NUCLEAR SHARING: IL SISTEMA DI DETERRENZA ALLEATO

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Fonte Immagine: Cacciabombardieri Tornado, fonte: https://www.aeronautica.difesa.it/mezzi/mlinea/Pagine/TORNADOIDSITECR.aspx

Nel caso di scoppio di un conflitto nucleare gli Stati Uniti potrebbero attivare il sistema di nuclear sharing e l’Italia, la Germania, la Turchia, il Belgio e i Paesi Bassi sarebbero chiamate a combattere in prima linea. Ma il sistema di deterrenza NATO in Europa, creato negli anni ’60, è ancora efficace oggi?

Il nuclear sharing, è un concetto politico, elaborato all’interno del quadro di deterrenza nucleare della NATO, che coinvolge i paesi membri nucleari e non dell’Alleanza Atlantica. Il sistema è stato elaborato a metà degli anni ’60 per evitare la proliferazione delle armi nucleari in Europa, per poi diventare permanente grazie ai vantaggi strategico-politici che ne derivavano.

Le armi tattiche americane sono ufficialmente dispiegate con funzioni difensive e permettono agli Stati europei di godere della protezione dell’ombrello nucleare statunitense. Delle cinque potenze nucleari riconosciute dal Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP) del 1968 – ossia Stati Uniti, Russia, Francia, Regno Unito e Cina – solamente gli Stati Uniti hanno ancora oggi stanziate le proprie armi nucleari al di fuori del territorio nazionale. Per tanto, il sistemare di nuclear sharing è un unicum nel panorama internazionale.

Quando si parla di nuclear sharing c’è una premessa fondamentale da fare: la segretezza degli accordi bilaterali tra gli Stati Uniti e i singoli paesi ospitanti non permette di avere dati certi sull’effettivo funzionamento, sulla precisa locazione e quantità di ordigni e sui costi del sistema. I dati riportati in seguito sono frutto di report prodotti da centri di ricerca specializzati e dai pochi dati resi noti dalla stessa Alleanza. 

Oggi, Turchia, Italia, Belgio, Germania e Paesi Bassi hanno accordi segreti bilaterali di cooperazione nucleare con gli Stati Uniti e ospitano sul loro territorio testate nucleari (ordigni B61) americane. In base ai dati elaborati da Hans Kristensen nel 2019 si stima che la Turchia ospiti 50 ordigni nella base di Incirlik, 20 sono invece ospitati rispettivamente da Belgio (base di Kleine Brogel), Germania (base di Buechel) e Paesi Bassi (base di Volkel). L’Italia, infine, ospiterebbe 20 testate a Ghedi (BS) e 20 ad Aviano (PN). Oltre a questi cinque Stati, la Grecia ha ospitato, fino al 2001, i missili MIM-14 Nike Hercules mentre il Canada i missili terra-aria CIM-10 Bomarc e i razzi aria-aria Air-2 Genie fino al 1984. La Grecia è l’unico Stato ad essere uscito dal sistema di nuclear sharing

Per quale motivo gli Stati Uniti decisero di istituire questo sistema? Innanzitutto, il lancio dello Sputnik nell’ottobre 1957 preoccupò le potenze NATO e accelerò la ricerca di un sistema di deterrenza in Europa. La necessità era di difendere gli Alleati e scongiurare un possibile attacco sovietico. Allora vi era la percezione che l’URSS fosse militarmente più forte degli Stati Europei e che quindi fosse necessario dotarli di armamenti nucleari.

Inoltre, la creazione di un ombrello nucleare permetteva agli Stati Uniti di evitare che si creasse un gruppo di paesi non-NATO all’interno dell’Europa. Infatti, dopo la dichiarazione di non allineamento della Jugoslavia, si temeva che altri Stati potessero scegliere di non schierarsi. Infine, il Presidente statunitense Eisenhower si era reso conto dei rischi derivanti da una proliferazione orizzontale degli armamenti nucleari e in quest’ottica dotare gli Alleati di armi nucleari avrebbe fatto sì che non avviassero un programma militare nucleare nazionale.

