Ucraina in Europa, un’opportunità per Kiev, ma una sfida per Bruxelles

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Da tempo si sta discutendo di una probabile adesione dell’Ucraina in Unione Europea. Più volte Kiev ha manifestato la sua volontà di adesione a pieno titolo di Stato membro, ottenendo da Bruxelles sempre risposte vaghe e incerte. La guerra avrà realmente cambiato la volontà dei leader politici europei in aiuto del popolo ucraino o si tratta di una promessa utopistica per reagire alla presa di posizione russa?

L’invasione armata della Russia sul suolo ucraino ha fatto emergere un tema importante a cui non è stata data una risposta: l’adesione di Kiev all’Unione Europea. Un argomento che desta non poche preoccupazioni sia dal lato europeo sia dal lato russo. Il processo di adesione va ben al di là delle tradizionali considerazioni di ordine economico, date le relazioni difficili con Mosca.

Dalla dissoluzione dell’Urss i paesi appartenenti all’ex orbita sovietica si sono avvicinati poco per volta al territorio comunitario. Il territorio ucraino è tra le questioni più spinose per le politiche del Cremlino. In primo luogo, nel territorio della Crimea vi è la base navale di Sebastopoli, che da secoli ospita la flotta russa. La Crimea fu donata nel 1954 dal leader sovietico Nikita Krusciov allo stato ucraino, per commemorare il Trattato di Pereyaslav tra i due popoli, russi e ucraini. Pertanto, Kiev alla dissoluzione dell’Urss mantenne la Crimea. Tramite un accordo ventennale consentì la presenza della flotta russa, ed infine ereditò molte basi nucleari.

Il processo di adesione

L’adesione è un processo disciplinato dall’articolo 49 del TUE (Trattato sull’Unione Europea), che recita

Ogni Stato europeo che rispetti i valori di cui all’articolo 2 e si impegni a promuoverli può domandare di diventare membro dell’Unione. Il Parlamento europeo e i parlamenti nazionali sono informati di tale domanda. Lo Stato richiedente trasmette la sua domanda al Consiglio, che si pronuncia all’unanimità, previa consultazione della Commissione e previa approvazione del Parlamento europeo, che si pronuncia a maggioranza dei membri che lo compongono. Si tiene conto dei criteri di ammissibilità convenuti dal Consiglio europeo. Le condizioni per l’ammissione e gli adattamenti dei trattati su cui è fondata l’Unione, da essa determinati, formano l’oggetto di un accordo tra gli Stati membri e lo Stato richiedente. Tale accordo è sottoposto a ratifica da tutti gli Stati contraenti conformemente alle loro rispettive norme costituzionali”.

Il tutto inizia con la domanda di adesione che consiste in una lettera che il ministro degli Esteri dello stato invia al presidente di turno del Consiglio dell’Unione Europea. In un secondo momento, viene trasmessa alla Commissione per una prima istruttoria. L’istruttoria consiste nello studio tramite degli esperti, della legislazione nazionale dello stato per comprendere se quest’ultimo deve modificare in tutto o in parte la propria normativa per adeguarsi agli standard europei. Per questo motivo, a volte occorrono cambiamenti radicali, altre volte solo delle leggere modifiche, o in alcuni casi la legislazione interna è già allineata. La Commissione, successivamente, può proporre al Consiglio di accettare la domanda di adesione, riconoscendo il paese quale potenziale candidato. Il Consiglio delibera all’unanimità per riconoscergli lo status. I negoziati di adesione sono di carattere intergovernativo, ed è fondamentale che tutti gli Stati siano d’accordo nelle diverse fasi della procedura, dal momento che alla conclusione si arriva alla fase della formazione del trattato di adesione, il quale in qualità di trattato internazionale ha bisogno della ratifica dei parlamenti nazionali dei paesi contraenti.

