occidentali, ma è più probabile che tutti loro aderiscano insieme all’UE. Pertanto, sembra utile che il Montenegro accetti un’iniziativa regionale attualmente funzionante e non sostitutiva, ma complementare alle iniziative europee che attualmente non stanno funzionando molto bene. Resta la domanda se il nuovo governo sarà in grado di affrontare i numerosi rischi della realtà politica del Montenegro in questo momento e di conciliare concetti contrastanti, almeno sul tema della cooperazione nei Balcani.

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