LUCI E OMBRE DELLA PROTEZIONE TEMPORANEA 

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Dopo venti anni di silenzio, improvvisamente, si è sentito parlare di protezione temporanea a favore dei profughi ucraini. L’intera Unione europea si è prodigata per aiutare e per fornire accoglienza a chi scappa dalla guerra, ma proprio a tutti? Perché dopo venti anni si è deciso di applicare la protezione temporanea? 

È passato più di un mese da quando il Consiglio dell’Unione ha adottato la Decisione 2022/382 con la quale è stata applicata, per la prima volta in assoluto, la Direttiva sulle norme minime per la concessione della protezione temporanea. Come è stato sostenuto da molti esperti, e come abbiamo ribadito in alcune nostre analisi, si tratta di una svolta storica che, da un lato, dimostra l’incredibile potenziale dell’Unione europea e dei suoi Stati membri e, dall’altro, apre la strada a tutta una serie di nuove possibilità. 

Tuttavia, nonostante la decisione del Consiglio sia stata accolta con entusiasmo da accademici, ONG e associazioni che lavorano in questo ambito, è opportuno sottolineare le criticità di tale decisione che sono fondamentali per capire il razionale che si cela dietro all’adozione di questo atto. 

Il problema più importante che emerge è l’estrema diversificazione. La decisione, di fatto, classifica le persone in tre tipologie di individui: coloro che hanno pieno diritto di ottenere la protezione temporanea, coloro il cui riconoscimento della protezione dipende dalla discrezionalità degli Stati membri e, infine, coloro che molto probabilmente saranno del tutto esclusi dall’esercizio della protezione. La prima categoria di persone definita nella Decisione del Consiglio (art. 2, par. 1, lett. a) e b)) include cittadini di nazionalità ucraina, apolidi e beneficiari di protezione internazionale o nazionale e i loro familiari (definiti al par. 4 del medesimo articolo). Inoltre, la decisione si applica anche ai cittadini di paesi terzi o apolidi che soggiornavano regolarmente in Ucraina, prima del 24 febbraio 2022, aventi un permesso di soggiorno di lungo periodo (par. 2). Tuttavia, per questa seconda categoria, gli Stati membri possono concedere, al posto della protezione temporanea, una “protezione adeguata” (per citare direttamente il Consiglio) ai sensi del loro ordinamento nazionale. Il dilemma sta nel capire cosa si intenda con “protezione adeguata”, tenendo conto che la protezione nazionale all’interno dell’Unione varia notevolmente da Stato a Stato in termini di durata, modalità di ottenimento nonché benefici e servizi di cui possono godere i futuri beneficiari. 

Da questa prima definizione rimangono esclusi tutta una serie di persone che possono sperare di ottenere protezione temporanea, ma alle quali non spetta di diritto. Al terzo paragrafo si legge che gli Stati membri possono, e non devono, concedere la protezione temporanea ai cittadini di Stati terzi o apolidi che soggiornavano regolarmente in Ucraina con un permesso di soggiorno di breve periodo e che non possono tornare nel loro paese di origine in maniera sicura. L’utilizzo di questo verbo chiarisce la discrezionalità degli Stati membri che hanno la facoltà di verificare, caso per caso, l’applicazione dell’istituto della protezione temporanea.  

Infine, l’ultima categoria di persone, ovvero coloro che non sono nemmeno menzionati dalla decisione, ma che rientrano tra le categorie più fragili e vulnerabili, è composta da cittadini di paesi terzi presenti irregolarmente sul territorio ucraino e dai richiedenti asilo. Come sempre, queste persone sono quelle dimenticate da tutti, quelle che l’Unione europea fa finta di non vedere ma che avrebbero bisogno di uguale assistenza. 

Come detto all’inizio emergono due criticità lampanti. La prima consiste nel fatto che è sicuramente di buon auspicio che questa Direttiva, per ben venti anni lasciata nel dimenticatoio, sia stata attivata, ma, come al solito, gli Stati membri fanno distinzione tra chi può e chi non può. Tra chi, pur trovandosi nello stesso territorio devastato dalla guerra, potrà ricevere protezione e chi non la potrà ricevere. Questo mette in luce, ancora una volta, la presenza dei cosiddetti double standard europei (su cui ha scritto Matteo Testa): gli stranieri, per quanto magari si trovino nella medesima situazione sono trattati in maniera diversa, in particolare in virtù della loro provenienza. Questo, non solo è eticamente e moralmente sbagliato, ma potrebbe anche dar luce a una violazione del principio di non discriminazioneche, sempre più spesso, l’Unione si dimentica. La seconda criticità è proprio nella definizione di solidarietà che ne emerge e che, ogni volta, l’Unione sembra abbracciare: una solidarietà ‘comoda’, di ‘prima facciata’, ben lontana da quella che dovrebbe essere alla base dei valori fondanti dell’Unione. Dietro all’applicazione della Direttiva sulla protezione temporanea vi è l’idea che l’Unione si prodighi per dare protezione, ma solo a chi è simile a noi, a chi è europeo, come gli ucraini, e a chi non ha, teoricamente, una prospettiva di lungo periodo. Moltissimi degli ucraini o i titolari di permesso di soggiorno di lungo periodo che sono inclusi nella Decisione, non avranno probabilmente intenzione di rimanere nell’Unione a fine guerra, ma torneranno in Ucraina. Non saranno, dunque, un peso per gli Stati membri. 

L’applicazione della Direttiva sulla protezione temporanea è certamente da accogliere con favore, era la cosa giusta da fare in quel momento. Bisogna, però, tenere alta l’attenzione anche su tutti quegli individui che, pur scappando ugualmente dal conflitto e pur non avendo la possibilità di tornare nel loro paese d’origine in maniera sicura, rimangono esclusi dalla Decisione. Solo in questo modo si potrà puntare alla realizzazione di un’Unione europea diversa e veramente accogliente.

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