Teniamo anche presente che il sistema è stato elaborato di pari passo con la negoziazione in sede ONU del Trattato di Non Proliferazione. Interpretando il testo del Trattato gli Stati Uniti sono stati in grado di istituire il sistema senza violare le nuove norme internazionali. Oggi la situazione è differente: il 22 gennaio 2021 è entrato in vigore il Trattato sulla Messa al Bando delle Armi Nucleari che all’articolo I, lett. g, proibisce espressamente pratiche come quella del nuclear sharing.

Le ragioni alla base della nascita di questo sistema di deterrenza nucleare ne rispecchiano anche le tre principali caratteristiche. Innanzitutto, il sistema serve a mantenere la stabilità strategica, tra Stati Uniti e Russia, limitando il numero di arsenali nucleari sul suolo europeo. Se il numero di paesi europei dotato di armamenti aumentasse la Russia si sentirebbe minacciata e costretta ad aumentare a sua volta i suoi armamenti affinché vi sia un equilibrio con la NATO.

In secondo luogo, il nuclear sharing è concepito in modo che benefici, responsabilità e rischi derivanti dalla struttura nucleare della NATO siano condivisi tra gli Alleati. Questo permette agli Stati NATO non nucleari di avere una voce sulle scelte nucleari dell’Alleanza. Infine, il sistema rafforza l’efficacia strategica della deterrenza offrendo un’ampia gamma di scelte militari. Quest’ultima caratteristica è stata, tuttavia, messa in dubbio dallo scoppio del conflitto in Ucraina. Oggi Putin usa l’arsenale nucleare non come forma di deterrenza ma come strumento di minaccia. Questa posizione russa ribalda quella che per decenni è stata la logica della deterrenza e di conseguenza cambia il ruolo che gli arsenali nucleari giocano nel contesto geopolitico e in guerra. 

Ma come funzionerebbe questo sistema in caso di attivazione? Innanzitutto il sistema potrebbe essere attivato solo in caso di guerra nucleare poiché, di conseguenza, il TNP non sarebbe più in vigore. Non tutti gli Stati ritengono che lo scoppio di una guerra nucleare implichi la fine del TNP ma gli Stati Uniti propendono per questa interpretazione e per tanto, in tal caso, attiverebbero il sistema di nuclear sharing. Di per sé un conflitto nucleare implicherebbe l’utilizzo di armi atomiche ma la situazione è molto più complessa: la NATO ha ampliato la casistica di conflitti in cui è possibile utilizzare le armi nucleari, quindi questa definizione è relativa. Vediamo, a titolo di esempio, che nel documento NATO MC-400/2 del 23 maggio 2000 si prevede la possibilità di usare armi nucleari contro nemici che sono dotati di armi chimiche o batteriologiche.

In base ai protocolli, in tempo di pace le testate statunitensi rimangono sotto il controllo delle forze americane – divisione USAF38 – in quanto solo gli Stati Uniti conoscono i codici di lancio, mentre in caso di guerra il Presidente statunitense può autorizzare la cessione del controllo delle testate ai paesi europei non nucleari. Da quel momento gli Alleati hanno il pieno controllo dell’arma e la responsabilità di colpire il bersaglio. Per questo motivo le potenze europee non-nucleari ospitanti armamenti americani diventano Stati nucleari in caso di guerra. Per quanto riguarda le consultazioni tra paesi Alleati prima di un eventuale uso delle armi nucleari, queste avvengono “tempo e circostanze permettendo”[1] formula generica che non definisce un preciso campo di intervento ed è aperta a numerose interpretazioni. Inoltre, le armi nucleari americane collocate in Europa si distinguono tra quelle direttamente destinate all’uso da parte delle forze americane (chiamate armi a chiave singola) e quelle destinate alle forze alleate (armi a doppia chiave).

