ISRAELE: SCONTRI ALLA MOSCHEA DI AL-AQSA E CRISI POLITICA

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Fonte immagine: https://www.hamelinprog.com/israele-6-razzi-di-hamas-verso-gerusalemme-esci-dal-monte-del-tempio-scontri-tra-palestinesi-e-polizia-in-citta-oltre-300-feriti/

Quest’anno Pasqua, Pèsach e Ramaḍān coincidono, ma le tensioni sono state parecchio alte tanto da provocare un’escalation di violenze israelo-palestinesi in Terra Santa.

Venerdì 15 aprile gli ebrei hanno celebrato la Pèsach, detta anche erroneamente Pasqua ebraica, in occasione dell’esodo del popolo ebraico dalla schiavitù in Egitto verso la Terra Promessa. Lo stesso giorno, i cristiani hanno osservato il Venerdì Santo per ricordare la crocifissione di Gesù prima di celebrare la domenica di Pasqua quando è risorto dai morti.

Infine, i musulmani hanno continuato ad osservare il Ramaḍān, che è uno dei cinque precetti fondamentali dell’Islām, e consiste in un mese di digiuni dall’alba al tramonto per commemorare la trasmissione del Corano al Profeta Muḥammad. La sovrapposizione delle tre osservanze religiose si verifica circa ogni 33 anni poiché esse si basano su calendari e fattori diversi che ne determinano le festività. I gruppi religiosi sfruttano questa rara occasione per invocare l’armonia tra le diverse tradizioni, la comune umanità come figli di Dio e le aspirazioni collettive per la pace.

Scontri a Gerusalemme

Tuttavia, all’alba di venerdì 15 aprile più di 150 palestinesi sono rimasti feriti dopo che le forze di sicurezza israeliane si sono scontrate con migliaia di fedeli che si erano radunati a pregare nel complesso della moschea di Al-Aqsa a Gerusalemme durante il mese sacro del Ramaḍān.

Ore dopo l’inizio degli scontri, la polizia ha dichiarato di aver posto fine alle violenze e di aver arrestato “centinaia” di sospetti affermando, inoltre, che la moschea è stata riaperta e che la preghiera di mezzogiorno del venerdì si sarebbe svolta come di consueto.

La dotazione islamica che gestisce il sito ha affermato che la polizia israeliana ha fatto irruzione prima dell’alba, poiché migliaia di fedeli si erano radunati nella moschea per le preghiere mattutine. Israele, ha ribadito che le sue forze sono entrate per rimuovere rocce e pietre che erano state raccolte in previsione della violenza. Il Ministero degli Esteri israeliano ha dichiarato che dozzine di uomini mascherati che trasportavano bandiere palestinesi e di Ḥamās hanno marciato verso il complesso all’inizio di venerdì e hanno raccolto pietre, twittando poi: “La polizia è stata costretta a entrare nel parco per disperdere la folla e rimuovere  pietre e rocce, al fine di prevenire ulteriori violenze”.

Israele tra scontri e crisi politica

Il mese di Ramaḍān è un momento cruciale per la sicurezza e la politica israeliana, quest’anno in particolare vista la sua coincidenza con la Pèsach. I recenti scontri si sono verificati a seguito di una nuova ondata di violenze, iniziata già a marzo in Israele e nella Cisgiordania in cui sono stati uccisi diversi palestinesi, nonché nel mezzo di una crisi politica nel parlamento israeliano. Il leader del governo, Naftali Bennet, sta facendo i conti con la natura eterogenea della coalizione che ha messo insieme lo scorso anno per opporsi all’ex primo ministro Benjamin Netanyahu.

Da un lato, Bennet sta affrontando crescenti critiche all’interno del suo partito e del collegio elettorale di destra, e sta cercando di mantenere unita l’alleanza che rischia però di sciogliersi dopo aver perso la maggioranza. Anche le tensioni politiche tra i partiti di sinistra e di destra nella coalizione si sono intensificate. Dall’altro lato, la Ra’am (Lista Araba Unita), l’unico partito arabo nella coalizione e primo ad entrare a far parte all’interno del governo nella storia di Israele,  ha deciso di sospendere la sua partecipazione alla Knesset a seguito degli scontri nella moschea.

Ma, la stabilità dello stesso governo era già stata precedentemente messa in crisi a seguito della decisione di un’importante deputata, Idit Silman, di passare all’opposizione. A rischio non è solo la coalizione, ma la stessa direzione del Paese.

In questo clima si sono inserite poi le provocazioni dei gruppi estremisti ebraici che hanno incoraggiato i fedeli a recarsi presso il luogo sacro e pregare. Dal 1967 è consentito ad ebrei e cristiani di visitare la spianata, ma gli è vietato pregare. L’attuale status prevede che Israele gestisca il controllo della sicurezza e la dotazione islamica amministri le attività religiose. 

Ḥamās aveva quindi chiesto ai palestinesi di accamparsi presso la moschea di Al-Aqsa durante il fine settimana proprio perché quest’ultimi temono da tempo che Israele pianifichi di impadronirsi del sito, anche se le autorità israeliane hanno dichiarato di essere impegnate a mantenere lo status quo. I musulmani hanno affermato che sarebbero rimasti fedeli alla promessa di proteggere la moschea, durante e dopo il mese sacro. Il complesso della moschea di Al-Aqsa è il terzo luogo sacro più importante dell’Islām, conosciuto come il Nobile Santuario, ed è costruito sulla cima di una collina che a sua volta è considerato il luogo più sacro per gli ebrei venerato come il Monte del Tempio. L’area è da decenni l’epicentro più importante per le violenze tra israeliani e palestinesi.

