PERCHÉ L’INDIA NON PUÒ RICATTARE L’AMERICA

Fonte: timesofindia.com

Nel (non) rispondere all’invasione russa dell’Ucraina l’India si è limitata ad astenersi in sede onusiana alla risoluzione di condanna dell’aggressione militare russa e non ha aderito alle sanzioni occidentali. Vane le pressioni del Dipartimento di Stato per volgere Delhi su posizioni anti-russe allo scoppio della guerra. Respinte dall’India che considera la Russia[1] un contrappeso geopolitico fondamentale per bilanciare Cina e Usa. Il recente accordo con Mosca sui pagamenti in rupie e in rubli nelle transazioni bilaterali per aggirare il sistema finanziario dollarocentrico, le restrizioni su Swift e le sanzioni secondarie Usa sul commercio con la Russia ne è massima testimonianza.

L’atteggiamento neutrale dell’India, nel nome della tradizionale (geo)politica di non allineamento tra superpotenze e di più concreti ritorni come le succulenti prospettive di crescita delle proprie esportazioni di grano, conseguenza del vuoto lasciato nei mercati globali dalla guerra in Ucraina, si è di fatto rivelato un sostegno alle posizioni russe molto meno timido di quello offerto dalla Cina, legata alla Russia da una pomposa “amicizia senza limiti”. L’Elefante e il Dragone insieme rappresentano quasi la metà della popolazione mondiale e il loro appoggio più o meno esplicito alla Russia rende l’isolamento di quest’ultima tutt’altro che globale. Delhi e Pechino manifestano una opposizione di principio alle sanzioni come strumento di guerra economica da parte degli Usa e sono accomunati dalla necessità di mantenere rapporti cordiali con i russi secondo una tattica di copertura dei rischi contro l’unipolarismo egemonico a stelle e strisce.

La reazione Usa

Il comportamento del partner indiano non è certamente passato inosservato a Washington, dove ha sollevato più di qualche malumore. 

La superpotenza ha dapprima mosso il Quad per provare a stanare Delhi. Vani i tentativi sia del premier australiano Scott Morrison che del primo ministro giapponese Fumio Kishida di convincere Modi ad esporsi contro Mosca promettendo investimenti miliardari nel subcontinente in disparati settori (dai minerali di terre rare alle infrastrutture strategiche) e sottolineando il pericolo che un aggressione in stile russo possa accadere nell’Indo-Pacifico. Chiaro riferimento al muscolare movimento di Pechino tra i Mari Cinesi e l’Oceano Indiano passando per l’Himalaya, dove la Repubblica Popolare sta costruendo infrastrutture duali, civili e militari, come strade, eliporti e ferrovie per consentire un più rapido schieramento di truppe in caso di nuovo conflitto armato con gli indiani.

La scorsa settimana Joe Biden ha tenuto una videoconferenza con il primo ministro indiano Narendra Modi, con il quale ha discusso di cooperazione bilaterale e soprattutto di guerra in Ucraina, che sarà argomento centrale del prossimo meeting del Quad previsto per il 24 maggio, cui potrebbe partecipare per la prima volta anche la Corea del Sud. Biden ha redarguito Modi sull’acquisto di maggiori quantità di petrolio russo a prezzi scontati. Una scelta che “non farà gli interessi dell’India” e che indebolisce l’efficacia delle sanzioni imposte dall’Occidente, offrendo mercati alternativi alle esportazioni di idrocarburi siberiani. Monito rispedito al mittente dal capo della diplomazia indiana che ha lanciato la palla sul campo veterocontinentale. “Probabilmente i nostri acquisti totali mensili sarebbero inferiori a quelli dell’Europa in un pomeriggio”, ha dichiarato il ministro degli Affari Esteri Subrahmanyam Jaishankar.

