UN NUOVO ATTACCO TERRORISTICO NEL SINAI

Fonte Immagine: Middle East Monitor

La scorsa settimana Wilayat Sinai ha ucciso 11 soldati egiziani. È la perdita più grande mai registrata.

Wilayat Sinai, il ramo dell’ISIS presente nella Penisola del Sinai, ha ucciso sabato scorso 11 soldati egiziani nella città di Qantara nella provincia di Ismailia. È la perdita più pesante registratasi nella lunga campagna dell’Egitto contro i gruppi di insorti nel Sinai. “Queste operazioni terroristiche non sconfiggeranno la determinazione del paese e dell’esercito a continuare a sradicare il terrorismo”, ha promesso il presidente Abdel Fattah el-Sisi su Facebook dopo l’attacco.

I gruppi di insorti del Sinai hanno iniziato a lanciare una serie di attacchi contro le forze governative egiziane tra il 2011 e il 2013, ma la loro storia risale agli anni ’90 e ’00. Negli anni ’90, il presidente egiziano Mubarak ha istituito un piano d’azione per rendere il Sud del Sinai un luogo turistico. Il Nord è stato escluso dai benefici socioeconomici di questo processo. Da allora, mentre le disuguaglianze tra Nord e Sud si acuivano, gruppi armati insurrezionali hanno iniziato a trafficare nell’ara.

Tra il 2004 e il 2006, l’organizzazione armata Al-Tawhid wa al-Jihad ha compiuto diversi attacchi terroristici in una località turistica nel Sinai meridionale. Il governo egiziano ha risposto con arresti arbitrari e misure di punizione collettiva alle tribù che vivevano nel Nord, senza tener conto della loro alleanza o meno con l’organizzazione terroristica.

All’indomani dello scoppio della primavera araba (2010-2011), i jihadisti che trafficano nella Penisola hanno migliorato la loro strategia di combattimento e hanno rafforzato le loro relazioni con i salafiti residenti nel Deserto occidentale al confine con la Libia. Queste dinamiche hanno portato alla riorganizzazione dell’insurrezione del Sinai sotto il nome di Ansar Bayt al-Maqdis.

Da luglio 2012, Ansar Bayt al-Maqdis ha preso di mira Israele e le comunità ebraiche che vivono nel nord del Sinai. Nel novembre 2014, Ansar Bayt Al-Maqdis ha dichiarato la sua fedeltà (bay’a) allo Stato Islamico (IS/Daesh) prendendo la forma di Wilayat Sinai (Provincia del Sinai). Ciò ha portato a un’escalation di violenza contro le forze di sicurezza egiziane e le comunità locali accusate dall’affiliato dell’ISIS di collaborare con il governo centrale e le minoranze copte che vivono nel Sinai settentrionale.

Anche se l’emergere dei jihadisti del Wilayat Sinai nella Penisola ha formalmente adottato l’agenda operativa dello Stato Islamico, essi hanno conservato la loro autonomia da Daesh, concentrandosi sui loro obiettivi locali. L’obiettivo dell’organizzazione era quello di rovesciare il governo egiziano, piuttosto che creare un califfato globale. Infatti, gli attacchi dell’organizzazione sono rimasti sotto la direzione di unità di resistenza, e i loro obiettivi strettamente locali.

La penisola del Sinai è stata attanagliata per più di un decennio dalla violenza armata, la quale ha raggiunto l’apice dopo la rimozione del defunto presidente Mohammed Morsi in un colpo di stato nel 2013. Più di 1.000 sospetti combattenti e decine di personale di sicurezza sono stati uccisi dall’inizio delle operazioni di contrasto al terrorismo.

Da marzo 2019, Wilayat Sinai è riuscito a estendere il suo raggio d’azione verso ovest, colpendo campi militari e occupando diversi villaggi. Tra il 2020 e il 2021, numerosi attacchi sono stati effettuati dall’organizzazione tra Bir al-Abd e Rafah, nel Sinai settentrionale.

L’attuale instabilità nel Sinai è influenzata da diversi fattori – il mancato riassorbimento delle tribù beduine nella società egiziana, le disuguaglianze strutturali tra centro e periferia e la forte repressione governativa – i quali hanno spinto le tribù beduine a considerare la militanza jihadista come unico strumento di emancipazione sociale e politica. 

Il fenomeno dell’insurrezione della penisola del Sinai riflette i problemi endemici di un paese dove la politica del sospetto e della tolleranza zero non favorisce altro che l’alienazione politica e l’emarginazione degli strati più poveri della società. Tuttavia, il nuovo faraone d’Egitto non vuole rendersene conto e i jihadisti diventano sempre più resistenti. 

Nicki Anastasio

Sono Nicki Anastasio, ho 23 anni e studio presso la facoltà di relazioni e istituzioni dell’Asia e dell’Africa presso l’Orientale. Da quasi cinque anni vivo a Napoli, per studio e lavoro, ma sono originario della Costiera Amalfitana. Negli ultimi tre anni, ho fatto due esperienze studio in Marocco e in Egitto che mi hanno permesso di approfondire lo studio della lingua araba e della cultura dei paesi arabo-islamici, di cui sono affascinato sin da piccolo. Dopo aver conseguito la laurea triennale in mediazione linguistica e culturale, ho ritenuto che analizzare le complesse dinamiche geo-politiche che caratterizzano i paesi della macro area medio-orientale fosse il proseguimento più naturale e spontaneo dei miei studi. Ritengo che per comprendere le ragioni alla base della perenne instabilità dell’area più calda del mondo sia necessario costruire una genealogia della crisi di legittimità che caratterizza gran parte dei suoi stati, considerando le specificità storico-culturali e socio-economiche di ogni contesto nazionale. Sono molto fiero di far parte dello IARI, una comunità di analisti unica nel suo genere.

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