ATENE-MOSCA: FINE DI UN LEGAME STORICO?

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La Grecia nella guerra ha immediatamente appoggiato Kiev prima di esprimere ripensamenti. Pesano interessi economici, securitari e legami storici che non passano.

Atene nei primi giorni dell’invasione russa dell’Ucraina aveva immediatamente annunciato l’invio di armamenti a Kiev, oltre che quello di aiuti umanitari. Il posizionamento pro-ucraino della Grecia fece seguito alla morte, avvenuta nei primissimi giorni di guerra, di dieci appartenenti alla storica comunità greca di Mariupol, città di toponomastica ellenica ormai tristemente famosa. Mosca si affrettò subito a sminuire notevolmente l’evento affermando di non colpire obiettivi civili ma di attaccare solo obiettivi militari, venendo tuttavia fortemente avversata da Atene che, oltre a criticare aspramente l’uccisione di appartenenti alla propria famiglia nazionale, sottolineò l’utilizzo di bombe tra popolazioni di religione ortodossa, elemento che oltre a russi e ucraini accomuna anche gli stessi greci.

Atene nella prima avanguardia del supporto a Kiev

La Grecia sin dal primo giorno di invasione si è contraddistinta subito come una delle avanguardie pro-Kiev, ponendosi al contempo in una posizione di netta contrapposizione nei confronti della Russia. L’uccisione di componenti della comunità greca nei bombardamenti di Mariupol, da settimane epicentro del conflitto e sotto un perenne assedio finale, aveva contribuito a esacerbare tale posizionamento a cui aveva fatto presto seguito l’annuncio da parte di Atene della spedizione di armamenti diretti in Ucraina.

L’entità delle spedizioni belliche greche è stata tuttavia poco consistente se confrontata alle potenzialità militari greche che, considerate le limitate dimensioni del Paese, sono di tutto rispetto facendo della Grecia un importante avamposto militare Nato nel Mediterraneo (da evidenziare come il Paese ellenico sia uno dei pochi appartenenti alla Nato a ottemperare alla regola del 2% del Pil in spese militari, con uno stanziamento che si avvicina addirittura al 4%). La mossa greca serviva inoltre a rimarcare la posizione fortemente contraria di Atene a storiche rivendicazioni territoriali, quali le mire russe in Ucraina ma soprattutto quelle di Ankara nel conteso Mar Egeo, molto più incipienti per Atene.

La Grecia contro Mosca oltre gli storici legami

Più che l’entità delle spese militari ad assumere rilevanza è stata però la posizione di netta contrapposizione nei confronti del Cremlino che andava a segnare così un cambio di passo rispetto alla storica postura greca. La storia ci informa infatti della vicinanza greca a Mosca: la percezione popolare della Russia in terra ellenica è da sempre largamente positiva, una tradizionale amicizia plasmata dai percorsi storici e dalle comunanze culturali e religiose.

La Grecia, per posizione geografica e flussi culturali, è da sempre ponte tra Oriente e Occidente, una posizione strategica che ne ha segnato la grandezza passata, una grandezza scomparsa ma ancora oggi sognata da Atene. L’orientamento occidentalista affermatosi in seguito al secondo conflitto mondiale e l’appartenenza alla Nato non hanno scalfito nei decenni passati questo ruolo di ponte del Paese ellenico e neanche la vicinanza alla Russia, un legame di derivazione storico-culturale che dallo strategico, legato alla condivisa avversione verso il mondo turco, si fa anche legame culturale derivante dalla comune fede religiosa ortodossa. La presenza russa in Grecia ha poi assunto nel corso del tempo una notevole rilevanza in settori quali l’energia, con Mosca che ha guardato sempre con occhio particolarmente interessato ad Atene come utile strumento influenzabile all’interno dell’avverso campo occidentale.

