LA NORVEGIA CONTINUA CON LE CONCESSIONI PETROLIFERE NEL MARE DI BARENTS

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Fonte immagine: Kristian Helgesen/Bloomberg via Getty Images

La Norvegia dagli anni ‘70 dipende fortemente dalle attività petrolifere della sua piattaforma continentale, che contribuiscono a tenere alti i livelli di welfare. Il Paese allora procede a concedere licenze di esplorazione a società energetiche interessate alle risorse dei suoi mari. E lo fa ormai da quasi mezzo secolo.

La necessità di nuovo petrolio

Se si pensa che la produzione di petrolio e gas da parte della Norvegia copre solo il 2 e 3% rispettivamente della domanda globale, il Paese potrebbe apparire come insignificante sul mercato mondiale degli idrocarburi. Ma ad uno sguardo più attento la situazione si mostra molto diversa. 

Quasi tutto il petrolio e il gas prodotti sulla piattaforma norvegese vengono esportati. Combinati, questi due prodotti equivalgono a circa la metà del valore totale delle esportazioni norvegesi di merci. La Norvegia è il terzo esportatore di gas naturale al mondo, dietro solo a Russia e Qatar, e il secondo produttore di petrolio in Europa dopo la Russia. 

Queste valutazioni potrebbero far ben sperare quelle nazioni che vogliono slegarsi dalla dipendenza energetica russa, soprattutto in un momento in cui le sanzioni a Mosca per la guerra in Ucraina stanno aumentando il timore che i rifornimenti di gas vengano interrotti. A questo proposito, il ministro del petrolio e dell’energia Aasland ha affermato che anche per far fronte alla situazione in Ucraina, la Norvegia continuerà a produrre gas e petrolio al 100% delle sue capacità. In un contesto così critico è necessario che la Norvegia sia un attore stabile per la produzione di energia, anche a costo di mantenere lo sviluppo delle rinnovabili un passo indietro.

In verità, le entrate derivanti dalla vendita di petrolio e gas hanno svolto un ruolo cruciale nella creazione della moderna società norvegese. Sempre secondo le parole del ministro Aasland, il settore petrolifero e la scoperta di nuovi giacimenti sono essenziali per la creazione di nuovi posto di lavoro e l’accumulo di nuova ricchezza. Per questo motivo è d’obbligo, secondo il governo di Oslo, favorire una produzione redditizia nell’industria del petrolio e del gas per molti anni a venire.

Con tutto questo in mente, il governo procede allora con la concessione di nuove licenze per l’esplorazione di vaste aree del mare di Barents – insieme con il mare del Nord e il mare di Norvegia – a quelle società energetiche che ne sono interessate. Le aree coinvolte non sono di nuova esplorazione, sono già state studiate a livello geologico, e molte delle infrastrutture già esistenti possono essere utilizzate per le nuove attività di estrazione.

Il dilemma ambiente – ricchezza

Le nuove licenze vengono concesse nello stesso momento in cui l’Unione Europea attraverso la sua Arctic Strategysta proponendo di vietare lo sfruttamento di nuovi giacimenti di petrolio, carbone e gas nell’Artico per proteggere la regione, gravemente colpita dai cambiamenti climatici. Il 13 ottobre 2021, Il Servizio europeo per l’azione esterna (SEAE) ha publicato la EU Artic Strategy, con la promessa di mirare ” towards a multilateral legal obligation not to allow any further hydrocarbon reserve development in the Arctic or contiguous regions, nor to purchase such hydrocarbons if they were to be produced.

L’UE non è un attore che direttamente può intervenire nell’area artica, ma può sicuramente contribuire alla sua governance – anche indirettamente attraverso i 3 Paesi della regione membri dell’Unione (Danimarca, Svezia e Finlandia). E si impegna a farlo, concentrandosi sul tema della sostenibilità.

In comunione di interessi con l’Ue e in controtendenza rispetto alle decisioni del governo norvegese, anche molte associazioni ambientaliste del Paese si sono schierate contro la decisione di concedere nuove licenze di esplorazione nel fragile ecosistema dell’Artico. È infatti sempre più chiaro come, soprattutto la gioventù norvegese, tenga molto alle tematiche ambientali e sia preoccupata per il proprio futuro.

