COSTITUZIONE, RAPPRESENTANZA E BLOCCO SOVIETICO NELLE NAZIONI UNITE ALL’ALBA DELLA GUERRA FREDDA

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Il primo ministro britannico Winston Churchill, il presidente degli Stati Uniti Franklin Roosevelt e il Segretario Generale sovietico Joseph Stalin a Yalta. US government photographer, Public domain, via Wikimedia Commons.

Alla celebre conferenza Argonaut tenutasi a Yalta nel febbraio 1945, tra i vari accordi raggiunti in sede di negoziato tra i vertici degli esecutivi statunitense, inglese e sovietico, vi fu anche la definizione di una nuova organizzazione internazionale, le Nazioni Unite.

Se da un lato la Dichiarazione delle Nazioni Unite rappresenta indubbiamente l’evoluzione e compromesso di quella che fu la Carta Atlantica, dichiarazione congiunta sottoscritta tra Roosevelt e Churchill nell’estate del 1941, ugualmente frutto di compromesso fu l’iter che portò l’URSS alla adesione della medesima Dichiarazione. 

Elemento importante da evidenziare è il tentativo di Stalin di coinvolgere a titolo di Stati membri nella organizzazione che si stava costituendo tutte le Repubbliche facenti parte dell’URSS, molte delle quali erano venute a delinearsi con la promulgazione della seconda revisione della costituzione sovietica del 1936, che, inter alia, prevedeva una serie di autonomie residuali (art. 15) rispetto ai poteri esclusivi in mano all’Unione per queste entità.

La possibilità di “far sedere” alle Nazioni Unite le proprie Repubbliche significava per l’URSS una importante possibilità in termini anzitutto rappresentativi. Al volgere del 1945, difatti, gli Stati Membri firmatari erano solamente 51 (per arrivare a soli 60 nel quinquennio successivo) tra i quali l’URSS non poteva vantare importanti alleanze, anzitutto ideologiche.

Particolare motivo di diffidenza della élite sovietica era la convinzione che vi potesse essere un tentativo di egemonizzazione in seno a questa organizzazione internazionale. Dopotutto, la normalizzazione dei rapporti con gli Stati Uniti era avvenuta solo nel 1933 con gli accordi diplomatici Roosevelt-Litvinov: seguì l’ingresso dell’URSS nella Società delle Nazioni fino alla sua cacciata nel 1939 a seguito della aggressione sovietica a danno della Finlandia, evento interpretato come vero e proprio complotto antisovietico.

L’espediente individuato in sede di negoziazione per venir incontro alle richieste di Stalin in merito alla possibilità di rappresentanza delle RSS (Repubbliche Socialiste Sovietiche) nelle Nazioni Unite era quindi stato individuato nella verifica dell’effettivo grado di autonomia di cui le Repubbliche potevano godere, coerentemente con la nozione internazionalistica di Stato recepita già dalla dottrina di allora e condensata nella ben nota Convenzione di Montevideo del 1933.

A proposito di ciò, sebbene la costituzione sovietica del 1936 ipotizzasse una serie di autonomie residuali per le proprie Repubbliche (ed anche ulteriori ed inaspettate previsioni, tra cui la possibilità di recesso dalla Unione, ribadita sia a livello centrale nell’articolo 17, che nelle varie costituzioni locali, della cui effettiva e concreta applicabilità è però lecito dubitare), indubbiamente non si potrebbe parlare di una piena e tradizionale autonomia statale.

Il testo Costituzionale non lasciava adito a dubbi interpretativi per quanto concerne la soggettività internazionale della Unione, affermando la potestà esclusiva della entità federale in materia di relazioni internazionali, conclusione e ratifica di trattati con altri Stati (art 14.a), ovvero sancendo la superiorità del diritto federale sui diritti locali (art 20). Per di più, molte delle RSS venutesi a formare a seguito delle riforme del 1936 altro non erano che frammenti territoriali precedentemente integrati nella RSFS Russa e Transcaucasica, de jureparificati alle altre RSS ma de facto semplici decentramenti amministrativi.