Il videoincontro Biden-Modi è stato seguito dal vertice 2+2 (Difesa + Esteri) tenuto a Washington dal segretario alla Difesa Lloyd Austin e dal segretario di Stato Antony Blinken, i quali hanno ospitato i rispettivi omologhi indiani. Le parti hanno annunciato piani per rafforzare i legami civili e militari nei domini dello Spazio (cooperazione tra lo Us Space Command e l’Agenzia spaziale della difesa indiana) e del cyberspazio. Le nuove partnership spaziali servono a migliorare la consapevolezza situazionale delle forze armate indiane. L’India infatti dipende dall’accesso all’intelligence geospaziale Usa per monitorare i movimenti di soldati cinesi lungo il conteso confine himalayano, dove soldati indiani e cinesi si uccidono a colpi di mazze e pietre. Specie dopo la conclusione nel 2020 del Basic Exchange and Cooperation Agreement on Geospatial Cooperation (Beca), accordo militare per la condivisione di dati satellitari sensibili e comunicazioni crittografate. Informazioni topografiche e cartografiche fondamentali per i moderni sistemi d’arma di precisione (missili e droni armati) e per l’attività di navigazione.

Usa ed India hanno concordato altresì di rafforzare il ritmo e il livello delle esercitazioni militari congiunte e di snellire le procedure per la fornitura di materiali e tecnologie militari di produzione americana. Gli Usa si sono impegnati a supportare gli sforzi della base industriale della difesa indiana per la produzione autoctona di armamenti e tecnologie (come droni e tecnologie avioniche). Obiettivo tattico: consentire a Delhi di ridurre la propria dipendenza dalla Russia, primo fornitore di armi acquistate dall’India[2] con una quota di quasi il 60% del totale, ridottasi negli ultimi anni rispetto al 75% del 2015 in parallelo all’esplosione del commercio bilaterale Usa-India nel settore della difesa, passato da 200 mln$ a oltre 20 mld$ negli ultimi venti anni.

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Il ruolo dell’India nella strategia Usa

Gli Usa intendono trasformare l’India nel baluardo oceanico occidentale dell’arco di soffocamento indo-pacifico della Repubblica Popolare Cinese (Rpc) che ha nel Giappone l’altro perno sul lato estremo-orientale. In cambio del sostegno militare e d’intelligence la superpotenza chiede all’India di svolgere il ruolo di guardiano delle acque ricomprese tra Oceano Indiano e Golfo di Bengala, dove Delhi detiene le chiavi dell’imbocco nord-occidentale dello Stretto di Malacca (dal quale passa circa il 40% del commercio indiano e quasi l’80% delle esportazioni cinesi) grazie al controllo delle isole Andamane e Nicobare. 

Sul piano operativo, l’India si sta attrezzando per questi compiti. Negli anni dell’amministrazione Trump il governo Modi ha acquistato dagli Usa aerei da ricognizione terrestri, aerei da trasporto strategico per dispiegamento rapido di truppe e due dozzine di elicotteri Seahawk MH-60R, in grado di operare dalle portaerei e impiegabili in missioni offensive e difensive tra cui la guerra anti-sottomarina e lo strike anti-nave.

Il legame strategico che l’India coltiva con la Russia, specie in campo energetico (lo scorso ottobre Dehli ha ricevuto la prima consegna di gas naturale liquefatto siberiano attraverso il progetto Yamal Lng) e militare[3] (vedi partecipazione indiana alle imponenti esercitazioni militari russe Zapad-21),  irrita la superpotenza ma non costituisce un dramma strategico. 

L’India non dispone di un grande potere di ricatto verso gli Usa perché qualsiasi risultato tattico la Russia riuscirà a conseguire sui campi di battaglia ucraini, sul piano strategico uscirà da questa guerra più indebolita nella sua credibilità di grande potenza militare e più dipendente dalla Cina. Nei prossimi anni le esportazioni di armi e pezzi di ricambio russi potrebbero ridursi data l’esigenza per Mosca di ripristinare le perdite subite nel conflitto, soprattutto per quanto riguarda armature pesanti, aerei e missili. Inoltre Pechino aumenterà la propria leva geopolitica su Mosca, con il rischio per Delhi che il Dragone possa premere sul dimidiato Orso russo per limitarne le capacità di esportazione di armi in India, semplicemente vitali per il funzionamento e la prontezza delle forze armate del subcontinente – l’equipaggiamento e i pezzi di ricambio forniti dalla Russia sono essenziali per il funzionamento di carri armati, aerei da guerra, sottomarini e dell’unica portaerei indiana, di produzione sovietica.

