NELLE ACQUE PROFONDE DELLE SUPPLY CHAIN GLOBALI

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Le global supply chain, ovvero le catene di approvvigionamento globali, stanno subendo numerosi cambiamenti dovuti a diversi fattori. I beni utilizzati quotidianamente dalla popolazione mondiale sono trasportati dalle catene di approvvigionamento, la cui globalizzazione è iniziata alla fine degli anni ‘60 delineando un processo di fornitura sempre più internazionalizzato nel quadro del sistema industriale. Solo fino agli anni ‘50 per attuare un trasporto transoceanico e transcontinentale poco costoso ma al contempo affidabile era necessario spostarsi laddove i prezzi fossero più convenienti comportando lo spostamento delle proprie fabbriche dall’altra parte del mondo, molto spesso in Cina, permettendo alle tecnologie particolari (auto, smartphone e computer) di attraversare il mondo più volte in seguito alla fase di assemblaggio.

Il sistema delle global supply chain non funziona più

Con la guerra commerciale Usa-Cina del 2018 si è assistito al crollo di alcuni pilastri sui quali si basava il funzionamento delle catene di approvvigionamento. I pilastri erano tre: uso prolungato ed indiscriminato delle materie prime, costo sempre più basso, meccanismi di trasporto più affidabili ed equilibrati.

L’attenzione che coinvolge le supply chain ha iniziato ad essere più rilevante successivamente al periodo pandemico che ha caratterizzato l’intero anno 2020, periodo nel quale si è posto l’accento sul modo in cui è gestito il processo di approvvigionamento e su che cosa effettivamente comporti l’esistenza delle filiere produttive.

Si è iniziato a mettere in discussione il ruolo svolto soprattutto dalla Cina, trattando il caso come una vera e propria ‘crisi’.

Perché la Cina?

La Cina è da decenni il pilastro manifatturiero del mondo e Pechino, ad oggi, si propone di voler aumentare il livello di complessità di tutte quelle operazioni previste nel processo di approvvigionamento che va dalla materia prima al bene finale. La crisi è nata in seguito all’interruzione di questi buoni propositi frenati dall’ondata pandemica che ha coinvolto il mondo intero. La Cina per prima ha vissuto un percorso non privo di difficoltà: molti beni principali hanno subito un netto calo della domanda e molti altri, hanno visto aumentarla drasticamente tanto da mettere in difficoltà la filiera di produzione

In realtà, il processo di approvvigionamento è in stallo da diverso tempo, rinvenibile nel periodo antecedente il 2020. I fattori scatenanti della crisi si ritrovano nel mercato globale, il cui terreno presenta una notevole scarsità di terre rare utili alle aziende e nei pochi container disponibili per il trasporto marittimo a prezzi alti: si veda in Asia il prezzo dei noli che ha subito un’impennata del 500% negli ultimi anni, dovuto alla rapida vendita di beni durevoli e all’ampia risalita della domanda del trasporto di questi. A questo, si è aggiunto un aumento della domanda per i beni di consumo, soprattutto nell’ambito dell’elettronica e hi-tech, tensioni alla base di natura geopolitica e inflazione che tende ad aumentare a causa della transizione energetica: nel caso della Cina i prezzi del carbone hanno subito un’impennata.

È una situazione che coinvolge anche Malaysia, Vietnam e Indonesia. È perciò semplice immaginare che il blocco parta e rientri nei colli di bottiglia che rappresentano la base del rallentamento della questione industriale degli ultimi tempi: Pechino cerca di evitarli soprattutto nei settori tecnologici più avanzati.

Una diversa prospettiva

Pechino rappresenta il centro dell’economia cinese ed è da qui che partono tutti i buoni propositi per le scelte future. Ad oggi, lo scenario cinese vede: elevata attenzione al mercato interno, maggiore controllo degli attori privati ma soprattutto meno dipendenza in ambito internazionale. La crisi energetica, ad ogni modo, non è utile a tenere sotto controllo i numerosi squilibri che continuano ad innescarsi, vedendo Pechino destreggiarsi con notevole capacità di mediazione politica deviando parte dei tagli all’energia elettrica alle grandi industrie senza penalizzare la popolazione. Uno sviluppo economico di qualità è tra gli obiettivi primari: la Cina è stato uno dei primi Pasi ad essere uscito dalla pandemia vedendo una rapida crescita, seppur equilibrata, monitorata e contenuta, rispetto agli anni precedenti, esperienza che ha portato il Paese ad avere una visione economica più limitata e attenta, rivolta ad una visione ‘comune’ (si pensi alla campagna lanciata da Xi Jinping a proposito di una “prosperità comune”). Infine, la Cina punta ad un miglioramento qualitativo del livello di produzione di beni e servizi, investendo in tecnologie precise ed essenziali. 

