I PRIMI CINQUANT’ANNI DELL’IRLANDA NELL’EUROPA COMUNITARIA

I primi cinquant’anni dell’esperienza comunitaria irlandese sono stati contraddistinti dalla volontà di abbandonare il caratteristico isolazionismo e dal desiderio di acquisire protagonismo in Europa, senza lesinare necessari sguardi alle politiche del Regno Unito, a cui Dublino resta indissolubilmente legata.

Il 2022 segna il 50° anniversario dell’ingresso irlandese nell’Europa comunitaria. Correva infatti l’anno 1972 quando Dublino firmò la sua adesione all’allora Comunità Economica Europea (CEE).

Il percorso di ingresso, durato almeno un decennio e legato a doppio filo alle velleità d’accesso del Regno Unito (partner a dir poco vitale per l’Irlanda) fu, però, tutt’altro che agevole. Furono infatti perentoriamente bocciate dall’Europa – e in special modo dalla Francia – le prime due domande presentate da Dublino, di concerto peraltro proprio con Londra, quindi in una fattispecie della storia inglese curiosamente posta a 180 gradi esatti di distanza rispetto a quanto sarebbe poi successo con la Brexit.

Andando con ordine, il primissimo seme fu piantato il 31 luglio 1961, quando, per l’appunto con il Regno Unito, il Paese richiese la piena adesione alla CEE. In un contesto ancora contraddistinto da straordinari tassi di emigrazione e, in termini di relazioni internazionali, dai primi timidi passi verso l’abbandono dell’isolazionismo[1], l’Irlanda, con quest’azione, palesò di fatto la volontà di orientarsi verso il libero scambio. Parallelamente, veniva ripudiata quella politica di protezionismo – non più sostenibile – che era stata la scelta economica dominante da quando Éamon de Valera era salito al potere nel 1932.

Tuttavia, i sei Stati membri fondatori della CEE espressero, nel settembre del 1961, grandi dubbi tanto sulla capacità economica dell’Irlanda quanto, più in generale, sull’idoneità del Paese rispetto allo svolgere un ruolo da protagonista nella CEE.

Per assicurare garanzie a favore del suo Paese, Sean Lemass – Taoiseach della Repubblica d’Irlanda dal 1959 al 1966 – iniziò dunque a tessere una laboriosa tela fatta di sforzi diplomatici e di visite personali nelle capitali dei sei Stati.

Un’ulteriore brusca frenata fu però segnata, come brevemente accennato, dal comportamento ostile della Francia, in primis allorquando (nel 1963) Parigi manifestò la sua opposizione rispetto all’adesione del Regno Unito alla CEE; di conseguenza – con il principale partner commerciale a restare fuori – l’Irlanda non ebbe altra scelta che ritirare la sua domanda per motivi economici.

Quattro anni dopo, nel 1967, il Regno Unito presentò nuovamente domanda, seguito naturalmente dall’Irlanda. Tuttavia, l’Europa comunitaria del tempo, e segnatamente ancora la Francia – che ricorse al cosiddetto velvet veto – fece muro, con Charles de Gaulle che illustrò come non ci fossero le condizioni politiche per decretare l’adesione di Londra (e quindi anche di Dublino) alla Comunità.

Saranno proprio le dimissioni del generale transalpino (1969) a spalancare infine le porte alla possibilità di adesione, con i sei Stati fondatori a concordare in ultima istanza sul fatto che i negoziati di ingresso potessero cominciare. Essi sarebbero proseguiti fino al gennaio del 1972, quando, in una cerimonia tenutasi al Palazzo d’Egmont di Bruxelles, sarebbe stato finalmente firmato per l’Irlanda (e naturalmente per il trainante Regno Unito) il primo Trattato di adesione, entrato in vigore il 1° gennaio 1973.

Messe dunque in luce – con i relativi spunti – le tappe essenziali del lungo percorso d’ingresso irlandese nell’Europa comunitaria, può essere a questo punto interessante soffermarsi su alcuni punti cardine della storia delle politiche irlandesi in questi primi cinquant’anni “europei”.

In primis, è rilevante – come ha d’altronde proposto l’UE in un documento che ripercorre per sommi capi la storia irlandese in seno alla Comunità – mettere in luce l’atteggiamento del Paese rispetto a Schengen.

Dall’entrata in vigore del Trattato di Amsterdam nel 1997, l’UE si è proposta anche come spazio di libertà, sicurezza e giustizia. Ciò è stato reso effettivo grazie ad un corpus legislativo noto come “acquis di Schengen”, che consente a circa 450 milioni di cittadini dell’UE (e a chiunque sia legalmente presente nell’UE) di spostarsi all’interno di uno spazio comune (“Spazio Schengen”) senza essere soggetti a controlli alle frontiere.

