SVEZIA E FINLANDIA: LA QUESTIONE CURDA DIETRO ALLA MINACCIA DI VETO DI ERDOGAN ALL’INGRESSO DEGLI SCANDINAVI NELLA NATO

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Fonte Immagine: Askanews.it

La guerra russo-ucraina si ripercuote su più fronti lasciando molteplici strascichi geopolitici. Tra i dossiers caldi spicca quello riguardante la relazione bilaterale Erdogan-curdi.

Andando per ordine, a partire dalla scorsa settimana Svezia e Finlandia hanno palesato la volontà di aderire alla NATO. In seguito allo sconfinamento delle truppe moscovite in Ucraina, infatti, i due Paesi scandinavi hanno visto la propria incolumità territoriale potenzialmente traballante, tanto da spingersi a bramare apertamente l’ombrello securitario atlantico.

La notizia, però, non è piaciuta al Presidente turco, che si è espresso favorevolmente all’appello dei due nordici ad una condizione: Helsinki e Stoccolma devono interrompere il loro supporto ai curdi. Nello specifico al PKK, il partito che il leader di Ankara ha bollato quale “organizzazione terroristica”, stessa dicitura approvata anche da Stati Uniti e Unione Europea.

A tal proposito, l’affermazione del numero uno turco scricchiola nelle sue fondamenta: è difficile pensare che due stati membri dell’Unione possano offrire sostegno ad un gruppo rientrante nella lista delle organizzazioni terroristiche riconosciute dalla stessa e dagli USA. Al massimo, si limitano – e questo accade – a fornire asilo politico ai curdi turchi in fuga dal proprio Paese.

Due cose ben diverse, ma accomunate dal “nuovo sultano” nell’obiettivo di schiacciare la resistenza curda in patria e nel Nord-Est del territorio siriano, dove si concentra l’operato delle sue milizie. Inoltre, è importante sottolineare le direttrici lungo cui si muove il “supporto curdo” di svedesi e finlandesi: in primo luogo, sull’asse dei rifugiati del Kurdistan iracheno, regione peraltro in buoni rapporti con Ankara, e poi verso i combattenti dell’YPG siriana – quest’ ultima accusata di essere la continuazione del PKK da Erdogan. 

Uniformare le misure a tutela delle comunità curde sui due territori di Svezia e Finlandia è fuorviante. Nel caso di Stoccolma, si parla di oltre 70 mila individui di etnia curda e di una comunità piuttosto integrata nella rete sociale e istituzionale del Paese: insegnanti e parlamentari di origine curda siedono, infatti, nelle aule scolastiche e parlamentari svedesi. In più, il sostegno è ingente anche da un punto di vista economico: Ann Linde, Ministra degli esteri, ha infatti dichiarato lo stanziamento di una cifra pari a 376 milioni di dollari per il 2023 ai combattenti siriani, a fronte dei 210 milioni pervenuti nel 2022. Segno di una partnership salda e proattiva. 

Quella di Helsinki è una questione diversa. In prima battuta, il numero degli individui di etnia curda presenti sul suolo finlandese è molto ridotto rispetto alle presenze che si registrano in Svezia: sono circa15 mila le persone presenti contro le oltre 70 mila sul territorio svedese. In più, mentre Stoccolma si spende per l’integrazione dei curdi nel tessuto sociale nazionale, il sostegno di Helsinki si orienta maggiormente verso i miliziani dell’YPG. 

C’è anche un’altra questione che alimenta nelle retrovie la non troppo velata antipatia mostrata da Erdogan nei confronti dei due Paesi scandinavi: il supporto al Movimento Gülen. Le amministrazioni di Svezia e Finlandia non hanno mostrato riserve nei confronti del sostegno ai membri dell’organizzazione ritenuta dai vertici turchi responsabile del fallito golpe del 2016.

In Turchia gli esponenti fedeli al predicatore Fethullah Gülen vengono perseguitati e arrestati con l’accusa di essere terroristi. Perciò, non è difficile pensare che viste le ugge e le inimicizie che legano il Presidente turco al predicatore ed ex alleato Gülen, l’apertura mostrata dai due paesi nordici non sia ben vista da Erdogan. 

Curdi a parte, Ankara sta giocando un ruolo precipuo nella mediazione del conflitto russo-ucraino, per cui si trova tra il fuoco russo e la fiamma NATO. Camminare sui carboni ardenti non è facile, bisogna giocare di sponda e cercare di non schierarsi troppo. Possibile quindi che la mossa sia motivata anche dal carattere bipartisan che la Turchia cerca di mantenere tra Mosca e Washington, mostrandosi almeno scettica circa l’allargamento della NATO che non è cosa gradita da Putin. 

Infine, osservando il disegno più grande, la Turchia è una potenza in cerca di affermazione che vuole ritagliarsi il suo spazio geopolitico: per la rinascita di Bisanzio serve assertività. 

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