Non solo Cina

La situazione si rifà ad un complesso processo che ha coinvolto il sistema produttivo e distributivo. In Occidente si è iniziato a parlare di logica del just-in-time, nata con Toyota alla fine degli anni 70 ed ora rivisitata. Questo è l’esempio attraverso il quale si è iniziata a preferire l’efficienza alla resilienza, favorendo la dislocazione di molte attività fuori dai confini nazionali, perseguendo l’obiettivo di un rapido aumento della capacità produttiva accompagnato ad una riduzione del costo dei fattori. Nonostante sia un grande esempio di sviluppo qualitativo molte aziende del Nord America e dell’Europa hanno visto nella dislocazione la causa di grossi rischi operativi e strategici, poiché si è iniziato a notare come la condivisione di capacità abbia favorito al contempo la nascita di situazioni meno cooperative e più competitive, provocando un notevole svantaggio. Questo è avvenuto soprattutto per l’industria dei semiconduttori, un settore in forte crescita che ha visto aumentare le esportazioni globali degli ultimi vent’anni del 305%. Ciò non è accaduto per gli Usa, che da tempo deteneva la più alta quota di mercato, vedendo scendere dal 21% nel 2001 al 6% nel 2020 il suo processo di export, avvantaggiando altri. Al contempo, il Giappone è sceso dall’11% al 4% e le Filippine dal 6% al 3%. Questa è solo una fetta di paesi chi ha sperimentato un riscontro negativo. D’altra parte, Paesi come Taiwan, Cina, Corea Del Sud e Hong Kong hanno visto crescere le loro quote di mercato: dal 20% nel 2001 al 61% nel 2020 avvantaggiando la concentrazione geografica nell’industria dei semiconduttori. 

Effetto frusta

È necessario notare come i problemi di cui sopra hanno caratterizzato molto spesso le industrie a monte, i cui colli di bottiglia rappresentano un valido esempio di come i semiconduttori siano fonte di scambio di gas, petrolio e metalli fungendo da collegamento per le industrie principali. La stima vede un declino nell’output a causa di restrizioni nell’offerta di merci energetiche da 3,5 a 4,5 volte l’impatto primario. Non solo: ulteriore causa scatenante la difficoltà delle supply chain è stato l’aumento incontrollato di ordini da parte dei fornitori a causa di un elevato rischio di esaurimento scorte. Questo evento ha determinato la nascita dell’effetto frusta, ovvero un’accumulazione precauzionale che si è per lungo tempo autoalimentata ed ha amplificato il problema iniziale. 

Allentamento della crisi

Ad oggi sembra che la crisi veda una luce in fondo al tunnel. Uno dei primi segnali che fanno ben sperare è dovuto al settore manifatturiero che vede coinvolti in primis gli Stati Uniti improntati ad un miglioramento dei tempi di consegna e ad una migliore gestione relativa agli ordini inevasi. I progressi sono lenti anche perché il problema riguarda ampie aree geografiche. L’indice Bloomberg che monitora le carenze dell’offerta è calato per gli USA ed ha invece continuato a salire sia nel Regno unito che nell’Area Euro. 

Ad ogni modo è interessante notare come la pandemia, nonostante abbia apportato notevoli problemi, sia al contempo riuscita a fare luce sull’importanza delle iniziative utili ad un investimento resiliente per le supply chain. L’ondata pandemica non è stata solo un risvolto negativo: la grande richiesta di approvvigionamento di dispositivi di protezione individuale, respiratori e farmaci ha dato impulso alla nascita di nuove strategie di reshoring, iniziative che hanno coinvolto senz’altro la produzione manifatturiera ma anche le grandi catene situate all’interno dei confini nazionali. È da qui che è nato l’input per un migliore incontro tra efficienza e resilienza, poiché molte aziende tendono ora a puntare sull’ottimizzazione dei tempi di produzione, sulla qualità dei fattori produttivi ma soprattutto sulle moderne tecnologie digitali. 

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