GIORNATA MONDIALE DELLA LIBERTÀ DI STAMPA: L’ERITREA IL PEGGIOR PAESE IN AFRICA

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L’Eritrea si è posizionata in fondo alla classifica del World Press Freedom Index di Reporter senza frontiere (RSF), l’indice che misura la libertà di stampa nel mondo, seguita solo dalla Corea del Nord. 

È quanto è emerso durante la giornata mondiale della libertà di stampa promossa ogni anno, il 3 maggio, dall’UNESCO, con il fine di riaffermare la natura di diritto fondamentale inviolabile di tale libertà.

La ricorrenza è stata istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, per la prima volta nel 1993, in seguito alla Raccomandazione adottata dalla Conferenza Generale dell’UNESCO che due anni prima aveva accolto l’appello di un gruppo di giornalisti africani.  In quell’occasione era stata presentata la storica Dichiarazione di Windhoeksull’indipendenza dell’informazione che ha richiamato l’art.19 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo: “Ogni individuo ha diritto alla libertà di espressione, tale diritto include la libertà di opinione senza interferenze e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza frontiere”.

La digitalizzazione sta sgretolando la libertà di stampa

Durante la Conferenza mondiale della libertà di stampa, che quest’anno si è tenuta in Uruguay dal 2 al 5 maggio, è stato trattato il tema dell’impatto della digitalizzazione sulla qualità e la trasparenza dell’informazione. Dai dati è emerso che, dal 2016 a oggi, piùdell’85% della popolazione mondiale ha assistito a una diminuzione della libertà di stampa nel proprio Paese.

Secondo l’ONU gli strumenti digitali avrebbero ridotto il margine di azione dei giornalisti che si troverebbero sotto “assedio digitale”.

Questa condizione avrebbe sottoposto i professionisti a un maggiore rischio mettendo a repentaglio la loro sicurezza in quanto “costretti a lavorare continuamente sorvegliati e minacciati”. 

Eritrea: il dato peggiore per l’Africa

Il World Press Freedom Index, in particolare, ci offre un’analisi completa sul pluralismo, l’indipendenza dei media, la solidità dei quadri legislativi e la sicurezza dei giornalisti in 180 paesi e cinque regioni.

In questa classifica l’Eritrea si è posizionata al 179˚ posto (nel 2021 era 180˚). 

Quali sono gli aspetti che hanno influito su questo risultato?

L’Eritrea è uno Stato autoritario sottoposto al controllo dei militari (Freedom House ha assegnato al Paese un punteggio pari a 3/100). Dal 1993, anno dell’indipendenza, non si tengono elezioni ed è presente un unico partito: il Fronte popolare per la democrazia e la giustizia (PFDJ), guidato dal presidente Isaias Afwerki.

La Costituzione, ratificata nel 1997, prevedeva l’istituzione di una commissione elettorale il cui capo è nominato dal presidente e confermato dall’Assemblea nazionale, ma il progetto non è mai stato portato al termine e non sono mai state approvate le leggi elettorali.

Per quanto riguarda le elezioni locali e regionali, invece, negli ultimi trent’anni si sono svolte ma sotto il pieno controllo del PFDJ. 

La magistratura non è indipendente e non è mai istituita la Suprema Corte, sebbene anche in questo caso fosse prevista dalla Costituzione.  Il presidente controlla la nomina e la revoca di tutti i giudici dei tribunali locali e, secondo gli osservatori delle Nazioni Unite, la maggior parte delle nomine sarebbero legate ai ranghi militari. 

Un report delle Nazioni Unite riporta una situazione estremamente difficile per la popolazione, soffocata dalla continua violazione dei diritti umani e sottoposta ad arresti arbitrari.

Si comprendono, in questo contesto, le difficoltà che i giornalisti incontrano nell’esercitare la professione. 

Secondo RFS sarebbero già quasi 20 gli addetti all’informazione arrestati dall’inizio dell’anno. I giornalisti sono costretti a lavorare in un regime di sorveglianza perenne e hanno l’obbligo di indentificarsi prima di utilizzare qualunque tipo di servizio online.  

Dawit Isaak, giornalista detenuto da oltre 20 anni, è diventato il simbolo della repressione in Eritrea. L’uomo si troverebbe in una prigione riservata agli oppositori del regime e sulla quale non sono disponibili informazioni certe neanche sull’ubicazione (secondo alcune fonti si troverebbe vicino al villaggio di Gahtelay, nella regione del Mar Rosso settentrionale, altre fonti parlando di una sede vicino ad Asmara.). 

Trent’anni di crimini impuniti

L’Eritrea, da anni, giustifica il clima di controllo sostenendo la necessità di mantenere la sicurezza e la stabilità nel Paese, minacciate dal contesto di guerra permanente con l’Etiopia. 

Dal 2016 la Commissione Onu di indagine sui diritti umani in Eritrea chiede l’apertura di un procedimento contro il governo di Asmara, con l’accusa di «crimini contro l’umanità». Il procedimento, tuttavia, è stato ostacolato da alcuni membri permanenti del Consiglio di Sicurezza come la Russia.

Cari lettori, ho il piacere di presentarmi, sono Giusy Monforte, analista dell’Istituto Analisi Relazioni Internazionali (IARI).
La mia passione per la geopolitica è iniziata a Catania, dove mi sono laureata in Politica e Relazioni internazionali. Successivamente mi sono spostata a Napoli, città che mi ha letteralmente incantata per la sua capacità di restare fedele alle sue radici identitarie pur guardando verso l’Europa. A Napoli ho conseguito una laurea magistrale in Studi Internazionali presso “L’Orientale”, dedicando particolare attenzione al mondo arabo e al diritto islamico, con il fine di inquadrare quest'ultimo nelle scienze giuspubblicistiche. Dopo la laurea ho continuato i miei studi e non ho mai smesso di scrivere: ho collaborato con diverse riviste di geopolitica.
Ho avuto la fortuna di salire a bordo di questo Think Tank sin dall’inizio riuscendo, in questo modo, a dare il mio contributo dalle sue prime manovre e a crescere professionalmente insieme ad esso. Allo IARI mi occupo soprattutto di temi afferenti al costituzionalismo in Africa e negli Stati a maggioranza musulmana.
La mia curiosità verso il mondo si riversa probabilmente anche nelle altre attività.
Dedico il resto del mio tempo alla ricerca delle scoperte musicali e vado spesso ai Festival che ti permettono di spaziare dal dreampop alla Jazztronica, senza sembrare una persona confusa, e a condividere, contemporaneamente, la passione per la musica con persone provenienti da tutto il mondo. Amo viaggiare, oltre che fisicamente, anche attraverso il cinema: seguo con particolare interesse il cinema iraniano e coreano, ma confesso che il mio cuore appartiene al canadese Xavier Dolan.
La parola che odio di più è etnocentrismo: spesso si ignora che non esiste solo una prospettiva e che la realtà ha diverse facce se imparassimo a guardarla con gli occhi degli altri.
La mia parola preferita, invece, è prònoia: perché l’universo può giocare anche a nostro favore ma a volte lo dimentichiamo

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