LA NATO ARTICO-BALTICA E IL NEO-CONTENIMENTO DELLA RUSSIA

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Fonte Immagine: Nato

Uno degli effetti geopolitici immediati della guerra in Ucraina è stato il rinsaldamento del fronte orientale della Nato. La Russia voleva meno Nato ai propri confini ma la sua “operazione militare speciale” ha già raccolto più Nato alle porte di casa. Il nuovo Concetto strategico dell’Alleanza Atlantica, che verrà finalizzato nel vertice di Madrid del prossimo 29-30 giugno, prevederà un significativo rafforzamento della posizione di difesa a lungo termine dell’Alleanza in termini di prontezza, interoperabilità e capacità delle forze, potenziamento delle esercitazioni militari, delle difese cibernetiche e della deterrenza collettiva nei confronti della Russia e della crescente influenza della Cina sulla sicurezza degli Alleati. 

Fino a qualche anno fa l’Alleanza Atlantica appariva in profonda crisi di identità (geo)politica tra gli attacchi destabilizzanti provenienti dall’azionista di maggioranza americano (gli strali di Donald Trump contro il free ridingeuro-occidentale) e quelli interessati della principale potenza militare del continente, la Francia di Emmanuel Macron (“la Nato è cerebralmente morta”) intenta a conferire autonomia strategica politico-militare a sé stessa attraverso il progetto dell’esercito europeo. L’invasione russa dell’Ucraina ha ribaltato le prospettive dell’ordine di sicurezza veterocontinentale. 

Da un lato, rischia di ostacolare vieppiù i piani francesi per l’autonomia strategica dell’Ue verso la quale gli europei orientali saranno ancora più recalcitranti dopo aver preso nota dell’iniziale freddezza soprattutto di Francia, Germania e Italia nel supportare la difesa di Kiev e nel recidere il legame (geo)politico-energetico con Mosca. Dall’altro lato, la guerra in Ucraina ha restituito vitalità ad una delle due missioni originarie dell’Alleanza, il contenimento della Russia, e provocherà una ulteriore traslazione del baricentro strategico euro-atlantico lungo l’asse Artico-Baltico-Mar Nero, verso la “Nuova Europa” ex sovietica di rumsfeldiana definizione. Maggiormente vicina alla minaccia russa, dunque più disposta a battersi per la difesa dei territori patri (mappa 2).

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Fonte: brillantmaps.com

East! East! East!

Il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg ha affermato che l’aggressione della Russia apre “una nuova realtà, una nuova normalità per la sicurezza europea” che renderà necessaria una “trasformazione molto fondamentale” della Nato e il suo “adattamento a lungo termine” per una presenza permanente dei contingenti sul fianco orientale. Evoluzione che trasformerebbe la postura strategica dell’Alleanza verso Mosca da una posizione di deterrenza mediante punizione a una di deterrenza tramite negazione. 

In risposta all’invasione russa dell’Ucraina la Nato ha attivato per la prima volta la Forza di risposta rapida, ha schierato 40.000 soldati, 140 navi alleate e 130 aerei da combattimento alleati sul fianco orientale (mappa 1) e ha istituito quattro nuovi battaglioni tattici rotazionali in Slovacchia, Ungheria, Romania e Bulgaria (che si aggiungono a quelli già rodati in Polonia, Lituania, Lettonia ed Estonia), rafforzando la presenza intorno al Mar Nero, regione storicamente di valenza strategica inferiore per la Nato rispetto all’area baltico-scandinava e mitteleuropea.

Gli Usa hanno portato le loro unità sotto lo European Command (Eucom) ad oltre 100.000. Polonia, Romania, Estonia, Lettonia e Lituania hanno prontamente manifestato interesse ad ospitare nuove basi permanenti Nato e Usa sui loro territori. La Danimarca ha annunciato che aumenterà le spese militari al 2% del Pil entro il 2033 e la Svezia ha rotto la sua storica posizione di stato neutrale (risale al 1834 la prima dichiarazione di neutralità svedese) consegnando armi (migliaia di munizioni anticarro) ad un paese in guerra per la prima volta dal 1939.

A questi effetti tattici dell’invasione russa si aggiungono cambiamenti strategici: l’annunciato riarmo della Germania nel lungo termine, la maturazione della giovane nazione ucraina unita da un legame ancestrale di cui Putin nella più tragica eterogenesi dei fini potrebbe passare alla storia come il padre putativo e l’ingresso di Finlandia e Svezia nella Nato nel brevissimo termine.

