AL VIA LA TERZA FASE DELLA PIANIFICAZIONE STRATEGICA DEGLI STATI UNITI IN UCRAINA

Fonte Immagine: open.online

Le visite compiute a Kiev dal segretario alla Difesa Lloyd Austin, dal segretario di Stato Antony Blinken e dalla speaker della Camera dei rappresentanti Nancy Pelosi aprono ufficialmente la terza fase dell’impegno per procura degli Stati Uniti a supporto dell’Ucraina che avevamo anticipato settimane fa. Ad ottant’anni dal programma prestito-locazione (Lend-Lease Act, 1941) mediante il quale gli Usa fornirono 12 miliardi di dollari in armi e rifornimenti al Regno Unito e all’Unione Sovietica affinché non capitolassero innanzi alla guerra scatenata dalla Germania nazista, il Congresso ha approvato un nuovo Lend-Lease Act (Ukraine Democracy Defense Lend-Lease Act of 2022) per garantire la rapida consegna di armi letali all’esercito ucraino

“Non interrompere mai il tuo nemico mentre sta facendo un errore”

Napoleone Bonaparte

Le prime due fasi della guerra

All’indomani dell’invasione russa dell’Ucraina lo scorso 24 febbraio, nelle prime ore del conflitto, la rapida sconfitta dell’Ucraina in 72 ore era stata data per scontata a Washington tanto da indurre l’intelligence della superpotenza ad offrire una sicura esfiltrazione dal paese al presidente Volodymir Zelensky, la cui eliminazione (anche fisica) costituiva l’obiettivo numero uno dell’iniziale piano bellico russo condotto con il dispiegamento di forze speciali e unità aviotrasportate (paracadutisti) per causare un veloce regime change a Kiev e installarvi un governo fantoccio filo-russo. 

Per gli americani l’Ucraina era insomma una causa persa. 

Senonché la strenua e proficua resistenza degli ucraini (“Non ho bisogno di un passaggio, ho bisogno di armi”, l’ormai leggendaria risposta di Zelensky all’offerta di esfiltrazione della Cia) e l’impreparazione logistica, operativa, tattica e strategica dell’esercito russo convinse gli apparati statunitensi dell’opportunità di coltivare l’errore strategico commesso da Vladimir Putin per impantanare la Russia nella storica “terra di confine” (questo il significato del toponimo u okraina) tra l’Occidente cattolico-protestante e l’Est slavo-ortodosso, impossibile da occupare interamente per estensione geografica ed ostilità popolare, riscontrata anche nelle parti russofone del paese, le più colpite dalla distruzione russa. 

Washington allora modificò celermente la propria tattica e iniziò a sostenere la resistenza ucraina per ridurre i margini di successo ed aumentare i costi del fallimento della campagna militare russa. Per gli americani e per il fedele alleato inglese si apriva così la fase numero uno delle ostilità. Nell’imminenza del conflitto gli Usa avevano inviato in Europa orientale appositi team informatici con il compito di supportare le capacità di difesa cibernetica dell’Ucraina. Ma fu solo dopo le prime settimane di guerra che l’obiettivo americano cambiò per creare le condizioni per un nuovo Afghanistan russo (Hillary Clinton dixit): uno scenario di insurrezione armata per impegnare la Russia in sanguinose battaglie di retroguardia e infliggerle numerose perdite.

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Gli Usa iniziarono a fornire agli ucraini copertura mediatica, satellitare, cibernetica e informativa. Il Cyber Commanddel Pentagono e la Silicon Valley californiana (Microsoft, Google, Facebook) interferirono con gli attacchi e le comunicazioni digitali della Russia e rafforzarono la robustezza delle reti informatiche ucraine. I collegamenti satellitari Starlink offerti da SpaceX di Elon Musk garantirono la continuità di internet schermando gli attacchi russi alle connessioni via rete. Mercenari “volontari” e veterani delle forze speciali statunitensi ed inglesi affluirono nella Legione straniera ucraina per combattere a fianco delle forze regolari. 

Soprattutto, gli americani iniziarono a trasmettere agli ucraini intelligence militare sia tattica che strategica raccolta da satelliti, droni da ricognizione e segnali elettronici sugli spostamenti delle forze russe e, insieme agli alleati, ad incanalare via Polonia e Romania armamenti “difensivi” (droni di fabbricazione turca Bayraktar TB2, missili anticarro e anti-corazza Javelin e NLAWmissili terra-aria a spalla Stinger), munizioni e strumentazione bellica destinata alla resistenza militare ucraina per l’attuazione della guerriglia urbana contro l’esercito russo per il quale il conflitto si trasformò in guerra d’assedio alle principali città al fine di seminare il terrore tra la popolazione, distruggerne il morale e costringerla alla resa attraverso bombardamenti aerei, fuochi di artiglieria e strike missilistici a lungo raggio contro infrastrutture e obiettivi militari e civili (complessi residenziali, scuole, ospedali, rifugi). 

