L’EQUILIBRISMO DI ERDOGAN TRA ISRAELE E PALESTINA 

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Il Presidente della Turchia Recep Tayyip Erdogan ha lanciato uno sforzo diplomatico a favore della Palestina per contrastare gli attacchi israeliani contro i fedeli palestinesi, avvenuti nel mese sacro di Ramadan alla moschea di al-Aqsa. Il tentativo di Erdogan s’inserisce nella più ampia strategia di politica estera  turca in Medio Oriente, volta a sostenere la causa palestinese pur mantenendo relazioni commerciali con Israele. 

Il mese sacro del Ramadan, che rappresenta un momento di digiuno, preghiera e festa per i musulmani di tutto il mondo, a Gerusalemme è diventato sinonimo di attacchi ai fedeli riuniti in preghiera alla moschea di Al-Aqsa. Gli attacchi compiuti dalle forze israeliane contro i fedeli musulmani, infatti, hanno caratterizzato l’intero periodo di Ramadan in una routine cominciata negli anni Ottanta e che, negli ultimi anni, si è intensificata.     
L’ondata di violenza ri-esplosa tra Israele e Palestina non ha lasciato indifferente il Presidente della Turchia Recep Tayyip Erdogan che ha lanciato un intenso sforzo diplomatico nella regione per fermare le incursioni israeliane.   
In prima battuta il leader turco ha sentito al telefono il Presidente palestinese Mahmoud Abbas per esprimere le proprie condoglianze nei confronti di coloro che hanno perso la vita durante i fatti di Al-Aqsa, e per condannare fermamente gli attacchi israeliani.        
Allo stesso tempo, Erdogan ha discusso la questione con il Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres allo scopo di avviare uno sforzo congiunto per il ristabilimento della pace nella regione. Tali intenzioni sono state poi confermate in una telefonata con il Re giordano Abdullah II in cui il Presidente, oltre a definire l’intervento israeliano come deplorevole e preoccupante, ha mostrato il suo favore per una cooperazione bilaterale tra Ankara e Amman sulla questione israelo-palestinese. 
Lo sforzo diplomatico si è chiuso con la telefonata al Presidente di Israele Isaac Herzog, in cui Erdogan ha sottolineato la necessità di fermare gli attacchi e le provocazioni da parte dei gruppi radicali israeliani e delle forze di sicurezza in Palestina, atti a compromettere lo status della moschea di Al-Aqsa e la spiritualità del mese sacro di Ramadan. 

La posizione filopalestinese del Presidente Erdogan è nota.  Era il 2009 quando, sul palco del World Economic Forum di Davos, interruppe il discorso dell’allora Presidente israeliano Shimon Peres che si rifiutò di riconoscere il dramma umanitario creato dalle operazioni militari israeliani a Gaza, e negò il permesso alle forze di Tel Aviv di partecipare alle esercitazioni NATO previste per lo stesso anno. 
Il minimo storico però fu raggiunto con l’attacco alla Mavi Marmara nel 2010, una nave turca che portava aiuti umanitari a Gaza sfidando l’embargo israeliano, quando fu bloccata dalla Marina di Israele che durante un raid a bordo uccise dieci attivisti turchi.   
Un riavvicinamento nel 2017 durò solo pochi mesi, quando i rapporti tra i due Paesi saltarono sull’onda suscitata dalle proteste palestinesi per Gerusalemme capitale di Israele. Ad una situazione già bollente si aggiunse l’astio tra Erdogan e l’ex premier israeliano Benjamin Netanyahu. Il presidente turco parlò apertamente di “genocidio” di palestinesi, accusando Israele di essere uno “stato terrorista”, “assassino di bambini”. Netanyahu rispose accusando- a ragion veduta- Erdogan di sostenere Hamas, che regna nella striscia di Gaza ed è in guerra con Israele.       
Questi sono solo alcuni esempi di come le posizioni turche a sostegno della causa palestinese hanno, negli anni, plasmato a loro volta le relazioni tra Ankara e Tel Aviv che, però, non si sono mai interrotte sul fronte commerciale ed energetico.   
Infatti, nonostante i rapporti con la Palestina rappresentino un elemento centrale nella politica estera turca, Erdogan- e più in generale le autorità governative del Paese- sembra voler prendere parte ad un complesso gioco di equilibrio che coinvolge Israele ed altri attori della regione attraverso strategie di hard e soft power.        

LA POLITICA ESTERA TURCA IN MEDIO ORIENTE 

La politica estera si configura come un complesso “gioco a due livelli”: include l’interazione di fattori sia internazionali che interni. Le relazioni tra la Turchia con la Palestina, e per estensione con Israele si plasmano secondo tale paradigma, utile per spiegarne l’evoluzione. Infatti, se da un lato le posizioni di Erdogan, e più in generale del suo partito- l’AKP- sono guidate da fattori internazionali, come gli interessi di sicurezza nazionale o le ambizioni regionali in Medio Oriente, anche i fattori interni, di cui l’opinione pubblica è un driver, giocano un ruolo fondamentale.          
In ogni Paese con una maggioranza musulmana, infatti, sostenere la causa palestinese vuol dire guadagnare consenso politico, e la Turchia in questo non è un’eccezione. In passato altri leader dell’area, come Gamal Abdel Nasser in Egitto, hanno sfruttato la questione per guadagnare popolarità in patria e all’estero. Allo stesso modo, il Presidente Recep Tayyip Erdogan ha usato frequentemente il conflitto israelo-palestinese per trarne un vantaggio politico, dopo l’arrivo al potere del suo partito nel 2002. Da quel momento la Turchia ha trasformato la sua dottrina di politica estera sulla questione israelo-palestinese da una posizione orientata all’Occidente in linea con gli interessi di sicurezza nazionale ad una posizione più assertiva guidata dalle capacità di soft power, dall’identità islamica e dai fattori di politica interna. Il cambio di paradigma verso una più aperta posizione pro palestinese (al prezzo delle relazioni tese con Israele) è guidata dalla crescita del consenso sul piano interno, ma rappresenta un vantaggio anche sul piano internazionale. 