La scelta di Finlandia e Svezia

Negli scorsi giorni Helsinki ha manifestato l’intenzione di presentare la domanda di adesione alla Nato “senza indugio”. Seguita a ruota da Stoccolma, sulla scia dell’esponenziale aumento dei consensi delle rispettive opinioni pubbliche sull’ingresso nell’Alleanza che per la prima volta hanno superato la maggioranza assoluta in entrambi i paesi (54% in Svezia; addirittura 76% in Finlandia), la domanda congiunta potrebbe ricevere una risposta positiva già al prossimo vertice Nato di Madrid del 29-30 giugno. Stoltenberg ha dichiarato che esistono tutte le condizioni per accogliere in tempi brevi un membership action plan (Map) per l’adesione di Svezia e Finlandia che ufficializzerebbe una cooperazione strategica in atto già da anni. “Se Finlandia e Svezia decideranno di candidarsi, la Nato renderà il processo di adesione il più semplice e rapido possibile” e l’Alleanza cercherà un accordo con i due paesi per gestire “il periodo tra la presentazione di una domanda e la sua ratifica”, ha promesso il segretario generale al presidente finlandese Sauli Niinistö.

Helsinki e Stoccolma presentano tutti i requisiti politici e tecnici per aderire velocemente alla Nato. Entrambe sono liberaldemocrazie di mercato prospere, rispettose dello Stato di diritto e dotate di forze armate efficienti, moderne[1], ben equipaggiate con armi occidentali[2] compatibili ed interoperabili con gli standard e le dottrine militari atlantiche. Dal 1994 Finlandia e Svezia partecipano alla Partnership for Peace che promuove l’interoperabilità tra le forze Nato e paesi partner attraverso attività di addestramento, consulenza, formazione militare e conduzione di esercitazioni congiunte[3]. Dal 1995 Helsinki e Stoccolma fanno parte dell’Ue e i due paesi partecipano alle forze di reazione rapida dell’Alleanza. 

La Finlandia possiede una delle più attrezzate artiglierie d’Europa, mentre la Svezia vanta importanti forze aeree e capacità avanzate nella guerra costiera e sottomarina. Entrambe le nazioni coltivano rapporti militari e di intelligencestrettissimi con Norvegia, Usa e Regno Unito, cooperano con l’Alleanza Atlantica anche nel campo della difesa cibernetica, hanno firmato memorandum d’intesa della nazione ospitante per consentire alle forze alleate di utilizzare i loro territori in caso di crisi o di conflitto armato, sono già integrate nelle pianificazioni strategico-militari atlantiche nei teatri artico e baltico (attraverso cui passa oltre l’80% del commercio finnico) ed in passato hanno inviato truppe nelle missioni “fuori area” della Nato in Bosnia, Kosovo, Libia, Afghanistan e Iraq. 

La reazione russa, la garanzia inglese e la minaccia turca

Mosca ha reagito alle scelte di Finlandia e Svezia minacciando “misure di ritorsione sia di tipo tecnico-militare che di altra natura” contro una mossa che “causerà gravi danni (…) al mantenimento della stabilità e della sicurezza nella regione del Nord Europa”. L’adesione di Helsinki e Stoccolma all’Alleanza Atlantica è vista dal Cremlino come una minaccia strategica visto che il solo ingresso della Finlandia, che condivide con la Federazione Russa un confine di oltre 1.300 km, raddoppierebbe l’estensione della nuova cortina di ferro Nato-Russia e potrebbe portare strutture militari dell’Alleanza ad un tiro di schioppo da San Pietroburgo. Anche se Stoccolma ed Helsinki negoziassero con Bruxelles e Washington esenzioni, come quelle concesse a danesi e norvegesi, sulla presenza di testate atomiche e di truppe permanenti Nato, in ogni caso l’equilibrio geostrategico nella regione baltica subirebbe una profonda modifica. Il Baltico si trasformerebbe in un “lago Nato” e Kaliningrad (la vecchia Koenigsberg, ex capitale della Prussia orientale), sede della flotta russa del Mar Baltico, sarebbe accerchiata dalle forze Nato che in caso di guerra potrebbero più facilmente proteggere le repubbliche baltiche e tagliare i collegamenti aeronavali tra l’exclave e il territorio della Federazione Russa. 

Questo però non vuol dire che la Russia attaccherà Finlandia o Svezia o entrambe. Aprire un nuovo fronte bellico potrebbe rivelarsi fatale nella dimidiata campagna bellica in Ucraina, anche se Putin ci ha insegnato come di razionale vi sia poco o nulla in questa drammatica fase storica. In ogni caso la risposta russa dipenderà da come verrà strutturato l’ingresso nella Nato di Helsinki e Stoccolma, dalla tipologia di sistemi d’arma e truppe che vi verranno schierati. Questo il significato delle parole del ​​portavoce del Cremlino Dmitry Peskov: “Tutto dipenderà da come si svolgerà questo processo di espansione, dalla misura in cui le infrastrutture militari si avvicineranno ai nostri confini”, ha sottolineato Peskov. Nell’immediato Mosca ha tagliato le forniture di elettricità ad Helsinki (10% del fabbisogno energetico finlandese), ha annunciato che schiererà ulteriori forze terrestri, aeree e navali comprese armi nucleari e missili ipersonici nella ipermilitarizzata Kaliningrad e potrebbe agire in rappresaglia con azioni ibride, ad esempio nel regno cibernetico conducendo massicci attacchi in rete per interrompere o disabilitare infrastrutture critiche. 

