ELEZIONI IN LIBANO. BATTUTA D’ARRESTO PER HEZBOLLAH, AVANZANO GLI INDIPENDENTI

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Fonte immagine: ReportDifesa

Il “Partito di Dio” e suoi alleati sciiti e cristiani perdono consenso e non raggiungono la maggioranza in Parlamento. Il risultato elettorale disegna un Parlamento frammentato in cui si fanno strada gli indipendenti.

Le elezioni parlamentari libanesi, le prime tenutesi dopo lo scoppio nel 2019 della più grande crisi politica ed economica del Paese, dai tempi della guerra civile (1975-1990) – e anche la prima dopo la grande esplosione nel porto di Beirut – hanno prodotto un parlamento frammentato e nessuna maggioranza. Il voto mostra in parte scenari già noti e non produce quel cambiamento tanto agognato quanto necessario. 

Il partito sciita libanese Hezbollah, sostenuto dall’Iran, e i suoi alleati di Amal e della Corrente Patriottica Libera perdono la maggioranza in Parlamento. Secondo i dati diffusi dal Ministero degli Interni libanese, infatti, se da un lato il “Partito di Dio” e il suo alleato rafforzano le proprie posizioni nelle rispettive roccaforti, nel complesso la coalizione filo-iraniana perde consensi e con essi la maggioranza dei 70 seggi del 2018, restando sotto la soglia dei 64.  A venir meno è stata forse la fiducia dei libanesi nelle componenti non sciite della coalizione di maggioranza – in particolare proprio nella Corrente patriottica libera (CPL) dell’attuale capo dello Stato Michel Aoun – che ne legittimavano e rafforzavano la posizione per molti versi apicale all’interno del sistema confessionale libanese. La misura del declino del CPL è data dal passaggio da 29 a soli 17 seggi. 

I principali vincitori di questa tornata elettorale sono le Forze Libanesi (FL), capeggiate da Samir Geagea, che ottengono quattro seggi in più rispetto al 2018. Altro dato nuovo e significativo è l’avanzata di alcuni candidati indipendenti (16 seggi), molti dei quali “figli” dei movimenti di protesta del 2019, che mirano a sradicare la tradizionale classe politica che considerano corrotta e inefficiente, rea di aver condotto il Paese alla rovina. 

Il cosiddetto “voto di protesta” guadagna invece 13 seggi. Secondo Roberta La Fortezza, analista per la regione Mena e Sahel per Ernst Young Ifi Security, che studia da anni le vicende del paese dei cedri, «Trattandosi […] di gruppi del tutto nuovi nel panorama parlamentare libanese, non è al momento chiaro come andranno a inserirsi nelle esistenti dinamiche parlamentari soprattutto se si considera che tutti questi gruppi hanno una essenza fondamentalmente anti-sistema [..]. Entrambi i gruppi potrebbero incidere e finanche alterare i prossimi equilibri parlamentari».

L’affluenza alle urne è stata inferiore rispetto alle elezioni precedenti, con la partecipazione del 49% circa degli aventi diritto. Questo dato si spiega, in Libano come altrove, nella perdita di fiducia nel voto come strumento di cambiamento, ma è anche condizionato da un sistema elettorale che blinda i risultati in molti collegi. 

Le elezioni in Libano, che secondo gli osservatori europei si sono svolte molto al di sotto degli standard internazionali, riflettono la frammentazione del Paese. Una più chiara mappa parlamentare emergerà solo quando si saranno formate le coalizioni necessarie a ricomporre questo grande mosaico. Oggi il Libano è un Paese al collasso ma pur sempre uno dei principali attori nello scacchiere mediorientale la cui strada verso una stabilità e una reale ripresa appare ancora ripida e incerta.

Laurea in Governance e Sistema Globale conseguita presso la facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Cagliari con una tesi intitolata "Essere musulmani europei. Un'identità plurale e in divenire". Il suo principale ambito di ricerca riguarda la presenza musulmana in Europa, con particolare attenzione ai rapporti tra le comunità islamiche e gli Stati. Particolare attenzione è rivolta altresì all'area Vicino e Medio Orientale, nello specifico all'Egitto.

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