L’UE TRA LA FRONTIERA POLACCA E LA POLITICA DI PROTEZIONE DEI CONFINI

A Polish soldier builds a fence on the border between Poland and Belarus near the village of Nomiki, Poland August 26, 2021. REUTERS/Kacper Pempel. https://www.reuters.com/world/europe/eus-eastern-border-poland-builds-fence-stop-migrants-2021-08-26/

Le misure alle frontiere adottate finora dall’UE hanno esacerbato un approccio securitario anche al confine tra Polonia e Bielorussia. 

Alla frontiera polacca, nella foresta di Białowieża, un numero esiguo di richiedenti asilo sta cercando di entrare nel territorio polacco dalla Bielorussia. Ma a causa del loro status di immigrati irregolari, i richiedenti sono respintiripetutamente dalle guardie di confine polacche e bloccati dalle barriere in filo spinato. Nel frattempo, mentre persiste la minaccia della guerra tra Russia e Ucraina, come sta affrontando l’Unione europea la conseguente crisi migratoria al confine tra la Polonia e la Bielorussia?

Se da un lato la guerra russo-ucraina è complice di aver accentuato la questione migranti in Europa, allo stesso tempo ha esacerbato l’inefficacia della politica migratoria dell’UE. Un esempio critico è il sistema di Dublino, già debole per la mancanza di una politica comune e per la solidarietà tra gli Stati membri nella gestione del problema. Il risultato? Attualmente l’Europa orientale è divisa tra due poli opposti: la creazione di corridoi umanitari per i rifugiati ucraini da una parte, e la costruzione del muro anti-migranti al confine tra Polonia e Bielorussia – politica inaugurata da Viktor Orbán nel 2015 – dall’altra. 

È evidente che l’Unione europea è tanto compatta sulla politica di protezione dei confini quanto nelle buone intenzioni, ma confusa sul piano del realismo politico. Lo scorso ottobre è stata approvata, di fatto, la richiesta a Bruxelles di un finanziamento per il muro anti-migranti avanzata da Lituana, Lettonia e Polonia. Ma l’UE si è trovata di fronte ad una spaccatura: da una parte c’è chi ha legittimato la richiesta polacca – tra cui il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, e la Commissaria europea agli Affari Interni, Ylva Johannson –; dall’altra chi ha inizialmente rifiutato i finanziamenti per il muro, come Ursula von der Leyen, per poi cambiare idea per il finanziamento delle infrastrutture tecnologiche di vigilanza al confine. Per cui, l’UE, mentre cerca un compromesso senza soluzioni efficaci, legittimaindirettamente la politica della Polonia alla frontiera. 

Banalmente viene da chiedersi perché sono aperti i corridoi umanitari per gli ucraini e non per i rifugiati al confine. La risposta può essere tanto irrisoria quanto tecnica. Tuttavia, se si tiene conto della definizione di ‘guerra ibrida’ data dai rappresentanti UE, si capisce quanto il confronto tra i due contesti sia difficile. L’attacco ibrido che l’UE subisce dal regime di Aleksandr Lukašenko è stato ribadito dall’Alto Rappresentante degli Affari Esteri e della Politica di Sicurezza, Josep Borrell, lo scorso 10 novembre 2021, come un tentativo deliberato da parte del regime bielorusso – e indirettamente da quello sovietico – di creare «una crisi persistente e prolungata nell’ambito di un ampio sforzo teso a destabilizzare l’Unione europea, mettendone alla prova l’unità». Tuttavia, la guerra ibrida – e l’uso dei migranti come arma alle frontiere – che Lukašenko fa all’Europa non lascia aperti soltanto gli attriti tra l’Unione europea e la Bielorussia, ma anche altre questioni. Ad esempio, la natura delle sanzioni contro Lukašenko e il quinto pacchetto sanzionatorio. Sorge quindi una domanda: è una condanna alla strumentalizzazione dei migranti da parte della Bielorussia o per indebolire il regime di Lukašenko?

L’altra questione riguarda il pragmatismo politico polacco. In questo scenario, la crisi migratoria è uno strumento geopolitico tanto della Bielorussia quanto della Polonia perché se da un lato è un’arma contro l’UE, dall’altro è sia lo spostamento di focus dalla Polexit e dallo stato di diritto polacco, sia un modo ‘pulito’ da parte dello stesso governo polacco di legittimare le espulsioni immediate dalla frontiera e autogestire il fenomeno migratorio – un esempio è il ruolo poco marcato di Frontex. In questo modo, la Polonia da Stato membro in contrasto con le politiche dell’UE diventa quello più attaccato e quindi da difendere maggiormente dalle minacce estere. Di conseguenza, il territorio polacco può continuare così la sua politica anti-migratoria e procedere con la costruzione del muro sostenuta, nel frattempo, dall’UE. Infatti, dopo aver dichiarato lo stato di emergenza lo scorso 3 settembre, la Polonia, la Lituania e la Lettonia hanno modificato le norme nazionali per facilitare – e rendere immediato – il respingimento alla frontiera per la sicurezza e per la protezione dei confini. 