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In secondo luogo, l’ottimo rapporto con la Russia serve all’India per bilanciare gli Usa e mantenere una certa autonomia strategica per non scadere a satellite della superpotenza egemone. Ma l’atteggiamento indiano sarebbe probabilmente molto diverso e tutt’altro che neutro in caso di crisi provocata da Pechino nella regione dell’Indo-Pacifico. L’India infatti è utile agli Usa per contenere la Cina non la Russia. Ciò che conta per gli Usa è che Delhi si schieri con Washington in caso di conflitto contro la Cina, mentre per gli Usa è l’Europa che deve staccarsi dalla Russia, non l’India.

Infine e soprattutto, l’India molto difficilmente potrà ascendere a superpotenza egemone. Manca di potenza industriale – con solo circa il 3% della produzione manifatturiera globale, un dato 9 volte inferiore a quello della prima potenza manifatturiera mondiale, la Cina (28%) e 5 volte inferiore a quello degli stessi Usa (17%), secondi in classifica. L’India inoltre non è mai stata una potenza marittima pur disponendo di oltre 7.000 km di coste e composta da sub-nazioni è afflitta da divisioni interne (etniche, religiose, linguistiche) che storicamente gli invasori stranieri hanno sfruttato per dominarla secondo il classico divide et impera.

Vulnerabilità che a Foggy Bottom ben conoscono, con il segretario di Stato Antony Blinken tornato alla carica sulla classica questione dei diritti umani, annunciando che Delhi permane sotto monitoraggio internazionale per le politiche nazional-induiste del governo Modi, ritenute discriminatorie nei confronti della minoranza musulmana del paese (14% della popolazione, circa 170 milioni di persone che afferiscono culturalmente al più grande nemico indiano, il Pakistan, limite strutturale all’ascesa a grande potenza dell’India per palese disomogeneità interna).

Sottolineatura mediatica, quella americana, che non impedirà comunque a Modi di far avanzare le proprie politiche nazionaliste e anti-musulmane in patria. Azione strategica che trova l’opposizione dell’egemone (attraverso la strumentalizzazione della retorica sui diritti umani) che contrasta ogni tentativo di assimilazione e omogenizzazione culturale avvertendolo come ostile, prodromo ad una spinta egemonica.


[1] I legami dell’India con l’impero russo affondano le loro radici nel periodo coloniale del Raj britannico quando, agli inizi del XX secolo, i nazionalisti indiani che lottavano per l’indipendenza dalla Gran Bretagna videro nell’allora Unione Sovietica un campione dell’anti-colonialismo. Dagli anni ’70 l’India divenne un cliente militare di Mosca, approvvigionandosi dai sovietici per carri armati, cacciabombardieri, sottomarini, cacciatorpediniere e tecnologie militari

[2] La Russia fornisce agli indiani ogni sorta di asset militare, dai sistemi missilistici di difesa aerea a lungo raggio S-400 ai cacciabombardieri MiG 29 e Sukhoi Su-30 MKI.

[3] Nel dicembre 2021, in occasione della visita di Vladimir Putin a Nuova Delhi, Russia e India hanno firmato nuovi patti di cooperazione energetica e militare, compreso un accordo decennale nel settore della Difesa.

Vito Fatuzzo

Classe 1994, laurea in giurisprudenza con lode all’Università LUISS Guido Carli di Roma, ha conseguito un Master in Affari Strategici alla School of Government della LUISS Guido Carli, con tesi in “L’interesse nazionale italiano nel contesto della sfida strategica tra Usa e Cina per la leadership globale. Rischi e opportunità dell’adesione italiana alla Belt&Road Initiative”, e un Master in Geopolitica e Relazioni Internazionali presso il Centro Studi Geopolitica.Info – Università Sapienza di Roma, con tesi in “La maturazione imperiale degli Stati Uniti e il nuovo secolo americano”. Appassionato e studioso di geopolitica americana, collabora con IARI dal giugno 2020 per l’area Usa&Canada, della quale dal settembre 2021 è caporedattore.

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