LA POLITICA DI COERCIZIONE DELLA RUSSIA E L’USO DELLA FORZA

Fonte Immagine: http://мультимедиа.минобороны.рф/multimedia/photo/gallery.htm?id=21712@cmsPhotoGallery

L’invasione dell’Ucraina si configura come un drastico tentativo della Russia di raggiungere i propri obiettivi in termini di sicurezza e di avere la meglio nella disputa decennale con Kiev. Tuttavia, a quasi due mesi dall’inizio dell’invasione, risulta evidente come le misure finora attuate dal Cremlino stiano conducendo la Russia verso un’inesorabile sconfitta strategica.

L’intervento in territorio ucraino rientra in un più esteso progetto della Russia di mantenere il proprio “vicino estero” all’interno di una sfera di influenza che rispetti le responsabilità di Mosca nello spazio post-sovietico. A tal fine, il Cremlino ha incentrato la propria politica estera intorno a un complesso di misure di soft hard power finalizzato all’esercizio della deterrenzastrategica (strategicheskoe sderzhivanie). Questa è definita dal dizionario militare del Ministero della Difesa russo come un sistema di strumenti militari e politici progettati ed elaborati per dissuadere potenziali avversari da azioni coercitive ai danni della Federazione e per rendere sempre più concreta l’idea che la Russia ha di sé nello scenario internazionale.

Tra le misure coercitive previste dalla dottrina strategica russa rientra quanto definito da Thomas C. Schelling come compellence[1], una politica di coercizione volta ad influenzare la volontà del nemico per indurlo ad agire in un determinato modo. Nel sistema internazionale odierno questa strategia è generalmente più ardua da mettere in pratica con successo rispetto alla deterrenza, specialmente quando le parti in crisi sono potenze nucleari. In tal caso, il rischio di escalation trasforma ogni contesa militare in una “gara di nervi” in cui le capacità delle parti di vincere un’eventuale guerra convenzionale risultano irrilevanti. Ne consegue che le rispettive probabilità di prevalere in una crisi internazionale dipendono da quanto le parti siano disposte a correre il rischio di escalation, non dalle loro capacità militari.

Per i quattro mesi precedenti allo scoppio del conflitto russo-ucraino, la Russia ha praticato la compellenza per forzare l’Occidente a rivedere l’assetto strategico dell’Alleanza Atlantica in Europa e per vincolare l’Ucraina ad uno stato di neutralità. La coercizione ha avuto attuazione pratica nello schieramento di un’ingente quantità di soldati russi, circa 190.000, lungo il confine ucraino e nel Donbass, parte di una generale strategia di esibizione della forza che ha visto la Russia condurre a gennaio 2022 una serie di esercitazioni navali in diversi scenari di importanza strategica. Attraverso tali misure il Cremlino ha voluto ribadire la sua preoccupazione concernente la presenza della NATO in Europa orientale e la posizione dell’Ucraina nella contesa tra Russia e Occidente, dimostrando di essere disposto a dare seguito alle proprie minacce se la politica coercitiva non avesse avuto un buon esito.

L’Occidente ha risposto prontamente alle minacce russe, allontanando definitivamente la possibilità di un decoupling tra Stati Uniti ed Europa prospettata da una tendenziale contrazione dell’interventismo statunitense e dalla dipendenza europea dal gas russo. La politica di coercizione ha al contrario incentivato una stretta e costante consultazione transatlantica e stimolato una riflessione in Europa sulla necessità di implementare canali di fornitura energetica alternativi. Contrariamente a quanto previsto dal Cremlino, l’amministrazione Biden ha inoltre rafforzato il proprio impegno a difendere l’Ucraina da un’eventuale aggressione russa.

La compellenza non ha avuto, dunque, gli esiti sperati dalla Russia. Mosca ha infatti fallito nel tentativo di incrinare il fronte occidentale e tantomeno è riuscita a convincere gli Stati Uniti a prendere in considerazione le richieste russe in materia di sicurezza. La politica coercitiva ha perfino avuto dei risultati contrastanti rispetto alle sue finalità, avvicinando ulteriormente le due sponde dell’Atlantico e rafforzando la disponibilità della NATO a difendere i propri valori e interessi. In un simile scenario, le più convenzionali forme di influenza e di pressione sarebbero risultate ulteriormente fallimentari. L’aggressione è apparsa dunque a Mosca come l’unica opzione potenzialmente adatta a garantirle una posizione diplomatica migliore di quella precedente alla crisi, in un tentativo drastico di frenare il progressivo avvicinamento dell’Ucraina all’Occidente.

