TREGUA IN YEMEN TRA SFIDE E OPPORTUNITÀ 

Fonte Immagine: Il Fatto Quotidiano

Allo scoccare dell’ora del Ramadan è rintoccata anche la campanella della tregua per lo Yemen, martirizzato dalla guerra da sette lunghi anni. L’inviato delle Nazioni Unite, Hans Grundberg, lo ha annunciato da Amman, in Giordania, a seguito di ripetuti incontri con le parti coinvolte. Nel frattempo, nella giornata del 7 aprile il presidente Hadi ha ceduto il potere ad un Consiglio Presidenziale composto da 8 uomini, a cui è stata affidata la responsabilità di rappresentare gli interessi del governo nell’accordo. 

Le dichiarazioni di Grundberg: 

Si tratta della prima tregua “totale” per lo Yemen, ovvero riguardante tutto il paese. Infatti, l’ultima risaliva al 2018 ma si concentrava sulla cessazione dei combattimenti nei soli pressi di Hodeida, porto strategico e cuore bellico degli attacchi dei ribelli. Il cessate il fuoco iniziato lo scorso 1° aprile, invece, rappresenta un’opportunità unica per Sanaa in quanto coinvolge tutti i territori yemeniti a ogni longitudine e latitudine.

Grundberg, da parte sua, si è detto fiducioso al riguardo e si è lasciato andare a esplicite sollecitazioni nei confronti degli Houthi e dei sauditi, dichiarando che il buon esito dei due mesi di tregua dipenderà dalla buona volontà delle parti in causa. Il diplomatico ha poi commentato ancora, aprendosi a parole di speranza rispetto ad un “raffreddamento della retorica bellicista e dei discorsi di odio” viste le dimostrazioni di buona solerzia pubblicamente mostrate dagli attori interessati. L’inviato speciale dell’ONU spiega poi che oltre all’interruzione delle operazioni militari in corso, l’accordo prevede anche l’ingresso di navi per il rifornimento nei porti di Hodeida e il via libera ad alcuni voli commerciali passanti per l’aeroporto della capitale Sanaa verso rotte regionali prestabilite. 

L’incognita Houthi: 

L’accordo sponsorizzato dalle Nazioni Unite è sicuramente un passo avanti rispetto al passato recente, caratterizzato da ripetuti fallimenti diplomatici verificatisi nel paese ospitante la più grande catastrofe umanitaria del secolo. Ciononostante, gli incontri svoltisi a Riyadh hanno registrato una grande assenza: quella dei ribelli. Ansar Allah, questo il nome in patria degli Houthi, ha declinato l’invito al tavolo negoziale sfuggendo l’invio di rappresentanti del gruppo. Il motivo del categorico rifiuto a partecipare è stato determinato dal luogo prescelto per l’incontro, ovvero Riyadh. Infatti, l’Arabia Saudita è stata definita dagli Houthi un luogo “non neutrale per gli accordi di pace”. 

Quindi c’è un convitato di pietra non trascurabile che ha formalmente appoggiato la tregua ma che, secondo alcune fonti, avrebbe già violato l’accordo nell’area circostante la città di Marib, che rappresenta oggi il centro nevralgico dei combattimenti. Comunque, l’intensità della guerra appare diminuita nonostante i presunti continui movimenti dei ribelli nel governorato di Marib. 

Tregua e geopolitica: 

Il cessate il fuoco yemenita è arrivato piuttosto inaspettatamente. Infatti, come sopramenzionato, i recenti stalli diplomatici avevano lasciato presagire un clima di sempre maggiore pessimismo circa un’eventuale tregua. Inoltre, fatto ancora più eclatante riguarda le condizioni dell’accordo di pace temporaneo: apertura al passaggio di alcune merci nel porto di Hodeida e voli commerciali operanti dall’aeroporto di Sanaa principalmente da e verso l’Iran.

Mai ci si sarebbe aspettato che Ansar Allah avrebbe acconsentito a condizioni così restrittive rispetto alle richieste fatte pervenire dai ribelli per fermare le ostilità, ovvero la completa cessazione dell’embargo di merci e la conseguente riapertura totale al traffico marittimo attraverso il porto di Hodeida nonché la piena riapertura dell’aeroporto della capitale a voli commerciali verso tutto il mondo. Oltre a ciò, la novità consta delle condizioni di cessate il fuoco a cui hanno acconsentito le parti in conflitto.

Opinione condivisa poiché supportata dalle posture ferree adottate dai protagonisti in più occasioni era che sia il governo che i ribelli cercassero una tregua che facesse i propri interessi. Invece, trattandosi di termini che delineano un cessate il fuoco onnicomprensivo, non c’è teoricamente nessun vantaggio per le fazioni coinvolte. Quanto alla propaggine governativa, l’accordo ideale avrebbe dovuto comprendere la ritirata dei ribelli dall’ultima roccaforte governativa: Marib.

