LA CENTRALITÀ DELLA PENISOLA DI KOLA NELLA STRATEGIA ARTICA RUSSA

Il conflitto in Ucraina non smette di imperversare e di influenzare altri scenari regionali che vedono la Russia profondamente coinvolta. Fulcro delle attività di Mosca in artico è la penisola di Kola, che vive una nuova militarizzazione.

Nonostante una buona parte delle forze militari di Mosca siano impegnate sul territorio ucraino, non si trascurano altre regioni, che per la Russia sono di fondamentale importanza in termini di sicurezza nazionale e sviluppo domestico. Le strategie di Mosca prendono forma soprattutto in relazione allo sviluppo del conflitto ucraino. Vediamo come. 

L’artico si sa, è di fondamentale importanza per Putin. Già il 14 Aprile Putin reagiva alle sanzioni che arrivavano da Occidente sottolineando che la situazione corrente piuttosto che creare delle difficoltà può aprire nuove opportunità: “Of course, it creates certain complications for us in the current situation, but we have all resources and all capabilities to quickly find alternative solutions, and, in the long-term perspective, to even further reinforce our independence from external factors. An extremely important task.”

Il nuovo conflitto non solo ha evidenziato determinate priorità di Mosca in ambito domestico, ma sta anche contribuendo a cambiare lo scenario nella regione che più conta per lo sviluppo russo. Se per anni abbiamo infatti potuto constatare una proficua collaborazione in artico tra gli attori statuali e non, la recente aggressione dell’Ucraina sembra riportare anche l’artico a molti anni fa, quando il dispiegamento di forze militari sotto il controllo dei due blocchi contrapposti era dislocato su buona parte del territorio al di sopra il circolo polare artico.

Dal discorso di Gorbachev del 1987 iniziò una lenta demilitarizzazione dell’area che vide con la caduta dell’Unione Sovietica non tanto un’accelerazione dello smantellamento militare, quanto una riduzione della pericolosità di un conflitto all’interno della regione. Nei trent’anni che seguirono, la stabilità politica della regione è stata da tutti gli attori interpretata come una conditio sine qua non per intraprendere azioni di sviluppo e crescita in tutta la regione.

Tuttavia, nonostante negli ultimi decenni non ci siano stati conflitti, ma soltanto dispute, in merito a questioni di sovranità territoriale, non si è mai rinunciato al dispiegamento di forze militari sul territorio. Tra tutte la penisola di Kola, quartier generale della Russian Northern Fleet torna a destare più di qualche preoccupazione. Il Ministro della Difesa russo Sergei Shoigu ha dichiarato: “In 2022, we continue to increase the combat capabilities of groupings of forces, we are actively building up combat potential and carrying our rearmament,” “more than 500 units of modern weapons will be delivered” 

Una nuova militarizzazione russa nella regione artica deve essere inquadrata in un momento in cui attori che non fanno parte della Nato, come Finlandia e Svezia, stanno seriamente pensando di prendere parte all’alleanza atlantica. Se gran parte del potenziale bellico russo è al momento concentrato in territorio ucraino, sembra che comunque Mosca non voglia rinunciare a mostrare i muscoli anche altrove. Le azioni russe in artico hanno quindi un doppio scopo, adeguarsi ad una quadro globale mutato in cui un’estensione della Nato a Nord non è da escludere e al contempo insistere sul discorso di deterrenza in una regione, quella artica, dove sono concentrati molti degli interessi cari a Putin.  

Marco Volpe

Ciao a tutti, sono Marco Volpe, analista dello Iari per la regione artica. La mia passione per l’estremo Nord viene da lontano. Mi piace considerarla come il punto di arrivo che ho inseguito per tanto tempo, raggiunto attraverso un percorso iniziato con lo studio del cinese alla Sapienza di Roma, poi alla Beijing Language and Culture University di Pechino e all’Istituto Confucio di Leòn. Gli studi di relazioni internazionali condotti alla University of Leeds mi hanno dato gli strumenti per poi interpetare l’ascesa inarrestabile cinese nell’ordine globale. A quel punto era diventato imprescindibile approfondire il rapporto della Cina con l’ambiente, e il mio sguardo si è allora posato su quell’area remota del mondo ancora apparentemente fuori dai giochi internazionali e dai grandi investimenti, dove la cura per l’ambiente conta più di tutto. Un’area che ovviamente aveva già attirato le attenzioni della lungimirante leadership cinese. E così, tornato a Roma, ho frequentato un master sulla geopolitica artica e sviluppo sostenibile presso la Sioi, focalizzando la mia attenzione sulle mire cinesi nell’area. Il risultato è un pò il punto di arrivo di cui parlavo: collaborare e far parte di think tanks, tra cui lo Iari e l’Arctic Institute, che mi permettono di avere un confronto maturo, professionale ed appasionato sulle vicende internazionali che scandiscono il ritmo delle geopolitica odierna. Un punto di arrivo che è, ovviamente, un nuovo punto di partenza.
Mi sono appassionato alla fotografia quando, durante il mio primo viaggio in Cina, mi trovavo di fronte delle scene e dei volti che non potevo non immortalare. Ciò di cui non posso fare a meno è sicuramente la musica, soprattutto nella sua dimensione live e di festival. Radiohead, Mumford and Sons e National gli artisti che non posso non ascoltare prima di andare a letto.

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