L’Irlanda ha chiesto e ottenuto l’opting-out da tale spazio, preferendo mantenere la propria area di circolazione con il Regno Unito (“Common Travel Area”). Ciò consente – oltre a vantaggi come un facile accesso alle prestazioni sanitarie nel Regno Unito – anche il mantenimento di un confine aperto con l’Irlanda del Nord.

In effetti, l’Irlanda è il solo Stato membro dell’UE a non rientrare nell’area Schengen. Ciononostante, partecipa alla cooperazione tra forze di polizia di Schengen e alla cooperazione giudiziaria in materia penale. Peraltro, dal 15 marzo 2021, prende parte anche al Sistema d’informazione Schengen di seconda generazione (SIS II). Nello specifico, SIS II, una banca dati centralizzata sicura, è utilizzata dagli Stati membri per conservare informazioni relative alla sicurezza delle frontiere: una componente fondamentale delle politiche frontaliere. Il sistema SIS II è atto anche a fornire segnalazioni di persone scomparse (in particolare bambini), nonché informazioni su materiale indebitamente sottratto: dalle armi da fuoco al denaro contante.

A proposito di denaro, è necessario aprire la finestra “euro”: i primi cinquant’anni dell’Irlanda nell’Europa comunitaria sono infatti stati contraddistinti anche – come momento importante – dall’ingresso nell’Eurozona. L’Irlanda è stato uno dei primi Paesi ad adottare l’euro, con banconote e monete ad essere apparse per la prima volta nello Stato (come negli altri 11 membri originari dell’Eurozona) il 1° gennaio 2002, dopo un periodo transitorio di tre anni in cui l’euro era la valuta ufficiale ma esisteva solo come “moneta contabile”. Il periodo di doppia circolazione, che vedeva sia la sterlina irlandese che l’euro avere corso legale, è poi terminato il 9 febbraio 2002.

Facendo un passo indietro – che peraltro svela ancora una volta quanto sia stretto storicamente il filo che lega Dublino a Londra – va rammentato che dal 1928 fino agli anni Settanta, l’Irlanda mantenne un one-for-one parity linkcon la sterlina inglese.

Il legame rimase in vigore fino a quando una sterlina instabile e un preoccupante deprezzamento causarono l’inflazione in Irlanda, limitando la capacità del Governo di gestire l’economia. In quel contesto, era ormai chiaro che i legami economici dell’Irlanda con il Regno Unito erano in diminuzione, mentre quelli con gli Stati membri della CEE erano in palese ascesa.

A testimonianza di ciò, nel 1979, l’Irlanda si allineò al meccanismo di cambio europeo, a cui invece Londra aveva deciso di rinunciare. Di conseguenza, quella in questione andò a configurarsi come una decisione non solo e non tanto finanziaria ma anche e soprattutto politica, perché figlia di una visione strategica per cui si assumeva che il futuro del Paese avrebbe dovuto primariamente legarsi all’Europa e non più solo all’ex potenza coloniale. Per inciso, sul medio periodo, la crescita economica degli anni Novanta ha legittimato la scelta ed ha assicurato che l’Irlanda potesse poi aderire alla moneta unica secondo i meccanismi di debito e disavanzo.

Di certo, la politica giocò ancora una volta un ruolo importante nella decisione dell’Irlanda di aderirvi, se è vero che si credeva che la moneta unica avrebbe diviso l’Unione in due gruppi: uno interno ed uno esterno. Un “Noi” contro “Loro” che l’Irlanda ha preferito evitare, preservando la sua esistenza – seppur decisamente da comprimaria – nell’Europa che ragiona insieme.

Proprio a proposito di issues legate ad un’Europa che ragiona insieme, impossibile non chiudere ricordando che la Brexit – al netto degli sforzi fatti per mitigarne l’effetto su imprese e cittadini – ha portato fatalmente in dote per l’Irlanda dei chiari svantaggi.

Nel concreto, gli effetti si sono tradotti in nuove (e penalizzanti) norme su IVA, dazi doganali, tariffe di roaming legate alla telefonia, così come in restrizioni per i cittadini dell’UE residenti in Irlanda (non per gli Irlandesi stessi però, in virtù della Common Travel Area). Di conseguenza, si è registrata un’impennata per quanto riguarda gli scambi commerciali tra Irlanda e Irlanda del Nord, mentre sono diminuiti – seppur non crollando a picco – gli scambi con il Regno Unito. Nondimeno, a proposito di conseguenze “da Brexit”, va a margine ricordato che è stata sostenutal’esistenza di un rapporto di correlazione tra la sempre più marcata ascesa del nazionalismo in Irlanda in questi anni e la Brexit stessa.


[1] Il Paese entrò a far parte delle Nazioni Unite nel 1955, mentre del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale nel 1957.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Latest from EUROPA