YEMEN: TREGUA DELLE ARMI E GUERRA DELLE NARRATIVE. IL CASO DEGLI HOUTHIS

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Fonte Immagine: AFP - Getty Images

La tregua firmata il primo aprile avvicina (forse) finalmente lo Yemen alla fine del conflitto armato iniziato nel 2015. Tuttavia, se da un lato vige il silenzio delle armi, dall’altra parte la guerra delle differenti narrazioni procede più spedita che mai e si concentra su un soggetto chiave nelle dinamiche belliche: gli Houthis. Chi sono davvero, quali sono le loro priorità e come si possono conciliare delle visioni così differenti per raggiungere una pace sostenibile nel lungo periodo?

Dopo 7 anni di intensa guerra in Yemen il primo aprile 2022 è stata annunciata una tregua nel conflitto armato, mediata dalle Nazioni Unite e della durata di 2 mesi. La tregua è entrata ufficialmente in vigore dal 2 Aprile 2022 alle ore 19 ed è stato proprio l’inviato speciale delle Nazioni Unite in Yemen, Hans Grundberg, ad annunciare il raggiungimento di un accordo fra le parti coinvolte; già dalle parole di Grundberg si può notare un primo elemento rilevante, in quanto egli ha fatto riferimento alle “parties”, senza citarle esplicitamente.

La tregua è dunque da intendersi fra gli Houthis, milizia yemenita supportata dall’Iran, e dal governo internazionalmente riconosciuto di Sanaa, che fin dall’inizio della guerra ha avuto il fondamentale appoggio della coalizione internazionale guidata dall’Arabia Saudita. Della coalizione internazionale, tuttavia, non c’è traccia nello statement di Grundeberg, anche se quest’ultima ha avvallato la tregua in Yemen e ha dato l’ok allo stop di raid aerei sui territori controllati dagli Houthis, condizione ritenuta imprescindibile proprio da questi ultimi per interrompere i combattimenti.

A completare il quadro degli effetti della tregua, il presidente Hadi ha lasciato la guida del paese e ha ceduto i suoi poteri a un consiglio presidenziale, che sarà responsabile di attuare i termini previsti dalla tregua.

Se il 2022 era iniziato nel segno di una possibile nuova fase del conflitto in Yemen, la tregua è stato uno sviluppo decisamente rapido e inaspettato, guidato da numerosi fattori. Il più rilevante è stato con ogni probabilità la volontà di Riyadh (su pressione americana) di uscire da uno scontro armato che avanti ormai da 7 anni e che ha visto gli Houthis (grazie all’aiuto di Teheran) aumentare fortemente nel tempo le loro capacità militari, fino agli attacchi rivolti agli Emirati Arabi Uniti di inizio 2022.

Oltre a ciò per la prima volta dall’inizio della guerra è stato raggiunto una sorta di equilibrio militare tra gli Houthis e la coalizione internazionale, che stava logorando entrambe le fazioni: il mix di questi elementi è culminato nella tregua del primo aprile, che un mese dopo sembra essere ancora abbastanza salda. La pressione adesso è tutta sulle spalle delle Nazioni Unite, che devono dimostrare di essere in grado mantenere quanto raggiunto fin ora: dovesse fallire anche questo tentativo, dopo l’insuccesso dell’accordo di Stoccolma del 2018, le Nazioni Unite perderebbero definitivamente la fiducia del popolo yemenita e la situazione tornerebbe al punto di partenza.

In questa nuova fase del conflitto yemenita e ai fini del mantenimento della tregua uno dei soggetti chiave, ancora più che rispetto al passato, sono sicuramente gli Houthis. Essi possono rivelarsi il tassello decisivo per il raggiungimento della pace negativa, tappa essenziale per cercare di avviare un qualunque processo di ricostruzione e riconciliazione nel paese.

Tuttavia, dopo anni di conflitto armato, manca ancora un quadro definitivo circa quelle che sono le loro priorità, i loro obiettivi e sulla vera natura di tale gruppo: come spesso accade in guerre multidimensionali e con una vasta gamma di attori coinvolti, ciò è dovuto principalmente all’esistenza di differenti narrative nel paese riguardo gli Houthis.

Ciò che è certo è che nessuno sviluppo significativo verso la fine del conflitto potrà essere raggiunto senza l’inclusione degli Houthis al tavolo delle trattative, anche se questi ultimi hanno dimostrato più volte di non essere inclini a compromessi di nessun tipo.

Tentare di ricostruire un’immagine unica di un soggetto così variegato e multiforme come gli Houthis attraverso le diverse narrazioni esistenti nel paese è un processo estremamente complesso, ma che al contempo può rivelarsi decisivo per comprendere l’azione degli Houthis ed ottenere dei risultati concreti sul lungo periodo. Le poche certezze riguardo gli Houthis (o Ansar Allah, i partigiani di Dio, come essi definiscono il loro movimento) sono tutte di tipo religioso: il gruppo è stato formato da Hussein Badr al-Din al-Huthi, da cui il nome comune di Houthis, leader religioso sciita Zaydi.