L’allora Consiglio Europeo riunitosi a Copenaghen nel 1993 elaborò un vero e proprio codice di allargamento, stilando i cosiddetti “criteri di Copenaghen”  che stabiliscono una serie di condizioni economiche e politiche che gli stati sono tenuti a dover adempiere. Nella parte politica si stabilisce che i paesi siano conformi ai principi fondamentali della democrazia, dello stato di diritto, del rispetto delle minoranze e dei diritti dell’uomo; nella parte economica lo stato deve appartenere ad un’economia di mercato e avere le forze necessarie per la concorrenza all’interno dell’Unione. Infine, tutti gli stati candidati devono aderire e rispettare l’acquis communautaire, ossia quel blocco legislativo europeo che viene

suddiviso in diversi capitoli secondo le diverse tematiche, tra cui le relazioni esterne, la concorrenza, la politica agricola, la politica commerciale e i trasporti.

Possibilità concreta o falsa speranza per il popolo ucraino

I politici ucraini e lo stesso presidente, Volodymyr Zelensky, hanno chiesto un’adesione immediata. La presidente della Commissione europea, Ursula Von der Leyen, dal canto suo, è ottimista sulla concreta possibilità che questo passo storico possa essere portato a compimento. L’adesione è considerata da molti esperti un traguardo che potrebbe ottenere Kiev, però il futuro è incerto perché l’Europa avrà un duro scontro con il Cremlino. Per questo ordine di ragioni, il territorio ai confini comunitari ha dovuto nel corso degli anni adempiere al suo dovere di stato cuscinetto, per permettere una coesistenza pacifica tra Bruxelles e Mosca. Un’entrata ufficiale potrebbe comportare anche l’adesione alla Nato, nemico della Russia.

Il presidente Vladimir Putin teme un’intromissione nella sua “sfera di interessi privilegiata” nella campagna espansionistica che sta conducendo da anni l’Alleanza del Nord Atlantico. Trovandosi in via de facto i nemici in casa.

Pertanto, l’Unione approvò la Pev, la Politica europea di vicinato per l’estensione dei suoi legami con gli stati dell’est, con l’obiettivo di impegni reciproci in tema di rispetto e di condivisione dei diritti democratici su cui si fonda il Vecchio continente. Questo strumento comprende un coordinamento delle politiche e un’integrazione economica rafforzata. In aggiunta ha rafforzato il ruolo della società civile nel processo che porta ad una completa democratizzazione, in base al principio del more for more, in base al quale il partenariato viene rafforzato se vengono compiuti concreti avanzamenti nel campo della trasformazione politica.

Le relazioni Ue-Ucraina si sono rafforzate con l’accordo di associazione adottato dal Consiglio l’11 luglio del 2017, ed entrato in vigore il 1 settembre dello stesso anno. Esso promuove i legami politici, economici e il rispetto dei valori comuni. In merito all’annessione illegale della Crimea avvenuta nel 2014, la risposta comunitaria si è sempre basata sulle misure restrittive di ordine prettamente economico, ma non dichiarando la possibilità di adesione in qualità di Stato membro.

L’Europa, continente che per secoli ha costituito il simbolo della democrazia e ha svolto il ruolo di modello per il paese russo, si trova in una posizione di “terra di mezzo”. Non vorrebbe perdere i con il Cremlino, che potrebbe avere forti

ripercussioni, economiche e militari, e l’Unione non è realmente pronta a rispondere a queste sfide.

L’Ue-Ucraina e il problema del gas

L’Ucraina è il simbolo del crocevia tra la Russia e l’Europa nel transito del gas, e tra le principali preoccupazioni degli Occidentali è legata proprio all’approvvigionamento delle fonti energetiche. Circa il 30% del gas importato sul nostro continente, che diventa il 50% se si tiene in considerazione solo l’area extra-comunitaria, viene da Mosca.

 Sebbene abbiano diversificato l’approvvigionamento delle fonti in altre parti del globo, la dipendenza dalla Russia è proprio un fattore strutturale e geografico. Tutti i canali principali passano dal vicino ucraino. Il paese che più ne sente la ricaduta è senz’altro l’Italia che non ha provveduto finora a cercarsi la materia prima, altrove. Per questo motivo, la Germania con il trattato strategico del Nord Stream 2, oggetto di discussione tra Berlino e i paesi dell’Alleanza, ha cercato di distaccarsi dal transito del gas che circola tramite l’Ucraina, perché passa dal territorio Baltico.

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