La terza fase della guerra

Fallita l’invasione su larga-scala nel nord e nel nord-est, Putin fu costretto a ridimensionare gli obiettivi politici della campagna d’Ucraina puntando sulla conquista dell’intero Donbas e dell’Ucraina orientale e meridionale, probabilmente sino a Odessa per congiungere la Federazione Russa alla separatista Transnistria (Moldova), dove sono presenti peace keeper russi e dove nella città di Kobasna è presente il deposito di munizioni (russe) più grande d’Europa (oltre 20.000 tonnellate). Presenze utilizzate da Mosca per minacciare anche da sud-ovest l’Ucraina, utilizzabili in futuro per un remoto e complicatissimo assalto concentrico su Odessa. Ritornata negli ultimi giorni sotto il fuoco dei missili russi che hanno distrutto la pista del locale aeroporto, Odessa è il principale porto del paese (attraverso il quale fluiva la gran parte delle esportazioni agricole e industriali ucraine) e la sua caduta sarebbe strategicamente più grave di quella di Kiev, in quanto senza Odessa l’Ucraina sarebbe privata di sbocchi sul mare e la Russia potrebbe trasformare l’Ucraina nell’Afghanistan dell’Europa piuttosto che nel proprio Afghanistan.

Mosca è tornata a colpire anche la capitale Kiev con missili Kalibr lanciati da un sottomarino dalle acque del Mar Nero e Putin ha promesso una risposta “fulminea” con “strumenti che nessun altro può vantare di possedere” (missili ipersonici nucleari) qualora l’intervento esterno dell’Occidente nella guerra in Ucraina creasse “minacce inaccettabili per noi”. 

Siamo pronti a tutto”, la lapidaria reazione di Washington per parola di Joe Biden che punta a vedere il bluff putiniano. Per la pianificazione strategica americana è infatti iniziata la terza fase, annunciata dal segretario alla Difesa Lloyd Austin da Ramstein (Germania), dove si è tenuto il primo di una serie di summit mensili partecipato dai ministri della Difesa degli oltre 40 paesi Nato e non che si sono schierati con l’Ucraina[1]. Scopo del vertice indetto dagli americani: aumentare l’entità e la qualità del sostegno all’Ucraina (in linea con l’opinione della maggioranza dei cittadini statunitensi) coordinare la consegna di sistemi d’arma pesanti (veicoli corazzati, carri armati, sistemi di difesa missilistica S-300, artiglieria a lungo raggio) e di armi offensive (come i droni tattici Phoenix Ghost e i droni kamikaze Switchblade[2]) per una potenziale controffensiva ucraina e convincere i paesi riluttanti come la Germania[3] a partecipare attivamente alla “coalizione dei volenterosi” a sostegno di Kiev per la guerra campale del Donbas. 

Una guerra di logoramento in cui saranno decisive le capacità logistiche di rifornimento per rimpiazzare le perdite di armi, uomini, carburante, viveri e munizioni. Motivo per cui i russi hanno bombardato cinque stazioni ferroviarie nella parte centro-meridionale dell’Ucraina, per rallentare le forniture occidentali di attrezzature e rifornimenti alle forze ucraine presenti nel Donbas, le quali affrontano un nemico con una superiore potenza di fuoco. Tuttavia, sebbene rispetto alla prima fase bellica i russi beneficino di linee logistiche più corte e di un unico centro di comando e controllo dopo la nomina di Alexander Dvornikov (il “macellaio di Siria”[4]) a comandante supremo per la campagna d’Ucraina, continuano a permanere disfunzioni nella logistica e nella catena di comando. Ciononostante, dopo la presa della martoriata Mariupol i russi stanno compiendo progressi nel sud-est dove avanzano seppur più lentamente del previsto e potrebbero anche vincere sul piano tattico.

Ma Mosca deve fare in fretta perché più dura il conflitto più avrà difficoltà a rimpiazzare le perdite umane (stante la sproporzione tra vastezza geografica e carenza demografica) e a sostenere economicamente la guerra in previsione di un possibile embargo europeo sul petrolio entro la fine dell’anno. Paesi come la Germania stanno già gradualmente procedendo alla “derussificazione” degli approvvigionamenti di petrolio come auspicato da polacchi, americani e inglesi. Resta il gas che Mosca arma per spaccare la solidarietà e il consenso transatlantico ed europeo. L’annuncio di Gazprom della chiusura dei rubinetti del gas destinato a Polonia e Bulgaria è un messaggio a Germania e Italia a non continuare a seguire Usa e Nato nel fornire armi pesanti agli ucraini.

La strategia americana

E’ sul piano strategico che gli Usa stanno giocando le loro legittime scommesse trasformando l’iniziale sostegno al popolo ucraino in una guerra per procura per indebolire l’Orso russo. Con l’obiettivo di trasformarlo in una tigre di carta per impedirgli di minacciare nuovamente l’Europa nei prossimi anni o decenni. “Affinché non sarà in grado di fare le cose che ha fatto invadendo l’Ucraina”, come scolpito dal numero 1 del Pentagono. Perché se la Russia non uscirà dimidiata strategicamente e militarmente da questa guerra allora l’ordine internazionale liberale a guida americana sarà in pericolo anche in altre zone di mondo, poiché si dimostrerebbe la possibilità per attori revisionisti di modificare quest’ordine sopportando bassi costi politici, reputazionali ed economici. 