Il 1° dicembre, inoltre, la Commissione europea, in seguito al Consiglio europeo del 22 ottobre 2021, ha presentato una proposta sulle misure emergenziali da adottare dai tre Stati membri in questione e sulla base delle loro richieste. Le misure straordinarie sono specificate nell’art.78, par. 3 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione europea (TFUE): “Qualora uno o più Stati membri debbano affrontare una situazione di emergenza caratterizzata da un afflusso improvviso di cittadini di paesi terzi, il Consiglio, su proposta della Commissione, può adottare misure temporanee a beneficio dello Stato membro o degli Stati membri interessati”.

In pratica, la proposta permetterebbe alla Polonia di applicare la sua politica di respingimento senza alcun tipo di ammonimento da parte di Bruxelles.

Di fatto la stessa andrebbe a beneficio dello Stato membro e non risolverebbe effettivamente il problema dei migranti accampati al confine con la Bielorussia. Anzi, l’unica soluzione adottata finora è stata proprio quella dei rimpatri, in linea con il Nuovo Patto del 23 settembre 2020 e il return sponsorships indicato.

In questo caso, però, sembra che la politica dell’UE sia quella del “bastone e della carota”, perché mentre condanna i crimini e la strumentalizzazione dei civili da parte del governo Lukašenko, con la Polonia fa tutt’altro: ne legittima la politica anti-migratoria e insieme la deroga della direttiva 2013/32/UE sulla procedura d’asilo. Nel 1999 è stata introdotta la Politica Comune d’Asilo (CEAS) al fine di tutelare e fornire delle misure standard per il trattamento dei richiedenti asilo e delle domande di protezione internazionale. Più avanti, nel 2020, la Commissione europea ha proposto di riformare il sistema attraverso un approccio globale alla politica di migrazione e asilo basato su procedure efficienti di asilo e rimpatrio, sulla solidarietà e una più equa condivisione di responsabilità ed infine incentrata sulla creazione di partenariati rafforzati con i paesi terzi.

Il limite di questo nuovo patto, in sostanza, è nel pragmatismo politico europeo e nell’approccio securitario che normalizza di fatto quelle misure emergenziali adottate finora. Infatti, come nota Marco Gerbaudo, nonostante ci siano alcuni elementi positivi, come il maggior ruolo dell’Unione europea nella cooperazione con i paesi terzi e il tentativo di migliorare il quadro normativo sulla migrazione legale, il nuovo patto è debole sul trattamento riservato ai migranti e ai richiedenti asilo. 

Per cui si va a normalizzare una politica di esternalizzazione con forti ripercussioni sui migranti, resi ancora di più dei soggetti politicamente vulnerabili.

In questo senso Frontex sintetizza appieno la politica securitaria dell’UE, perché è di fatto una vera e propria organizzazione di controllo delle frontiere e non di tutela dei diritti dei migranti. In aggiunta, il Patto non prevede garanzie e tutele sufficienti durante la procedura di controllo e di confine, nonostante l’intenzione sia quella di prevenire l’immigrazione irregolare.

Per cui non sorprende che la situazione dei migranti al confine tra Polonia e Bielorussia riveli un contesto in cui i respingimenti collettivi siano legittimati dalle misure straordinarie degli Stati membri – oltre alla strumentalizzazione dei migranti da entrambe le parti politiche implicate. La situazione alla frontiera vede da un lato un approccio securitario legittimato dal pushback; dall’altro estende la politica dei respingimenti anche agli aiuti umanitari. Il governo polacco gioca al rimbalzo territoriale con il governo bielorusso, negando, nel frattempo, i soccorsi a chi sta nel mezzo. I profughi, dall’altra parte, sono bloccati in una linea di confine altamente presidiata dai militari. Se si oltrepassa la “zona rossa” senza autorizzazione si viene arrestati. E in questa zona ‘cieca’ – le cui informazioni arrivano direttamente dal Ministro della Difesa Mariusz Błaszczak – non possono accedere né parlamentari, né giornalisti per vedere cosa sta accadendo; né gli abitanti dei villaggi al confine  possono  soccorrere i migranti senza subire delle ripercussioni dalla polizia polacca. 

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