Qui gli Houthi si sono lanciati in un’offensiva potente negli ultimi tempi, accerchiando la città strategicamente irrinunciabile per il governo, sede dei più importanti centri di estrazione di petrolio e gas dell’intero paese. Per i ribelli, invece, la tregua desiderabile sarebbe stata quella imponente un blocco degli scontri transfrontalieri in corso tra il gruppo e la coalizione a guida saudita senza, però, cessare le attività offensive nei confronti della componente governativa a Marib e non solo. Quello che, però, è emerso dall’incontro di Riyadh, è un quadro più equanime e imparziale che è di fatto descrivibile come un blocco militare autocontrollato. 

Il tempismo dell’accordo:  

Quest’analisi ha definito la tregua come un evento inaspettato, come del resto dimostra il pantano diplomatico che si è osservato per anni in Yemen. Ora, però, è necessario investigare le ragioni di tale affermazione. In particolare, quest’asserzione si basa sullo storico recente del conflitto. Infatti, fino alla fine dello scorso anno, un simile accordo era utopistico anche solo da pensare; il quadro della situazione dipingeva una massiccia avanzata degli Houthi verso Marib.

I ribelli, fortemente convinti delle loro possibilità di conquistare la città, non avrebbero mai acconsentito ad un cessate il fuoco poiché lo avrebbero inteso quale un accadimento largamente dannoso per le loro mire espansionistiche. Ugualmente, il governo considerava le condizioni per la tregua richieste dai ribelli quali un assalto alla propria sovranità, ragion per cui non avrebbe mai accondisceso alla tregua. Stesso discorso per i sauditi, anch’essi contrari a fare concessioni ai ribelli senza nulla in cambio, ergo l’interruzione dei legami del sedicente gruppo nazionalista yemenita con il nemico iraniano. 

Detto in altre parole, financo che il vantaggio strategico era nelle mani degli Houthi nessuno voleva cedere, né gli stessi ribelli convinti di poter sferrare il colpo finale per annientare i nemici né tantomeno i loro avversari, fortemente ostili a una risoluzione che favorisse Ansar Allah ancor di più, facilitandone ulteriormente la vittoria. 

La questione si è modificata solo negli ultimi mesi quando l’avanzata pressoché indisturbata verso Marib è stata fermata da mosse vincenti degli Emirati Arabi Uniti, i quali hanno ottenuto vantaggi militari rimarchevoli, complicando la conquista della città settentrionale dello Yemen. A ciò sono seguiti attacchi a mezzo di droni e missili lanciati dagli Houthi sul territorio emiratino, nello specifico su Abu Dhabi. Questo fatto è rilevante poiché per la prima volta gli Emirati hanno pubblicamente riconosciuto l’avvenuta intrusione dei ribelli yemeniti all’interno della propria superficie nazionale.

Inoltre, il governo ha incalzato l’amministrazione statunitense affinché reinserisse Ansar Allah nella lista dei gruppi riconosciuti come terroristi – mossa fatta da Trump prima della scadenza del termine presidenziale e immediatamente revocata da Biden dopo l’insediamento. In aggiunta a ciò, i ribelli hanno anche intensificato la propria attività offensiva contro target sauditi così da scatenare una dura reazione di Riyadh risultante in un forte incremento di attacchi aerei sui territori yemeniti di Sanaa e non solo.

Così, il quadro militare è stato rapidamente bouleverséoriginando un precario equilibrio bellico dopo anni di stallo. Alle congiunture marziali terragne si è poi aggiunto un altro fattore: la guerra in Ucraina. Gli aumenti di prezzo nei mercati delle materie prime hanno fortemente intaccato anche i lidi yemeniti, così come le sanzioni. In più, nelle aree controllate dagli Houthi si sono verificate ingenti carenze di carburante, via via sempre più acute. 

Opinioni sulla tregua e sul consiglio presidenziale: 

Sulle risposte dei civili yemeniti circa la durevolezza del cessate il fuoco spesse volte pesa l’astenia di sette lunghi anni di guerra. Infatti, molti cittadini sono stremati dai combattimenti senza sosta che da tempo immemore danneggiano il paese.

Così, al quesito posto loro sulla possibilità di una tregua di lunga durata, molti si sono lasciati andare a risposte affermative dettate più dalla speranza che da un’accurata valutazione dei fatti. Tanti sono entusiasti soprattutto per la riapertura dell’aeroporto, la cui rinnovata ripresa dei traffici commerciali rende potenzialmente possibile lo scarico dei medicinali necessari alla popolazione. In più, la tregua implica maggiori possibilità di spostamento e quindi di ricongiungimento per le famiglie divise dalla guerra.