L’obiettivo di Bruxelles, Stoccolma ed Helsinki è velocizzare la procedura di ingresso[4] in modo da creare un fatto compiuto per privare Mosca dei tempi tecnici per una reazione di forza nella finestra temporale (mesi) tra la domanda di adesione, il suo accoglimento e la ratifica da parte dei 30 stati membri a livello nazionale. Una fase nella quale non vi sarebbero i presupposti giuridici (quelli geopolitici si) per invocare l’art. 5 del Trattato di Washington, la disposizione dei “tre moschettieri”, “tutti per uno e uno per tutti”. Vulnus di deterrenza che ha smosso il Regno Unito che ha fornito garanzie di sicurezza a Stoccolma e ad Helsinki per il periodo di limbo strategico impegnandosi “su richiesta del paese colpito” da “un disastro o da un attacco” ad assisterlo “in vari modi, che possono includere mezzi militari”.

Sul piano politico Helsinki e Stoccolma hanno già ricevuto il via libera da Berlino, Washington, Londra, Roma e altri capitali europee. Ma sulle loro sorti pende un possibile veto proveniente da paesi come la russofila Ungheria e soprattutto la Turchia. Contrariata dalla politica di ospitalità dei paesi scandinavi a beneficio di membri di “organizzazioni terroristiche”, in riferimento al Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) e alle Unità di protezione del popolo curdo siriano (YPG), massime minacce alla sicurezza nazionale turca, Ankara ha alluso alla possibilità di ricorrere al proprio potere di veto da usare come leva nei confronti degli Usa, veri destinatari delle lamentele turche sul sostegno occidentale ai curdi anatolici e siriani, per negoziare un rapido cessate-il-fuoco ed ottenere concessioni dalla superpotenza su altri dossier (sostegno alla lira turca; acquisto F-16/F-35)

I drammatici eventi russo-ucraini costituiscono uno spartiacque geopolitico tra l’era post-Guerra Fredda inaugurata negli anni ’90 e la nascita di nuovo assetto dell’ordine di sicurezza europeo, dunque mondiale, la cui formazione passerà per una caotica e pericolosa fase di transizione. Le potenze autocratiche revisioniste euroasiatiche sostengono che il nuovo ordine mondiale sarà segnato dall’inevitabile declino dell’egemonia americana e quindi dell’ordine internazionale liberale (basato sulle regole) e dall’ascesa di un nuovo asse Pechino-Mosca-Teheran che porrà fine al mondo unipolare. Gli Usa e la Nato vorranno dimostrare che si sbagliano. Un primo passo in Europa è stato compiuto. Pechino è avvertita.


[1] Sebbene le forze armate finlandesi siano composte da sole 19.000 unità, in caso di guerra il paese nordico è in grado di mobilitare un effettivo di 280.000 uomini, un numero che fa impallidire la vicina Svezia che con una popolazione doppia rispetto alla Finlandia conta solo 6.000 truppe attive in più (24.000) e forze di riserva per sole 31.800 unità.

[2] Lo scorso febbraio il governo finlandese ha concluso accordi per oltre 9,5 mld$ per l’acquisto di 64 caccia F-35 e di missili superfice-superfice di produzione statunitense.

[3] Lo scorso anno Svezia e Finlandia hanno guidato insieme alla Norvegia le esercitazioni aeree Artic Challenge, partecipate anche dalle aeronautiche militari di Paesi Bassi, Regno Unito, Germania, Danimarca e Stati Uniti

[4] Questa prevede un voto di ammissione all’unanimità all’interno della Nato, seguito dalla ratifica degli organismi parlamentari o di governo di ciascun Stato membro.

Classe 1994, laurea in giurisprudenza con lode all’Università LUISS Guido Carli di Roma, ha conseguito un Master in Affari Strategici alla School of Government della LUISS Guido Carli, con tesi in “L’interesse nazionale italiano nel contesto della sfida strategica tra Usa e Cina per la leadership globale. Rischi e opportunità dell’adesione italiana alla Belt&Road Initiative”, e un Master in Geopolitica e Relazioni Internazionali presso il Centro Studi Geopolitica.Info – Università Sapienza di Roma, con tesi in “La maturazione imperiale degli Stati Uniti e il nuovo secolo americano”. Appassionato e studioso di geopolitica americana, collabora con IARI dal giugno 2020 per l’area Usa&Canada, della quale dal settembre 2021 è caporedattore.

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