Dal punto di vista interno, il sostegno alla causa palestinese ha permesso ad Erdogan di guadagnare consenso politico. Anzi, si può affermare che la sua retorica abbia aiutato il suo partito ad ottenere una vittoria impressionante alle elezioni del 2011: il sostegno ad un leader capace di schierarsi apertamente contro Israele e le grandi potenze è scontato in Turchia, dove il 99.8% della popolazione professa la religione musulmana. Tale intento è ancora oggi valido dal momento che Erdogan intende sfruttare la sua retorica filopalestinese per far leva sul proprio elettorato che, in vista delle elezioni del 2023 starebbe voltando le spalle al Presidente in carica. 

Accanto ai fattori interni occorre considerare anche le ambizioni regionali e globali del Paese, le quali rappresentano una componente principale della strategia turca. Sviluppata dall’ex Ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu, la politica della “profondità strategica” riteneva essenziale porre una forte enfasi sul Medio Oriente e l’Eurasia, rafforzando le relazioni economiche, e non solo, tra la Turchia ed i vicini arabi. Obiettivo raggiunto facilmente grazie alla rapida crescita economica del Paese, avvenuta nel periodo 2002-2011. Tale politica, pure se in forma diversa, viene perseguita da Erdogan allo scopo di ottenere una maggiore autonomia strategica nella regione.       
Infatti, a livello globale, il Presidente mirava a fare della Turchia una tra le dieci maggiori economie al mondo instaurando alleanze flessibili e proponendosi come partner commerciale affidabile.
Dal punto di vista regionale, il sostegno alla causa palestinese deve essere inquadrato nella più ampia strategia turca di affermarsi come punto di riferimento per tutti i paesi musulmani, grazie alla sua posizione geografica unica ed alla sua importante eredità storica, allo scopo di acquistare popolarità e consenso da parte dell’opinione pubblica mediorientale.  
Tali obiettivi necessitavano però di essere resi accettabili o legittimi agli occhi della popolazione dell’area, ed è a tale scopo che entra in gioco il soft power come strumento chiave di politica estera. Attraverso tale strumento la Turchia è riuscita a migliorare la propria immagine internazionale, soprattutto agli occhi del mondo arabo. In primo luogo ha individuato nei Paesi a maggioranza musulmana il target dei propri aiuti umanitari e di partner commerciali. La Palestina è tra i primi destinatari degli aiuti umanitari turchi, e ciò non è una coincidenza. Aiutare la Palestina ha permesso ad Ankara di raggiungere due obiettivi: pubblicizzando gli aiuti verso Ramallah, Erdogan ha fortificato il consenso interno, fornendo una base ideologica all’AKP e mostrando pubblicamente la sua sensibilità verso la causa palestinese. Allo stesso tempo, sostenere la causa palestinese genera una naturale percezione positiva da parte del mondo arabo verso l’attore che si batte per tale causa. 

Nonostante la Turchia si sia mossa gradualmente verso un’aperta posizione filopalestinese, le relazioni con Israele hanno continuato ad esistere, soprattutto dal punto di vista commerciale ed energetico. Il commercio tra i due Paesi nel 2020 ha fruttato 4.9 milioni di dollari nel 2020, ed è cresciuto del 35% nel 2021. Senza contare gli interessi di sicurezza energetica di Ankara e Tel Aviv nel Mediterraneo orientale.          
Fermo al 2010, il riavvicinamento tra la Turchia e lo stato ebraico sembra tangibile dopo la visita di Herzog ad Ankara lo scorso 9 marzo. La chiave di volta della normalizzazione è l’interesse comune a far passare attraverso le infrastrutture turche il gas dell’enorme giacimento “Leviatano”- 600 miliardi di metri cubi di gas circa- nel suo viaggio fino in Europa. Il dialogo tra le parti è stato favorito dall’uscita degli Stati Uniti dal progetto del gasdotto Eastmed che, passando dalla Grecia avrebbe escluso la Turchia. 

È indubbio che le relazioni della Turchia con Israele e la Palestina continueranno ad essere un elemento centrale della politica estera turca in Medio Oriente. I rapporti Ankara-Tel Aviv, non più plasmati sulle necessità di sicurezza turche, saranno determinati dalla crescente cooperazione energetica. Allo stesso tempo la Turchia ha investito pesantemente in Palestina per migliorare la sua immagine agli occhi del mondo musulmano. È probabile che le autorità turche continuino a perseguire una politica multidimensionale ed a cimentarsi in un complesso atto di equilibrismo destreggiandosi alla meglio tra Israele e la Palestina. 

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