Questo sistema, tuttavia, presenta numerose lacune da un punto di vista strategico militare. Innanzitutto, l’esistenza di missili balistici intercontinentali a lungo raggio ha reso inutile la presenza di ordigni nucleari sul suolo Europeo. Oggi ci sono armi tecnologicamente sempre più avanzate mentre il sistema di nuclear sharing non è stato aggiornato, per tanto attualmente risulta inutilizzabile. Infatti, gli aerei dei paesi ospitanti – cacciabombardieri Tornado nel caso dell’Italia – hanno un raggio limitato e non potrebbero trasportare le testate fuori dai confini europei senza fare rifornimento. Inoltre gli ordigni attualmente dispiegati, bombe B61, sono obsolete. Gli Stati Uniti, infatti, hanno annunciato la loro sostituzione con le bombe B61-12, più letali grazie alla capacità di entrare nel terreno, ma non si sa quando e con che costi avverrà. A questi elementi va aggiunto il fatto che ci sono numerosi rischi nel mantenimento degli arsenali in Europa, primo tra tutti il rischio terroristico.

Le missioni che prevedono l’utilizzo degli ordigni americani, ma che vengono effettuate dai paesi ospitanti, vengono chiamate dei “sette miracoli consecutivi”[2], ossia: sopravvivere a un primo attacco da parte di un avversario, ricevere l’autorizzazione dal Presidente statunitense per armare gli aerei e condurre la missione, decollare e avanzare verso il bersaglio, ricongiungersi con una nave cisterna e ottenere abbastanza carburante per raggiungere l’obiettivo, sopravvivere alle difese aeree e di superficie avversarie, localizzare e identificare l’obiettivo e far cadere l’arma. Inoltre, nel periodo della Guerra Fredda la prontezza di questo sistema – ossia i tempi di risposta – veniva misurata in minuti, oggi invece siamo nell’ordine di settimane. Dal punto di vista militare si trattata di un sistema connesso esclusivamente con la deterrenza, non c’è, quindi, una capacità militare che sia operativamente utilizzabile. 

Per quanto riguarda i costi vediamo che vengono ripartiti tra Stati Uniti, Stati ospitanti e NATO. Washington ha reso pubblici i costi del mantenimento di questi arsenali stimando una spesa di cento milioni di dollari all’anno. La NATO, che contribuisce alle spese per il mantenimento degli arsenali nucleari nei paesi ospitanti, nel 2014 ha speso 300 milioni di dollari. Nel 2019 il 5% del bilancio per il Programma di investimento nella sicurezza degli Alleati è stato destinato al mantenimento della strategia di deterrenza. Infine, i costi sostenuti dagli Stati ospitanti possono essere segreti, come nel caso dell’Italia, o meno.

Dagli elementi sopra individuati deduciamo come queste armi stanziate in Europa non servano dal punto di vista strategico ma solo politico. Il regime di nuclear sharing attualmente esistente sembra non avere più una funzione militare, ma piuttosto politica e simbolica: è un simbolo del legame che durante la Guerra Fredda ha unito gli Stati Uniti e gli Alleati europei. Un ruolo politico che tuttavia, ha un grande costo, destinato ad aumentare nel prossimo futuro con l’acquisto dei nuovi cacciabombardieri F-35 e gli ordigni tattici di ultima generazione B61-12. 


[1] Paolo Cotta-Ramusino, «La presenza di armi nucleari in Italia: un problema dimenticato», 29 novembre 2010, 5. https://lists.peacelink.it/disarmo/2005/02/msg00035.html.

[2] Karl-Heinz Kamp e Robertus Remkes, «Options for NATO Nuclear Sharing Arrangements», 17 novembre 2011, p.82 https://media.nti.org/pdfs/NTI_Framework_Chpt4.pdf.  

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