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La macchina militare russa dev’essere quindi affamata strangolandone l’economia e gli approvvigionamenti di componenti essenziali come i semiconduttori (da qui le sanzioni finanziarie e tecnologiche), affinché non costituisca in futuro una minaccia per l’Europa, consentendo agli Usa di concentrarsi sul contenimento della Cina con una relativa libertà d’azione. Motivo per cui la Russia deve essere staccata economicamente, energeticamente e (geo)politicamente dall’Europa attraverso il duro regime sanzionatorio per consentire alla superpotenza di diminuire nel lungo termine la presenza sul Vecchio Continente senza perderne il controllo in vista della vera sfida del XXI secolo: la competizione egemonica globale sino-statunitense.

Propositi rafforzati da Joe Biden. “Investire nella libertà e nella sicurezza dell’Ucraina è un piccolo prezzo da pagare per punire l’aggressione russa, per ridurre il rischio di conflitti futuri (…) Nel corso della nostra storia, abbiamo imparato che quando i dittatori non pagano il prezzo della loro aggressività provocano più caos e si impegnano in più aggressività, continuano a muoversi. Il costo, la minaccia per l’America e il mondo continua ad aumentare. Non possiamo permettere che ciò accada”, ha dichiarato il presidente americano per legittimare l’approvazione del Congresso di un ulteriore pacchetto di aiuti militari e umanitari da 33 mld$[5] (una cifra pari a circa la metà dell’intero budget della difesa russa!) per sostenere l’Ucraina nei prossimi cinque mesi.

Segno che gli Usa ritengono che il conflitto proseguirà e che gli ucraini possano quantomeno non perdere sul campo inaugurando una prolungata situazione di stallo a bassa intensità lungo la linea di contatto. Il rischio è che in caso di vittoria dei russi si produrrebbe uno sconvolgimento dell’equazione di potere europeo e globale che rallenterebbe il ribilanciamento militare statunitense verso l’Indo-Pacifico. Mentre una sconfitta solo tattica potrebbe consegnare l’Orso alle grinfie del Dragone.

Dopo undici settimane di guerra non esistono le condizioni politiche per una soluzione negoziale, la guerra si sta allargando e dal punto di vista americano l’Ucraina è diventata un’opportunità strategica per risolvere il dilemma della simultaneità strategica nel triangolo geopolitico Usa-Russia-Cina.


[1] Tra i partecipanti vi erano le “neutrali” Svezia e Finlandia, l’Occidente asiatico composto da Australia, Giappone e Corea del Sud e quello mediorientale rappresentato da Israele, rientrato nei ranghi della superpotenza 

[2] Questi droni fanno parte della famiglia delle munizioni vaganti o missili vaganti. Possono essere lanciati in modo discreto attraverso un sistema a catapulta basato a terra oppure da un tubo di mortaio modificato o da un sollevatore verticale multirotore. Sono in grado di “indugiare” in aria per un temo ricompreso tra 15 minuti (nella versione 300 con una portata di 10 km) e 40 minuti (nella versione 600 che a differenza di quella 300 è in grado di distruggere armature pesanti, carri armati compresi) prima di lanciarsi contro il loro bersaglio

[3] Berlino ha deciso di consegnare 50 cannoni antiaerei semoventi Gepard dopo aver espulso 40 membri della delegazione diplomatica russa in Germania, accusati dal ministero degli Esteri tedesco di aver agito “sistematicamente per anni per minare la nostra libertà e coesione nella nostra società”. La Germania inoltre costituisce insieme alla Polonia un hub per l’addestramento fornito da militari Usa alle forze ucraine 

[4] Appellativo che si guadagnò come comandante delle campagne di bombardamenti aerei a tappeto contro le città ribelli siriane, su tutte Aleppo e Homs.

[5] Di cui 8,5 mld$ in aiuti economici, 3 mld$ in aiuti umanitari e 20 mld$ in armi e munizioni per l’Ucraina e per i paesi del fianco orientale della Nato per consentire a questi ultimi di sostituire le armi di produzione sovietica consegnate all’Ucraina con armamenti occidentali e ulteriore denaro per ricostituire le scorte belliche del Pentagono

Vito Fatuzzo

Classe 1994, laurea in giurisprudenza con lode all’Università LUISS Guido Carli di Roma, ha conseguito un Master in Affari Strategici alla School of Government della LUISS Guido Carli, con tesi in “L’interesse nazionale italiano nel contesto della sfida strategica tra Usa e Cina per la leadership globale. Rischi e opportunità dell’adesione italiana alla Belt&Road Initiative”, e un Master in Geopolitica e Relazioni Internazionali presso il Centro Studi Geopolitica.Info – Università Sapienza di Roma, con tesi in “La maturazione imperiale degli Stati Uniti e il nuovo secolo americano”. Appassionato e studioso di geopolitica americana, collabora con IARI dal giugno 2020 per l’area Usa&Canada, della quale dal settembre 2021 è caporedattore.

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