Tra il 2016 e il 2017 un’associazione ambientalista norvegese Young Friends of the Earth Norway insieme con Greenpeace hanno portato avanti una causa lungo i 3 gradi di giudizio norvegesi, accusando lo stato di violare, attraverso lo sfruttamento delle risorse petrolifere, l’articolo 112 della Costituzione secondo il quale  every person has a right to an environment that is conducive to health and to a natural environment whose productivity and diversity are maintained…this right will be safeguarded for future generations as well. Le due associazioni sostengono che la concessione di nuove licenze ostacolerebbe ciò che la Norvegia si è impegnata a mettere a punto quando ha ratificato l’accordo di Parigi.

Le corti non hanno alla fine riconosciuto la violazione dell’articolo 112. Come conseguenza, le organizzazioni interessate hanno presentato nel giugno del 2021 un’azione davanti alla corte europea dei diritti umani “the People vs. Arctic Oil”, accusando la Norvegia di violare i diritti umani con i suoi piani di sviluppo dell’industria petrolifera. Secondo le loro richieste, le nuove trivellazioni in aree vulnerabili del Mare di Barents rappresenterebbero una violazione degli articoli 2 e 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che garantiscono il diritto di essere protetti contro decisioni che mettono in pericolo la vita e il benessere.

A queste accuse la Norvegia risponde affermando che si stanno facendo grandi sforzi per proseguire sulla strada della sostenibilità, che il Paese si impegna a voler continuare con la transizione verso le rinnovabili, e verso una società circolare e sostenibile.

Effettivamente, la  Norvegia dipende già al 100% da risorse rinnovabili per la sua produzione elettrica, generata attraverso l’idroelettrico, di cui è primo produttore in Europa. Il valore di questo tipo di energia è enorme dato che la domanda arriva in Norvegia anche dai paesi vicini.  Grande è anche il potenziale del settore eolico, anche se ancora ricava dal vento molta meno energia di quanto potrebbe, e questo anche a causa delle opposizioni verso la costruzione di parchi eolici in determinate aree.

Le condizioni per investire su un’energia pulita quindi non mancano, e secondo il Paese artico nemmeno la volontà di continuare sulla via della transizione.  Il governo norvegese però non perde occasione di specificare come questa strada vada perseguita senza rinunciare allo sviluppo dell’industria petrolifera, con lo scopo tra gli altri di garantire un approvvigionamento affidabile ai mercati europei. 

Uno dei pilastri più importanti della società norvegese è infatti l’industria degli idrocarburi. Il settore petrolifero è estremamente redditizio ancora oggi e rappresenta il 14% del Pil del Paese, ed è proprio per questo che si continua a puntare su petrolio e gas. La produzione di questo tipo di energia ha portato alla costruzione di una società del benessere dalla quale è difficile staccarsi. E tutto ciò rappresenta un dilemma importante all’interno della società norvegese: il Paese ha ratificato l’Accordo di Parigi, impegnandosi a ridurre le proprie emissioni di CO2, ma nonostante ciò, continua ad operare per ulteriori esplorazioni petrolifere, soprattutto in un ecosistema vulnerabile come quello artico.

Con tutte le considerazioni di tipo economico in mente, la transizione verso energie di tipo più sostenibile è destinata a continuare, ma senza dover smantellare un comparto, che nel 2021, è stato in grado di produrre 231 milioni di  di prodotti petroliferi e che secondo le stime più recenti dovrebbe incrementare la  produzione ancora almeno fino al 2024. 

“Our government will develop, not dismantle, our petroleum sector”: questa è una linea comune seguita da schieramenti politici contrapposti. I governi che si sono succeduti hanno sempre affermato che i proventi del petrolio sono necessari perché il Paese riesca a finanziare la transizione energetica.

Nonostante i paesi nordici siano leader nel campo della sostenibilità ambientale ed energetica, si impegnino e investano più di altri nello sviluppo di energia rinnovabile e pulita, la dipendenza dalle fonti fossili rimane oggi sostanzialmente invariata.

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