Legami incrinati

I legami tra Atene e Mosca hanno però iniziato a incrinarsi già da anni. Innanzitutto l’avvicinamento tra la Russia e il comune storico rivale turco, avvicinamento del tutto tattico e per niente strategico, ha messo da anni in allarme Atene facendola volgere sempre più verso Washington. Gli Usa sono infatti l’attore a cui offrirsi per offrirsi come loro piattaforma militare nel Mediterraneo; a sua volta Washington ha tutto l’interesse in una Grecia più vicina, sia per bilanciare la penetrazione cinese all’interno del Paese ellenico, importante snodo della via della seta marittima che Pechino sta allestendo, sia come avamposto della Nato per ostacolare le mire russe nel Mediterraneo orientale fino a Suez. Tale avvicinamento a Washington in politica estera corrisponde alla crisi nei rapporti tra Atene e il Cremlino; rapporti che hanno ricevuto ulteriori incrinature in seguito ad altre vicende quali quella macedone.

La questione macedone

Atene e Skopje sono infatti giunte dopo molti anni a un accordo sul nome dello stato macedone: Skopje ha accettato di abbandonare il nome Macedonia, che identifica anche una regione in parte ricadente in territorio greco, per quello di Macedonia del Nord; in cambio la Grecia si impegna a non imporre il proprio veto all’ingresso macedone nella Nato e nell’UE.

Proprio questi ultimi due punti sono stati oggetto di scontro con il Cremlino, esplicitamente accusato di interferenza nella trattativa tra Atene e Skopje per impedirne l’esito positivo. L’incidente ha portato la Grecia a espellere dal proprio territorio dei funzionari di Mosca mentre la Macedonia ha puntato il dito contro oligarchi che avrebbero spinto per far naufragare l’accordo.

Pensare che Mosca fosse interessata alla denominazione della Macedonia è ovviamente quantomai ingenuo: ciò che temeva il Cremlino era proprio che questo accordo rappresentasse il primo passo verso un definitivo ingresso della Macedonia nell’occidente per il tramite di Ue e Nato, vedendo in tal modo perduto un altro tassello dello scacchiere balcanico, regione da sempre a forte presenza slava e russa che per Mosca si fa oggi sempre più distante.

Nuovi ripensamenti ellenici

La posizione greca ha subito tuttavia una nuova inversione ad aprile, quando Atene ha annunciato la decisione di non proseguire nell’invio di ulteriori armamenti a Kiev. La Grecia ha motivato tale decisione con la proclamata necessità di conservare assetti militari domestici, necessari per la deterrenza nei confronti delle ambizioni del secolare nemico turco.

A consigliare Atene a scendere a più miti consigli, oltre ai sopracitati motivi di sicurezza nazionale, sono state certamente anche le preoccupazioni economiche, tema non certo nuovo nei contrasti e nei disallineamenti tra Atene e l’Europa. I greci temono infatti le ripercussioni economiche del conflitto e i nefasti effetti delle sanzioni inflitte a Mosca: gli investimenti russi in terra ellenica non sono certo banali e non possono essere accantonati tanto facilmente in nome di un supporto incondizionato a Kiev.

A ciò si affianca inoltre la questione del fronte interno. A poco più di un anno dalle elezioni nazionali il partito di maggioranza, Nuova Democrazia, vive da mesi secondo i sondaggi un declino di consensi e ha tutto l’interesse di evitare preoccupazioni economiche e decisioni poco popolari: le rilevazioni indicano infatti che, seppur la maggioranza della popolazione ellenica sia d’accordo sulle sanzioni alla Russia e stia con il popolo ucraino, essa è tuttavia contraria all’invio di armamenti a Kiev e oltre la metà ritiene che il Paese ellenico debba rimanere in una posizione di neutralità.

Un allontanamento in fieri ma non definitivo

L’allontanamento di Atene da Mosca è dunque figlio di una lunga stagione di tensioni che ha trovato nell’evento di Mariupol solo un ulteriore elemento e non la causa scatenante. Il rapporto tra i due Paesi vive dunque oggi un momento di forte tensione che non pone però una fine definitiva all’allineamento storico-culturale e oggi anche economico dei due Paesi.

Allo stesso tempo Atene si mostra solidale con Kiev ma senza esagerare: troppi gli interessi nazionali in termini di sicurezza da mantenere (vedasi pressione turca) e troppo importanti i legami economici con Mosca per gettarsi completamente dal lato avverso. La Grecia gioca così su un delicato equilibrio tra interessi securitari nazionali (che guardano a Washington), interessi economici (che consigliano il governo cautela nel rinnegare completamente il Cremlino) e la protezione delle comunità greche e ortodosse presenti in Ucraina.

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