Verso le fine degli anni 90 e l’inizio degli anni 2000, al-Huthi inizia a diffondere negli ambienti religiosi la sua dottrina, nota come Quranic March, che aveva come caposaldo la fine dell’influenza occidentale nel paese e il ripristino in Yemen della forma pura dell’Islam. Con il passare degli anni l’influenza degli Houthis in Yemen è aumentata sempre di più, fino allo scoppio della guerra che li ha visti protagonisti fin da subito.

Di pari passo con l’avanzata del conflitto e alla presa di potere da parte degli Houthis sono aumentate anche le diverse interpretazioni sulla natura e sugli obiettivi del gruppo, che si possono riassumere in due grandi filoni: la narrativa portata avanti dai soggetti facenti parte del fronte anti Houthis e l’idea che il gruppo stesso propone di sé. 

Il fronte anti Houthis è molto variegato e si compone di una interessante pluralità di attori: i membri della coalizione internazionale, fra tutti Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, i rappresentanti dei loro interessi in Yemen (fra cui anche importanti membri dell’attuale consiglio presidenziale) e infine una significativa parte della popolazione yemenita che si oppone al potere degli Houthis nel paese.

Nonostante si tratti di entità differenti, la visione del fronte anti Houthis nei confronti di Ansar Allah è piuttosto univoca: si tratterebbe di una milizia supportata dall’Iran che persegue gli interessi di Teheran, dalla quale non avrebbe nemmeno molta libertà d’azione e margine di manovra. Per dimostrare la validità della loro prospettiva, il punto di riferimento del fronte anti Houthis (fino alla tregua di Aprile 2022) è stata la risoluzione 2216 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che affermava la legittimità di Hadi come presidente e del governo internazionalmente riconosciuto e richiedeva agli Houthis di abbandonare i territori che essi amministravano. In altre parole, gli Houthis vengono considerati dai loro avversari come degli estremisti, sia religiosi che politici, convinti di avere una sorta di “diritto divino” a governare su tutto il territorio.

Quanto appena descritto non potrebbe essere più lontano dall’immagine che gli Houthis hanno di loro stessi e che cercano di trasmettere all’esterno. I membri di Ansar Allah stanno provando, stando alla loro narrativa, a liberare il Paese dall’influenza occidentale e dai suoi valori corrotti, in pieno accordo con la dottrina del Quranic March propriadel loro fondatore: non a caso nel 2014, quando il presidente Hadi è stato destituito dalla sua carica, è stato definito come “in prima linea con le forze della corruzione”. 

La guerra che gli Houthis stanno portando avanti è una guerra difensiva, scaturita a causa  dell’invasione del 2015 del territorio sovrano yemenita da parte dell’Arabia Saudita e appoggiata dal sistema internazionale attraverso le Nazioni Unite, entità vista come complice di Riyadh. Per rafforzare la loro posizione ciò che gli Houthis stanno facendo (senza grandi successi) è tentare di eliminare dalla narrazione la dimensione civile del conflitto, focalizzando invece tutta l’attenzione sull’aspetto internazionale della guerra.

Il loro obiettivo ultimo, infine, è quello di costruire una società libera, plurale e giusta, all’interno della quale l’ideologia religiosa di Ansar Allah che guida il movimento non sarà per forza applicata allo stato yemenita. Aldilà della veridicità di queste parole e delle reali intenzioni che guidano gli Houthis, è importante rilevare come essi dispongano di un progetto statuale ben definito e strutturato, mutato probabilmente dalle esperienze di governo in alcune aree del paese, dove hanno dimostrato di disporre di capacità di governance decisamente efficaci.

Cercare di trovare un punto di incontro fra due visioni dello stesso soggetto e della stessa realtà così differenti è una missione estremamente ardua, dove ogni piccolo passo falso può compromettere quanto raggiunto e spezzare il fragile equilibrio attuale. Allo stesso tempo, è chiaro come non è possibile raggiungere una soluzione finale senza che Arabia Saudita e Houthis si siedano a un tavolo e trovino un qualche tipo di compromesso.

Per far si che ciò avvenga, i diplomatici e i rappresentanti ONU devono cercare di spogliare il più possibile la realtà dalle narrazioni qui presentate e andare a lavorare sugli aspetti più concreti e delicati della questione yemenita; considerare gli Houthis esclusivamente come degli estremisti fanatici, favorendo così il loro isolamento a livello diplomatico, potrebbe avere degli effetti devastanti sul lungo periodo per un paese già stremato da sette anni di conflitto armato.

Non bisogna dimenticare, inoltre, che la guerra in Yemen è una guerra anche tra yemeniti: risolvere le controversie esistenti tra Houthis e Sauditi non vuol dire automaticamente che anche la dimensione civile del conflitto giungerà al termine. È importante lavorare dunque su un doppio livello, provando ad intavolare delle forme di dialogo e successivamente delle trattative tra entrambe le fazioni presenti nel popolo yemenita. Solo attraverso uno sforzo che comprenda queste due diverse prospettive si può tentare di risolvere quella che per anni è stata definita la più grande crisi umanitaria del mondo.  

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