IL NICARAGUA E LA REVISIONE DEI RAPPORTI CON GLI STATI UNITI

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Nell’ultimo periodo, la dittatura nicaraguense sembra star dando segni di cedimento, poiché uno dei figli di Ortega, Laureano Ortega Murillo, Consigliere per gli Investimenti, il Commercio e la Cooperazione Internazionale della Presidenza della Repubblica del Nicaragua, sta cercando alleanze negli Stati Uniti, di fatto in controtendenza rispetto alla linea anti-statunitense del presidente. 

L’affermazione della dittatura socialista in Nicaragua nasce con l’elezione al terzo mandato del presidente Daniel Ortega nel 2011. A partire da quelle elezioni, sono state osservate violazioni ripetute della democrazia, prime tra tutte la correttezza del processo di voto. Nelle elezioni dei due mandati successivi, l’allontanamento dalla democrazia si fa decisamente più intenso, poiché non solo è stato impedito alle opposizioni di presentarsi, ma la moglie del presidente stesso è stata votata come vice, portando la famiglia Ortega a gestire i principali dicasteri dello Stato.

Successivamente a tale spostamento di regime, gli Stati Uniti, già posizionati lontano dal Paese sia perché il Nicaragua è sostenitore di un sistema socialista assieme a Venezuela e Cuba ma anche a causa del coinvolgimento del Paese come sito di fondamentale importanza nel narcotraffico verso gli USA, vennero imposte importanti sanzioni alla famiglia presidenziale e ai collaboratori, che mirano a colpire direttamente le loro proprietà negli USA, ma anche il congelamento delle transazioni in dollari e il blocco dell’accesso agli Stati Uniti alle persone coinvolte direttamente nella situazione anti-democratica.  

Questa linea di politica estera tuttavia sta subendo delle revisioni, almeno secondo quanto sperato dall’amministrazione Biden, poiché a causa dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia e delle pesanti sanzioni imposte, è possibile che i paesi del Centro America stiano rivedendo l’alleanza con la Federazione, in quanto non possono essere più supportate economicamente da questa. Già il Venezuela si è dichiarato, tramite accordi con gli USA, disposto ad aumentare la sua produzione di petrolio, e il Nicaragua, che sta vivendo una pesante crisi economica, rafforzata dall’aumento dell’inflazione conseguentemente all’aumento dei prezzi dell’oro, sta cercando di aprirsi di nuovo alle opportunità offerte dagli USA, di cui comunque sono ancora economicamente e commercialmente dipendenti. 

Emerge quindi la spaccatura in seno alla dittatura. Se da un lato, il presidente Ortega continua con la sua linea di denuncia nei confronti degli Stati Uniti, di cui è emblematica la chiusura dell’ufficio del Nicaragua nell’organizzazione degli Stati Americani (OSA), dall’altro il figlio Laureano è segretamente volato a Washington per convincere l’amministrazione Biden a sollevare le sanzioni. In questo modo, viene sperato che con l’eliminazione delle sanzioni o per lo meno di una sua riduzione, il Nicaragua possa continuare a avere abbastanza soldi per mantenere la sua dittatura in piedi.

Attualmente, l’unica misura che il Nicaragua potrebbe usare per fare pressione su Washington è l’immigrazione dei cubani verso gli Stati Uniti, resa più semplice dall’applicazione dell’esonero di visto all’entrata in Nicaragua. La decisione di esonerare i cubani nasce da un accordo turistico e commerciale tra i due Paesi, che tuttavia sta rendendo più semplice la traversata dei migranti verso il confine degli Stati Uniti via terra. 

Valentina Topatigh, nata a Udine classe 1997. Dopo la maturità linguistica, ha ottenuto la Laurea Triennale in Scienze Politiche alla Statale di Milano, con tesi in diritto pubblico comparato sulla mozione di fiducia e sfiducia nei rispettivi ordinamenti di Germania e Spagna. È attualmente tesista per il master in International Law and Global Governance alla Tilburg University nei Paesi Bassi. Contemporaneamente ai suoi studi è anche membro della redazione America Latina per lo IARI.

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