In merito agli effetti economici dell’accordo, poi, si è già osservato un apprezzamento della valuta nazionale – il riyal – nei confronti del dollaro, prima della tregua in caduta libera. Comunque, rimane una percentuale considerevole quella degli yemeniti pessimisti rispetto agli effetti benefici del cessate il fuoco.

Nello specifico, essi credono che l’incontro di Riyadh rappresenti solo un modo per aggirare colloqui per la pace più incisivi in cui le parti si impegnano a trovare una soluzione finale al conflitto. Sui canali social sono molti i commenti che descrivono l’attuale cessate il fuoco come una “Stoccolma 2.0”, in riferimento all’accordo sponsorizzato dalle Nazioni Unite nel 2018 che avrebbe dovuto portare alla pace ma che, invece, si è rivelato un quasi totale fallimento.

Se da un lato ebbe l’effetto benefico di prevenire un’escalation militare degli Emirati Arabi Uniti per la conquista di Hodeida, in sostanza le disposizioni contenuto nel testo di Stoccolma sono tuttora vacue nell’implementazione. Infatti, i termini vengono violati frequentemente dalle parti coinvolte e problemi simili potrebbero emergere verosimilmente anche con l’accordo di Riyadh. 

Quanto al consiglio presidenziale che ha visto la luce lo scorso 12 aprile, l’accoglienza nel campo anti-Houthi è stata piuttosto positiva. L’entusiasmo è comprensibile vista la paralisi dell’apparato governativo in corso da anni sotto la guida di Hadi, la cui amministrazione si è dimostrata incapace e disattenta più e più volte. In ogni caso, l’esaltazione per l’instaurazione di questa nuovo meccanismo decisionale non è stata accolta all’unanimità.

Nello specifico, frange di Islah, il partito forte nel mosaico interno yemenita che ha legami con la Fratellanza Musulmana e dall’ideologia sunnita radicata, hanno espresso preoccupazione circa l’eventualità che il Consiglio Presidenziale possa minare l’influenza del partito, dichiarando quindi il decreto di Hadi incostituzionale. Anche gli Houthi non hanno accolto con fermento la notizia della formazione del nuovo organo, definendolo come niente più che un fronte appositamente creato e controllato dai sauditi per continuare la loro aggressione in Yemen. 

Prospettive temporali della tregua:

Come già accennato, si è vociferato di ripetute violazioni del cessate il fuoco da parte dei ribelli. In più, la riapertura dell’aeroporto di Sanaa non è garanzia della ripresa regolare dei voli commerciali poiché ci sono oggettive difficoltà interne affinché ciò accada. Nello specifico, gli attori domestici potrebbero scontrarsi sulle tratte di volo e sull’autorità chiamata a controllare i passaporti. Se ciò dovesse verificarsi e i voli dovessero non riprendere, gli Houthi potrebbero accusare l’ONU di essere responsabile per il fallimento della tregua. Allo stesso modo, se la situazione sul campo a Taiz non dovesse migliorare – città assediata dai ribelli – accuse alle Nazioni Unite perverrebbero anche dal fronte anti-Houthi. 

Cosa fare ora: 

Le Nazioni Unite sono chiamate a rispondere celermente alle seguenti impellenze per non perdere credibilità ed evitare il collasso dell’accordo: rifornire Hodeida di carburante e ripristinare i voli dall’aeroporto di Sanaa. Inoltre, l’impegno per la riapertura di Taiz deve essere robusto così come deve essere forte la spinta per avviare i canali diplomatici tra i ribelli Houthi e il Consiglio Presidenziale. Questi obiettivi sono necessari affinché la popolazione riponga fiducia nel tentativo di mediazione dell’ONU.

Diversamente, se le aspettative non dovessero essere mantenute, un clima di cinismo e pessimismo generale circa l’incapacità delle parti di scendere a compromessi e delle Nazioni Unite di favorirli si instaurerebbe rapidamente. La tregua temporanea deve necessariamente essere estesa, il cessate il fuoco deve diventare permanente e ad esso devono affiancarsi colloqui politici volti a un settlement amministrativo del conflitto oltre che militare.

Inoltre, l’uniformità di vedute all’interno del Consiglio Presidenziale è tutt’altro che una realtà e dissapori intestini potrebbero sfaldare il fronte anti-Houthi marcatamente. Per questa ragione è necessario che questo nuovo organo spinga per una soluzione politica provvisoria che implichi la fine delle ostilità e la possibilità di rinsaldare la propaggine anti-ribelli mediante colloqui volti a diminuire le differenze, o comunque attenuarle. Solo così, si può pensare di portare a termine un successo diplomatico. Altrimenti, la predizione popolare della “Stoccolma 2.0” si avvererebbe. 

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