BAB AL-HAWA E LE TENSIONI TRA USA E RUSSIA: SARANNO I SIRIANI A PAGARNE IL PREZZO?

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Fonte Immagine: thewisemagazine

Mosca, come strumento di ritorsione alle accuse americane per la sua condotta in Ucraina, potrebbe opporsi al mantenimento dell’apertura del varco di Bab al-Hawa che consente il passaggio degli aiuti umanitari diretti verso la Siria. Un’eventualità che Washington vuole scongiurare ad ogni costo.

Da Washington giungono ulteriori aiuti ai siriani

Gli Stati Uniti intensificano il loro aiuto ai siriani, colpiti da una guerra oramai decennale, e decidono di fornire loro oltre 800 milioni di dollari a titolo di assistenza umanitaria. L’annuncio è stato dato dall’ambasciatore alle Nazioni Unite Linda Thomas-Greenfield durante un discorso tenuto a Bruxelles in una conferenza a sostegno della Siria.

Il nuovo finanziamento, che rappresenta l’importo più ingente che Washington abbia mai elargito a Damasco, giunge nel momento in cui la crisi umanitaria in Ucraina continua ad imperversare con milioni di rifugiati che fuggono dal Paese a causa dell’offensiva russa. La mossa americana chiarisce il fatto che l‘assistenza umanitaria alla Siria non verrà in alcun modo subordinata alle operazioni che Washington sta conducendo sul territorio ucraino ma anzi come venga considerato di vitale importanza l’impegno nei confronti del popolo siriano.

L’attenzione statunitense viene rivolta in particolar modo al valico di frontiera di Bab al-Hawa, posto al confine tra Turchia e Siria, unico punto snodale nel quale possono transitare gli aiuti umanitari. A luglio infatti scadrà una risoluzione delle Nazioni Unite che ne ha garantito l’apertura per un anno e il tema sarà al centro del dibattito del Consiglio di sicurezza.

Gli Stati Uniti hanno domandato espressamente non soltanto che il passaggio rimanga aperto ma anche un maggiore accesso al sostegno umanitario per la Siria. Nonostante la volontà statunitense di separare i due scenari, la questione siriana appare ora strettamente correlata con quella ucraina: non sembra facile intuire il piano d’azione di Mosca che, sebbene in passato aveva resistito a mantenere aperti i valichi di frontiera con la Siria, non è chiaro ora se sosterrà altrettanto.

Per quali motivi il varco di Bab al-Hawa appare essere così importante?

Il valico di frontiera appare essere così importante in quanto permette il passaggio di medicine essenziali, cibo, acqua, non soltanto nelle zone di confine ma anche nell’entroterra siriano. In un periodo di forti tensioni tra i due Paesi, non sembra essere stata opportuna la scelta di  Washington, che non ha fatto altro che gettare ulteriore benzina sul fuoco, di criticare Mosca per aver nominato Alexander Dvornikov, apostrofandolo come il “macellaio di Siria”, a comando delle operazioni russe in Ucraina, accusandolo apertamente di mettere in atto crimini di guerra.

Didascalia nr.1: valichi di frontiera in Siria

Come strumento di ritorsione, la Russia potrebbe infatti cercare di chiudere l’ultimo corridoio umanitario delle Nazioni Unite in Siria in risposta proprio alle crescenti tensioni con l’Occidente. Più di mille camion carichi di aiuti transitano ogni mese attraverso il valico di frontiera di Bab al-Hawa, servendo principalmente i circa 3,4 milioni di persone che vivono nella regione siriana nord-occidentale di Idlib, una degli ultimi bastioni del territorio ancora sotto il controllo dei ribelli. Mosca, principale sostenitore del governo siriano di Bashar al-Assad, si è già servita del suo potere di veto presso il Consiglio di sicurezza, di concerto con la Cina, per chiudere i valichi in Giordania, Iraq e Turchia, utili al transito degli aiuti.

Il compromesso dell’ultimo minuto nel luglio scorso al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite tra Stati Uniti e Russia, che consentì un’estensione di 12 mesi delle consegne degli aiuti attraverso il valico di Bab al-Hawa e che scadrà i prossimi mesi, venne salutato dall’ambasciatore degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite come un “momento importante” nelle relazioni tra i due Paese: il voto venne poi seguito da vertice di Ginevra tra Vladimir Putin e Joe Biden. Da allora i legami tra i due Paesi sono precipitati ai minimi termini dai tempi della Guerra Fredda.

Le preoccupazioni vengono acuite in ragione del fatto che la situazione umanitaria in Siria dopo 11 anni di conflitto appare essere particolarmente grave. Secondo l’Onu il tasso di povertà nel Paese si attesta al 90% con circa 14,6 milioni di persone che possono sopravvivere grazie agli aiuti umanitari.

A rendere la situazione più problematica vi è la quasi totale dipendenza della Siria dalla Russia per quanto concerne le importazioni di grano: si teme infatti che il conflitto in Ucraina possa far schizzare ulteriormente alle stelle il già elevato tasso di inflazione siriano che quest’anno ha raggiunto il 140%. Condizioni che hanno obbligato il governo siriano a razionare alimenti di base come grano, zucchero, olio da cucina, riso.

Il pericolo è che un’interruzione degli aiuti a Idlib possa innescare un’ulteriore crisi di rifugiati lungo il confine con la Turchia, allargandosi poi al resto d’Europa. Dal canto suo, Damasco e i sostenitori russi potrebbero essere tentati di sfruttare la chiusura del valico di Bab al-Hawa per accrescere il controllo sui flussi d’aiuto, rafforzando così la loro autorità sul resto del Paese.

Perché sarà importante il coinvolgimento degli attori regionali?

Per gli Stati Uniti appare imprescindibile impedire ad Assad di lucrare sugli aiuti, reo di averli già manipolati per oltre un decennio. Un rapporto del Center for Strategic and International Studies pubblicato lo scorso anno rivela come il governo di Assad si sarebbe appropriato di milioni di dollari provenienti dagli aiuti internazionali.

Nelle scorse settimane il rappresentante della Siria presso l’Onu Geir Pedersen ha invitato la comunità internazionale a mantenere l’attenzione alta sulla drammaticità della situazione siriana. Ma l’amministrazione Biden è stata già accusata di scarso impegno nei confronti della Siria. Durante la presidenza Obama, ad esempio, l’impegno dell’amministrazione statunitense era chiaro: Bashar al-Assad doveva lasciare il Paese.

Ma quest’ultima eventualità non ha mai avuto nessuna corrispondenza pratica, tanto che Assad è ancora al suo posto. Washington non ha voluto commentare l’avvicinamento avvenuto negli ultimi mesi tra Assad e altri attori regionali come Emirati Arabi Uniti e Giordania ma è apparsa chiara a tutti la contrarietà di Washington a questo tentativo di  normalizzazione dei rapporti: “non è il momento giusto per normalizzare le relazioni con Assad”, ha tuonato Thomas-Greenfield. Ma appare lecito ritenere che una normalizzazione dei rapporti, anche eventualmente tra Stati Uniti e Assad, dovrà passare necessariamente anche per il coinvolgimento degli attori regionali che potranno intervenire anche sul mantenimento dei valichi di confine.

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