L’ARTICO DOPO LA GUERRA: IL FUTURO DEL CONSIGLIO ARTICO

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Il Consiglio Artico è a rischio stabilità. Sette stati rinunciano alle riunioni in Russia come protesta contro l’escalation in Ucraina. Gli stati rifiutano una linea diplomatica che sarebbe più utile per le attività del Consiglio.

Bisogna ammettere che lo scoppio della crisi russo-ucraina ha generato scoramento nella regione artica. Da febbraio serpeggia ormai quella sensazione secondo cui, tutto quanto realizzato finora sia destinato a finire nel dimenticatoio. Si tratta di anni di pianificazione, di relazioni multilaterali e progetti vari, volti alla creazione di un sistema di cooperazione solido e duraturo, in grado di imporsi ed influenzare, persino gli interessi economici e strategici dei vari paesi.

Il Consiglio Artico rappresenta l’emblema di questo indirizzo: un’organizzazione che comprende gli otto stati artici, e che li vede periodicamente intenti a discutere e progettare per garantire una continuità alla regione, tutelare le popolazioni autoctone e sfidare le conseguenze del cambiamento climatico. Tuttavia, il ruolo emblematico del Consiglio Artico, è tale anche in negativo, proprio perché, emblematica è la sensazione di disgregazione che attualmente pare essere dominante nel Consiglio.

Sin dalle prime battute del conflitto ucraino, molti hanno messo in dubbio l’efficacia della struttura di cooperazione nell’Artico, ed in quel dubbio rientra anche il Consiglio Artico stesso. I malumori dominano dentro e fuori l’assemblea, e le reazioni sono arrivate tempestivamente. Ad ogni modo, il Consiglio è molto importante per il futuro stesso dell’Artico e, la sua presenza stessa sarà presto indispensabile.

Crisi russo-ucraina: le reazioni del Consiglio Artico

Il conflitto era iniziato da appena una settimana, quando il 3 marzo 2022, 7 stati membri del Consiglio Artico, su 8 totali, hanno annunciato l’intenzione di boicottare la partecipazione alla prossima riunione del Consiglio Artico che si sarebbe dovuta tenere in Russia. Un segnale di protesta, fatto recapitare proprio alla presidenza del Consiglio, che per questo biennio è gestita proprio dalla Russia, così come prevedono le disposizioni organizzative dell’assemblea. Il Consiglio Artico, operativo dalla prima conferenza di Ottawa del 1996, non aveva mai registrato una reazione simile.

In pratica non era mai capitato che 7 degli 8 stati, disertassero le attività. Nel 2014, quando Russia e Ucraina si scontrarono per la questione Donbas, solo Stati Uniti e Canada boicottarono i lavori. Dalla reazione dei 7 stati, definiti “A7”, si evince un certo allineamento della posizione in seno al Consiglio Artico, rispetto a quella che è la linea atlantista, con la ferma condanna dell’attacco russo ed il pieno appoggio all’Ucraina.

Certo, si tratta in larga parte degli stessi paesi che hanno predisposto i pacchetti di sanzioni economiche a danno di Mosca, e forse per questo, la reazione nel Consiglio Artico non dovrebbe stupire. Sta di fatto però, che l’assenza stessa dei 7 paesi, impedisce lo svolgimento dell’incontro, mettendo a serio rischio la struttura e la credibilità dell’organizzazione. Ad ogni modo gli A7 parlano di una “decisione temporanea per considerare le modalità necessarie per continuare l’importante lavoro del Consiglio alla luce delle attuali circostanze”.

Il boicottaggio: un gioco che vale la candela?

Al netto delle valutazioni degli A7, il quadro internazionale per la Russia appare sicuramente fosco. L’emergere delle barbarie non gioverà nel breve termine, all’immagine del paese sul piano internazionale, e molti avranno delle remore prima di sedersi nuovamente al tavolo delle trattative con Putin. Tuttavia, l’importanza del Consiglio Artico pone la necessità di riflettere in merito ai risultati ottenuti dall’assemblea stessa e l’importanza che le attività svolte nel Consiglio, ricoprono per il destino dell’Artico.

Forse, proprio in questo periodo così complicato, è bene non dimenticare che questa regione sarà determinante sul piano internazionale, nel giro di pochi anni. Per questo, oltre a valutare le azioni militari intraprese dalla Russia a danno della popolazione ucraina, sarebbe bene considerare anche l’ipotesi, di riprendere presto le riunioni del Consiglio e stabilire lì, una linea congiunta per risolvere la questione in maniera diplomatica. Ci sono delle questioni di primaria importanza, che vanno affrontate e che, costituiscono il cardine delle attività del Consiglio: il riscaldamento climatico e le sue conseguenze, il futuro dei popoli indigeni, la navigabilità ecc.

In sostanza quindi, il gioco non vale la candela. La sospensione, seppur temporanea delle attività, non è risolutiva di alcuna questione, ma appare piuttosto come una semplice presa di posizione, la cui efficacia è tutta da valutare. Invece, se l’intento è costruire o ripristinare la stabilità della governance nell’Artico, il dibattito non può non comprendere anche Mosca, la quale per dimensioni economiche e geografiche, ricopre una sostanziosa parte del mondo artico. 

