LA CRISI UMANITARIA ED ECONOMICA IN AFGHANISTAN 

Fonte immagine: http://www.against-inhumanity.org/2022/03/07/petition-release-afghanistans-frozen-funds/

L’insediamento dei Talebani in Afghanistan ha esasperato la già precaria situazione umanitaria nel paese. Sono circa 23 milioni gli afgani che vivono in condizione di insicurezza alimentare acuta.

Dopo il ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan e la presa del potere da parte dei Talebani nell’agosto 2021, il paese sta affrontando una sempre più profonda crisi economica e umanitaria. Secondo quanto riportato dal World Food Programme, 22,8 milioni di persone – più della metà dell’intera popolazione – versano in una condizione di insicurezza alimentare acuta, mentre almeno un milione di bambini sotto i cinque anni rischia di morire di fame.

Bisogna precisare che, anche prima dell’arrivo dei Talebani, l’economia afgana era fortemente minata da decenni di conflitti, dai cambiamenti climatici nonché dall’emergenza pandemica degli ultimi anni. Il paese, che dipendeva per il 75% dagli aiuti internazionali, era già interessato da elevati tassi di povertà e malnutrizione. Tuttavia, il drastico peggioramento della crisi registrato negli ultimi mesi è strettamente legato all’insediamento del nuovo regime.

Dallo scorso agosto, infatti, diverse organizzazioni internazionali come la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale hanno sospeso gli aiuti finanziari destinati all’Afghanistan, che erano riservati, tra l’altro, al pagamento dei salari di milioni di insegnanti, operatori sanitari e altri lavoratori essenziali. Inoltre, gli Stati Uniti e altri paesi europei hanno deciso di procedere con il congelamento dei fondi della Banca centrale afgana detenuti all’estero, per un totale di circa 10 miliardi di dollari, di cui 7 miliardi soltanto negli Stati Uniti.

La questione relativa al congelamento dei fondi è molto controversa e ha suscitato la reazione della comunità internazionale. Il gruppo di advocacy United against Inhumanity (UaI), ha lanciato una petizione online, spiegando come occorra “agire immediatamente per evitare ulteriori danni e l’intensificazione del disastro in Afghanistan dove la povertà ha raggiunto livelli senza precedenti da quando le riserve finanziarie del paese sono state congelate nelle banche americane ed europee lo scorso agosto” e sottolineando che i cittadini afgani non possono pagare le conseguenze dell’arrivo dei Talebani a Kabul. In effetti, anche se le sanzioni economiche non si applicano direttamente alla Banca centrale afgana, bensì al regime talebano, di fatto la banca nazionale, per effetto di tali provvedimenti, rimane esclusa dal circuito bancario internazionale e non può accedere ai suoi fondi. Ne consegue una grave crisi di liquidità che immobilizza quasi completamente l’economia statale.

Nel frattempo, lo scorso febbraio, il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha firmato un ordine esecutivo, che configura la possibilità di dividere i 7 miliardi di fondi afgani custoditi dalla Federal Reserve di New York, destinandone una metà agli aiuti umanitari in Afghanistan. L’altra metà invece verrà trattenuta e dovrà rimanere disponibile per far fronte, eventualmente, alle rivendicazioni  dei familiari delle vittime degli attentati dell’11 settembre. 

Ad ogni modo, il processo di allocazione dei 3,5 miliardi da indirizzare alla crisi in Afghanistan non si presenta come un’operazione semplice, considerando che l’attribuzione o meno di tale somma dipenderà da una sentenza giudiziaria ecome annunciato da un funzionario amministrativo statunitense, ci vorranno mesi prima che le risorse finanziarie possano effettivamente raggiungere la popolazione in difficoltà. Per di più, il regime dei Talebani, designato come “organizzazione terroristica”, non è stato riconosciuto come il legittimo governo dell’Afghanistan, pertanto le associazioni per i diritti umani invitano gli Stati Uniti a prevedere delle modalità di distribuzione dei fondi tramite dei canali umanitari, che permettano in questo modo di bypassare le autorità talebane.   

La rapida impennata dei prezzi, i milioni di dollari di mancati guadagni, il tracollo del sistema bancario nazionale e la conseguente crisi di liquidità stanno avendo un’inevitabile ricaduta sulle condizioni di vita e sui diritti umani dei cittadini afgani. Sebbene tutta la popolazione sia colpita dalla crisi, non si può negare che a pagarne il prezzo più caro sono le donne e le bambine. Le nuove disposizioni imposte dal regime, che proibiscono alle donne di svolgere la maggior parte dei lavori retribuiti, hanno un impatto devastante sull’economia familiare soprattutto laddove le donne costituiscono le sole o le principali fonti di reddito. 

Il sistema sanitario nazionale ormai collassato non è in grado di garantire un’assistenza medica adeguata, con tragiche conseguenze sulla salute delle madri e dei bambini. Le ragazze intanto vengono private del diritto all’educazione, dal momento che il nuovo esecutivo ha disposto la chiusura della maggior parte delle scuole femminili.   

Per sopravvivere al crescente tasso di povertà e alla fame, si ricorre alle soluzioni più disperate: sempre più frequentemente i genitori si trovano costretti a vendere le loro figlie, destinate ai matrimoni precoci, o a vendere parti del loro corpo. I trapianti di reni, finalizzati al commercio illegale di organi sono infatti molto comuni.   

Secondo quanto riferito da Save the Children, in Afghanistan non c’è carenza di cibo, eppure i bambini continuano a morire di fame perché i loro genitori non possono permettersi di sfamarli.

La crisi umanitaria, infine, ha un impatto significativo anche sui flussi migratori. Sulla base dei dati riportati da IOM, attualmente il totale degli sfollati interni è di circa 6 milioni, di cui più di un milione soltanto nel 2021, mentre gli afgani che nell’ultimo anno hanno deciso di lasciare il paese, trovando accoglienza in particolar modo in Iran e in Pakistan, ammontano a oltre un milione. 

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