Nonostante la superiorità militare russa sull’Ucraina, gli eventi bellici non sembrano preconizzare una vittoria strategica della Russia. In effetti, già dai primi giorni di ostilità risultava evidente come l’Ucraina si sarebbe trasformata con ogni probabilità in un pantano per le forze russe. In primo luogo perché il dispiegamento massiccio di truppe lungo il confine ucraino ha privato la Russia dell’effetto sorpresa, un vantaggio di cui, in circostanze meno eccezionali, nessun invasore farebbe a meno. Inoltre, la sottovalutazione del Cremlino della disponibilità del popolo ucraino a resistere e del suo governo a rimanere al suo posto ha condotto Putin ad attuare una strategia che si è dimostrata fallimentare nella sua attuazione. Per giunta, problematiche generalmente gestibili mediante una revisione della pianificazione tattica si sono rivelate insormontabili di fronte alle enormi difficoltà logistiche legate alla necessità di prolungare i tempi di un’invasione pianificata sulla base della convinzione che gli ucraini si sarebbero piegati rapidamente. 

In primo luogo, il fallimento delle forze russe elitrasportate nel catturare tempestivamente l’aeroporto di Hostomel, sito nella periferia di Kiev, ha impedito ai russi di fornirsi di una base logistica e militare alle porte della capitale ucraina, rendendo drasticamente più complicato l’accerchiamento della città e dunque l’esercizio delle dovute pressioni sul governo di Kiev. Ciò ha costretto le truppe russe a incorrere in costi eccessivi nello sforzo di accerchiare la città malgrado il fallimentare tentativo di stabilire una base a Hostomel per il trasferimento di truppe e veicoli dal territorio russo al campo di battaglia. L’inaspettata resistenza ucraina ha inoltre permesso ai russi di assicurare il proprio controllo su piccole e insufficienti porzioni di territorio, rendendo sempre più plausibile la prospettiva di uno stallo. Le conseguenti difficoltà logistiche legate alla progettazione ed attuazione dell’assedio di Kiev, ulteriormente ostacolato dalla fornitura alle truppe ucraine di armi anticarro Javelin e missili terra-aria Stinger statunitensi ha decretato il fallimento della missione russa nell’Oblast’ di Kiev.

La soverchiante resistenza ucraina, sostenuta da un quasi globalmente diffuso ostracismo nei confronti della Russia, ha condotto l’operazione militare a uno stallo. Ciò ha spinto Mosca a dare inizio a una nuova fase del conflitto, inaugurata da una ricalibratura degli obiettivi militari e dal ritiro delle proprie truppe da ogni posizione a ovest di Karkhiv. Il riposizionamento, presentato il 25 marzo scorso dal Ministero della Difesa russo come parte dell’iniziale piano di distrazione delle forze ucraine dall’operazione russa di “liberazione” del Donbass, è stato completato il 3 aprile in maniera caotica e disordinata. Malgrado ciò, la Russia non sembra aver trovato nella revisione dei propri piani una via d’uscita dall’impasse in cui si trova. Secondo le stime dell’Institute for the Study of War, i russi impiegheranno diversi mesi per disporre in Donbass e nel sud dell’Ucraina le truppe ritirate dal nord del paese e per rigenerare il proprio combat power, leso gravemente durante la battaglia di Kiev.

Le disfunzionalità logistiche, la mancanza di personale per la sostituzione e integrazione delle forze in campo e la proliferante demoralizzazione tra i battaglioni russi costituiscono attualmente dei problemi enormemente complessi da gestire anche per un alto ufficiale di lunga esperienza come Dvorvikov, posto al comando dell’intera operazione russa in Ucraina tra il 9 e il 10 aprile. La disastrosa tenuta dell’operazione militare, insieme alla natura senza precedenti della risposta occidentale all’aggressione russa sembrerebbe aver condotto il Cremlino in un vicolo cieco. Tale circostanza apre la porta a scenari inesplorati per Putin, il quale potrebbe essere incentivato a esercitare una strategia di manipolazione del rischio mediante il ricorso ad armi non-convenzionali. Sebbene questa prospettiva potrebbe essere scongiurata dal corso degli eventi, l’esacerbarsi delle difficoltà logistiche dell’operazione russa e il possibile errore di calcolo da parte dei consiglieri militari di Putin dei costi e delle conseguenze di un’eventuale rottura del taboo nucleare potrebbe spingere Mosca a un confronto diretto con la NATO per testarne la reale disponibilità a dare seguito alle sue minacce. La Russia messa alle strette potrebbe trascinare l’Europa in nuovi, temibili scenari.


[1] Schelling, T. C., & Harvard University. (1966). Arms and influence. New Haven: Yale University Press

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Latest from RUSSIA E SPAZIO POST SOVIETICO