Boicottare il Consiglio Artico: prove tecniche di cambio d’orientamento

E se, questo boicottaggio della riunione in Russia, fungesse da apripista per un nuovo orientamento del Consiglio Artico? Potrebbe essere un’ipotesi complessa, ma non è da escludere a priori. Se gli A7 attendono il ripristino della pace in Ucraina e si rifiutano di dare segni di apertura al dialogo con Mosca, potrebbe crearsi un nuovo assetto. D’altronde a muovere i primi passi nel boicottare la Russia, sono stati gli Stati Uniti e il Canada. Non è da escludere che la presa di posizione dei 7 stati porti ad un nuovo Consiglio Artico, a trazione americana.

Questo aspetto porterebbe il Consiglio stesso ad una perdita di mordente, specie se messo in relazione con l’approccio piuttosto neutrale avuto fino ad ora. Si tratterebbe di una trazione negativa, che allo stato attuale danneggerebbe la credibilità e gli obiettivi dell’assemblea. Questo è un motivo ulteriore per cui si rende necessaria la ripresa delle attività, seppur con un monito alla Russia. Ci sono molte misure “diplomatiche” per indicare ad un paese avverso, un segno di rimprovero: l’invio di un delegato di funzione minore, o la richiesta di incontro da remoto anziché dal vivo. Si tratta di segnali sottili, ma che comunque sortiscono il loro effetto e che consentono a lungo andare, di non interrompere i lavori.

L’importanza del Consiglio Artico poi, potrebbe essere addirittura risolutiva in tal senso. Non bisogna dimenticare infatti, che tra i partecipanti al Consiglio non ci sono solo stati nazionali, ma anche le minoranze indigene, le quali, seppur vantanti una popolazione esigua, hanno una notevole voce in capitolo. Chi più di loro può capire i disagi e le sofferenze patite dalla popolazione ucraina invasa? I Sami, gi Aleuti, gli Inuit ecc. hanno subito persecuzioni, colonizzazioni e occupazioni indiscriminate nei secoli ed oggi sono membri permanenti del Consiglio Artico. Per questo, i lavori del Consiglio, potrebbero tenersi comunque, dando la possibilità ai popoli artici di sposare la causa ucraina nel dibattito e portarla al centro delle attività assembleari. Il boicottaggio dei 7 stati, impedisce anche questo.

C’è bisogno del Consiglio Artico

Se invece il boicottaggio degli incontri semestrali della presidenza russa, è motivato dal fatto che Mosca, in quanto titolare della presidenza biennale, possa giostrare a proprio piacimento gli incontri, il pretesto non regge. I lavori del Consiglio Artico si basano sul consenso e su principi democratici, pertanto anche le linee programmatiche della Russia non possono trovare applicazione laddove non c’è consenso dei partecipanti.

Questo si configura come ulteriore motivo per cui continuare i lavori del Consiglio: la bocciatura motivata ed articolata delle proposte di Mosca può essere più utile dell’attuale boicottaggio. In questo momento invece, la Russia potrebbe rigirare la cosa a proprio favore, sostenendo che, su questioni primarie per il Consiglio, come la salvaguardia ambientale, non si può perdere tempo, e il boicottaggio invece fa perdere tempo al dibattito in materia. Mosca potrebbe quindi sfruttare la cosa, mostrandosi come più fedele rispetto ai valori del Consiglio Artico, rispetto agli altri componenti.

In sostanza gli A7 stanno adottando lo stesso principio che adottano in altre vesti sul piano internazionale, rifiutando ogni forma di dialogo e di approccio diplomatico con Putin. Nell’Artico però questo comporta una serie di ritardi di cui, i 7 stati potrebbero essere gli unici  colpevoli.

Domenico Modola

Vive a Brusciano (NA) ed è ha una laurea Magistrale in Studi Internazionali presso L’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale” con una tesi in Geografia Politica delle Relazioni Internazionali, incentrata sulla geopolitica del Mar Glaciale Artico. Iscritto all’Ordine dei Giornalisti della Campania, collabora da pubblicista con la rivista online, tra cui “Grande Campania”, e gestisce la rivista online “Impronte Sociali” nel ruolo di direttore editoriale. Contestualmente svolge l’attività di Content Manager & editor presso la casa editrice “Edizioni Melagrana”. Nell’ottobre 2019 entra a far parte dello IARI, mettendo a frutto quelle che sono le competenze acquisite durante gli studi universitari. Scrive di Affari Artici, approfondendo gli aspetti geopolitici e strategici dei territori interessati. Ha un diploma IFTS come Social Media Manager conseguito a maggio 2021, grazie al quale gestisce account social di alcune attività del territorio. Da sempre attivo in associazioni che mirano alla promozione socio-culturale e politica, è componente del Nucleo di Valutazione presso il Comune di Brusciano.

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