La decisione di fare irruzione nella moschea ha inciso negativamente anche sulle relazioni tra Israele e Stati arabi. L’Egitto, nonostante i legami instaurati con Israele, non ha potuto sottrarsi dal condannare l’azione della polizia israeliana. La stessa Lega Araba ha accusato Israele di violare le pratiche secolari che regolano la presenza di non musulmani nel complesso di Al-Aqsa. Mentre, sul piano regionale Giordania ed Emirati Arabi Uniti hanno momentaneamente destabilizzato i progressi diplomatici fatti nell’ultimo anno.

Gli scontri arrivano, dunque, in un momento delicato vista la sovrapposizione del Ramaḍān, della Pèsach e della Pasqua. Le festività avrebbero dovuto portare migliaia di fedeli nella Città Vecchia di Gerusalemme, sede dei principali siti sacri a tutte e tre le religioni monoteistiche.

La questione palestinese

Ricordiamo che Israele conquistò Gerusalemme Est, sede di Al-Aqsa e di altri importanti luoghi Santi, nella guerra dei sei giorni del 1967 e la annesse con una mossa non riconosciuta a livello internazionale mentre, i palestinesi rivendicano il proprio diritto sulla Cisgiordania, sulla Striscia di Gaza e su Gerusalemme Est come capitale di un futuro stato indipendente. Nel 1987, la rivolta popolare palestinese portò la questione in primo piano. 

Un passo verso l’accettazione da parte di Israele di uno Stato palestinese in Cisgiordania e Gaza fu compiuto con gli Accordi di Oslo, firmati il 20 agosto 1993 dal premier israeliano Yitzhak Rabin e, per l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), dal suo leader storico Yasser Arafat. Tali accordi portarono alla creazione dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) e ad una soluzione a due Stati con un’unica capitale, Gerusalemme, divisa in due parti, per risolvere le dispute tra Israele e Palestina nei territori contesi.

Ed è proprio in questo contesto che nasce Ḥamās, un’organizzazione islamista militante che intende guidare un movimento di resistenza per la liberazione della Palestina dall’occupazione israeliana. Ḥamās denunciò Oslo come un tradimento ed un segno della complicità dell’OLP nell’occupazione israeliana, dando inizio alla fase di resistenza. Nel 2006 Ḥamās ha trionfato alle elezioni politiche non solo a Gaza, ma anche in Cisgiordania e Gerusalemme Est, contro al-Fatah, il partito rivale laico appoggiato dell’OLP e guidato dal nuovo leader palestinese Mahmūd Abbās (Abū Māzen).

Ḥamās non viene però riconosciuto dai governi occidentali che lo considerano come un’organizzazione terroristica e che di conseguenza hanno applicato pesanti sanzioni economiche e politiche. Ciò ha contribuito a far esplodere un grave scontro politico e armato tra Ḥamās e al-Fatah che diede luogo alla situazione attuale, con la rottura istituzionalefra Gaza e Cisgiordania, diventate effettivamente due entità separate e governate da partiti rivali, e con Israele in mano a partiti di destra. 

Da allora, da Gaza partirono numerosi attacchi, Israele rispose con massicci bombardamenti. In Cisgiordania, l’ANP, sostenuta dalla comunità internazionale, ha perso credibilità: da molti è considerata corrotta e al servizio di Israele. Infine, le aspettative della comunità internazionale erano che le condizioni di vita deteriorate dei cittadini palestinesi a Gaza avrebbero spinto gli stessi a rivoltarsi contro Ḥamās ma, in realtà, il Movimento diede vita al cosiddetto “governo della resistenza”. 

Conclusioni

Negli ultimi anni, sono ripresi i colloqui tra Israele e Autorità palestinesi: lo Stato provvisorio della Palestina sorgerebbe intanto sui territori ad est del Muro, dove sarebbe però necessaria l’evacuazione di una parte degli insediamenti ebraici. Il tutto attraverso una via di passaggio sicura, attiva tra la Cisgiordania e Gaza, ma sotto sovranità israeliana.

La soluzione dei due Stati idealmente sembra essere la migliore ipotesi per porre fine alle ostilità, ma ad oggi non sembra essere realizzabile né da parte dei palestinesi e né da parte di Israele che non ha tra le sue priorità l’autodeterminazione dei palestinesi ma, anzi, l’obiettivo sarebbe quello di continuare la colonizzazione del territorio e affermarsi sempre di più come potenza egemone nella regione. Da una parte abbiamo una democrazia liberale, dall’altra, invece, un’entità statuale instabile, con enormi problemi al suo interno e divisa territorialmente: la Cisgiordania, che risente degli insediamenti israeliani ed è governata da Abū Māzen, e la Striscia di Gaza, saldamente nelle mani di Ḥamās.

Non bisogna dimenticare poi, che lo Stato della Palestina è sprovvisto di una capitale. Dal 1967 Gerusalemme Est, proclamata capitale palestinese, è sotto il controllo israeliano. Mancano quindi un territorio, una capitale, un esercito e delle leggi. Il riconoscimento, che è solo un mero sostegno politico, rischia di deteriorare la situazione dei palestinesi, prime vittime della politica di Ḥamās, poiché gli israeliani hanno modo di difendersi mentre, i palestinesi sono esposti ai bombardamenti e ciò alimenta la miseria e l’odio degli stessi. 

Una mediazione continua che sappia anche far rinunciare ad alcune concessioni, come ad esempio Gerusalemme capitale di Israele, una condanna internazionale di Ḥamās ed un effettivo aiuto ai palestinesi, sono di certo elementi essenziali per attenuare le tensioni ma, alla luce di quello che è oggi il Medio Oriente, non si intravedono né le reali possibilità di risolvere la questione palestinese e né le opportunità per un miglioramento delle condizioni di vita dei palestinesi.

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