LA TURCHIA VA IN KURDISTAN A CACCIA DEL PKK (E DEL GAS)

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Fonte immagine: Voice of America – Il Kurdistan iracheno, terra di frontiera fra Iraq e Turchia

La vulgata odierna vorrebbe la Turchia impegnata in un progetto grande-strategico votato alla ricostruzione del defunto Impero ottomano. Il recente intervento nel Kurdistan iracheno, nome in codice Claw Lock, ha dato nuova linfa a questa (falsa) narrazione offensivista. La questione è molto più complessa. 

Il movente securitario

Il 18 aprile, il Ministro della Difesa turco Hulusi Akar annunciava l’inizio di una nuova operazione transfrontaliera “antiterrorismo” nella regione autonoma del Kurdistan iracheno (KRG, Kurdish Regional Government). L’obiettivo ufficiale dell’operazione ancora in corso, nome in codice “Claw Lock”, è l’annientamento delle milizie del Partito dei Lavoratori Curdi (PKK) attive nelle regioni di Avashin-Basyan, Zap e Metina al confine fra Iraq e Turchia. Le milizie locali del PKK, in conflitto con lo stesso KRG, hanno tradizionalmente fatto uso delle loro posizioni di confine per lanciare sortite sia in territorio turco che nelle zone della Siria settentrionale soggette alle operazioni turche (Euphrates Shield, 2016 Olive branch, 2018; Peace Spring, 2019).

L’operazione transfrontaliera voluta da Ankara fa seguito ad altre operazioni lanciate nel Kurdistan iracheno a partire dal 1992 per contrastare il PKK, considerato formazione terroristica da Turchia, Unione europea e Stati Uniti. Sotto il profilo geostrategico, la nuova operazione intende strappare all’Iraq una striscia di territorio di lunghezza pari al confine turco-iracheno e di profondità variabile, con possibili punte di circa 70 km. Il conseguimento di questo obiettivo permetterebbe ad Ankara di negare le capacità operative, logistiche e offensive del PKK, diminuendone la capacità di condurre un first strike in territorio turco. D’altro canto, la creazione di una safe zone fra Iraq e Turchia avrebbe il duplice risultato di tagliare le linee di comunicazione fra i miliziani del PKK presenti in Turchia e quelli attivi oltreconfine.

Il movente energetico

Nonostante le sortite transfrontaliere in Iraq non siano una novità nella dottrina strategica turca, il momento dell’inizio delle operazioni suggerisce la presenza di un movente ulteriore rispetto a quello securitario. Alcuni indicatori emersi da un’attività di monitoraggio intelligence confermano questa tendenza. Il 28 marzo 2022 Masroud Barzani, Premier della Regione autonoma del Kurdistan iracheno, affermava, in riferimento alla corrente crisi energetica in Europa, che “le nostre riserve petrolifere sono in grado di produrre una quota importante di energia” e che colloqui con Baghdad sono stati intavolati per la realizzazione di una rete ferroviaria che colleghi Iraq, Turchia e Stati del Golfo. Il 31 marzo 2022 il ministro dell’edilizia del Kurdistan iracheno Abdul Karim firmava un contratto con una società spagnola, di cui non è stato reso noto il nome, per uno studio di fattibilità della costruzione di una rete ferroviaria che colleghi Kurdistan, Iraq, Iran e Turchia.

Il 15 aprile 2022 il Premier della Regione Autonoma del Kurdistan iracheno Masroud Barzani effettuava un viaggio in Turchia per incontrare il Presidente turco Erdogan, con il quale avrebbe trattato di cooperazione in materia securitaria ed energetica. Tre giorni dopo iniziava l’operazione Claw Lock. A fare da cornice a quanto sopra la già importante cooperazione energetica fra Ankara ed Erbil. Il petrolio del Kurdistan iracheno che viene quotidianamente pompato verso la Turchia è una fonte di reddito cruciale per il KRG. D’altro canto, la Turchia coopera da tempo, con le autorità locali per neutralizzare la presenza sul territorio curdo del PKK, il quale vede lo slittamento della Regione autonoma sotto la sfera d’influenza di Ankara come una minaccia esistenziale.

Nell’equazione dei rapporti Turchia-KRG Ankara offre quindi garanzie di sicurezza ad Erbil e coadiuva le operazioni di sradicamento delle milizie del PKK. D’altro canto, Erbil offre ad Ankara una posizione privilegiata nello sfruttamento delle sue risorse di idrocarburi. 

Conclusione

L’ultima delle operazioni transfrontaliere condotte dalla Turchia nel Kurdistan iracheno segue alla combinazione di due fattori decisivi. Il primo fattore, strutturale, è coerente con il tradizionale interventismo di Ankara nella regione in chiave securitaria, necessario per spostare la prima linea di difesa contro il PKK nell’entroterra iracheno e allontanare dal territorio nazionale la “minaccia curda”. Il secondo fattore, di natura tattica, segue alla necessità di combinare il primo obiettivo con la messa in sicurezza delle rotte energetiche secondarie, diventate cruciali in concomitanza alla guerra in Ucraina e all’aumento dei prezzi dei prodotti energetici provenienti dalla Russia. Da quest’ultima la Turchia dipende infatti per il 33% del fabbisogno energetico nazionale. La parallela conflittualità fra KRG e PKK, in ultimo, ha prodotto gli incentivi necessari perché Erbil vedesse in Ankara il garante securitario a cui affidare l’eliminazione delle milizie del PKK dal proprio territorio. In cambio, ça va sans dire, della concessione alla Turchia di una posizione privilegiata nel proprio mercato energetico. 

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