L’assetto costituzionale dell’URSS quindi presentava una impasse di difficile soluzione, che non avrebbe permesso agli Alleati di venir incontro alla volontà sovietica di vedere un fronte di rappresentanza all’interno della nascitura organizzazione. Stalin si dimostrò irremovibile sulla questione, sottolineando per mezzo del ministro Gromyko già a partire dalla conferenza di Dumbarton Oaks, la prima sul tema, la volontà di far partecipare integralmente tutte le Repubbliche alla futura organizzazione, in evidente contrapposizione alla egemonia esercitata dal blocco del Commonwealth, per i succitati timori di sottorappresentazione.

Espediente individuato fu, in sostanza, una fictio iuris corroborata da un intervento di riforma e mediazione. Nel febbraio del 1944 il Soviet Supremo intervenne emendando il testo costituzionale adottato nel 1936, ovvero disponendo la “possibilità per ciascuna Repubblica di entrare in relazione diretta con altri Stati, di concludere accordi con essi e di scambiare rappresentanti diplomatici e consolari”, nonché di “possedere la propria formazione militare repubblicana” (art 18.a e 18.b). Si trattava di un intervento ad hoc, chirurgico e meramente formale, atto esclusivamente a promuovere una interpretazione favorevole in merito alla personalità giuridica delle due Repubbliche sul piano internazionale, coerentemente con la dottrina recepita dalla già menzionata Convenzione di Montevideo, ovvero sull’essenziale criterio della “capacità di entrare in relazione con altri Stati”. 

Una simile flessione interpretativa, assecondata a Yalta da parte degli Alleati occidentali per ragioni di realpolitik, era inoltre tiepidamente giustificabile in virtù del fatto che le due RSS rappresentavano, assieme alla RSFS Russa e Trasncaucasica (quest’ultima disciolta nel 1936), i membri firmatari del trattato di Unione nel 1922, palesandone quindi una sorta di personalità giuridica originaria. Di conseguenza, a fronte di una giurisprudenza in fieri e relativamente immatura, le due Repubbliche riuscirono ad ottenere lo status di membri fondatori della Organizzazione delle Nazioni Unite, alternando nel corso degli anni anche importanti seggi presso il Consiglio di Sicurezza. 

Sotto un profilo giuridico e storico, occorre chiedersi se tali personalità siano state effettive ed indipendenti. Dalla analisi e risultanze qui sopra elencate, appare poco credibile che le due Repubbliche godessero di una piena soggettività sul piano internazionale all’interno della centralizzata struttura federale.

Peraltro, dal punto di vista teleologico, la riforma costituzionale altro non era che un mero tentativo (svuotato di contenuto) di riqualificazione dello status delle due Repubbliche, ipotesi giustificata anche sul profilo cronologico dal momento che avvenne in prossimità degli importanti incontri diplomatici, aventi ad oggetto proprio il nodo della partecipazione delle Repubbliche all’interno della Organizzazione. Insomma, una antitesi rispetto alla idea di ordinamento giuridico originario dotato di sovranità diretta ed immediata, dal momento che il titolo giuridico per l’esercizio della potestà da parte delle due Repubbliche derivava da una fonte di rango superiore, ovvero la Costituzione dell’URSS così come emendata nel 1944. 

Sebbene quindi il tentativo di riforma avesse come obiettivo quello di plasmare una para-confederazione, le evidenze suggeriscono che si trattasse invece di un “fatto alla ricerca di un diritto” dettato da una reciproca necessità: da parte sovietica quello di garantirsi un nucleo di rappresentanza all’interno della futura organizzazione internazionale; da parte degli alleati occidentali di assicurarsi un alleato che, forte della sua posizione geopolitica nel conflitto volgente al termine, avrebbe consentito di normalizzare le relazioni nel periodo post-bellico.

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