IL LINK NUCLEARE-IPERSONICO NELLA GUERRA IN UCRAINA

Fonte Immagine: Defense News

Lo scorso 19 marzo il ministero della Difesa russo annunciava di aver distrutto con un missile ipersonico un magazzino sotterraneo di missili e munizioni presso un sito militare dell’aviazione ucraina nella regione occidentale di Ivano-Frankivsk. Il primo impiego (in assoluto) in un conflitto armato di un’arma ipersonica ha accentuato i timori di una escalation qualitativa del conflitto, riportando al centro dei dibattiti strategico-militari il tema delle capacità ipersoniche e del rischio di evoluzione nucleare delle ostilità

Venti di guerra nucleare?

La disponibilità di vettori ipersonici unita alla retorica “nucleare” da parte russa, ritornata in auge in risposta al possibile ingresso simultaneo di Finlandia e Svezia nella Nato, fanno temere un possibile innalzamento del livello di escalation da parte del Cremlino per scoraggiare l’Occidente dal continuare ad armare l’esercito ucraino. Non solo con sistemi difensivi (armi anticarro Javelin e missili antiaerei Stingersistemi missilistici terra-aria ad alta quota e a lungo raggio S-300) ma anche con artiglieria pesante, veicoli corazzati e armi offensive (carri armati T-72, droni tattici kamikaze Switchblade, elicotteri d’attacco, missili anti-nave Harpoon).

Per giustificare l’urgenza delle consegne di armi pesanti all’Ucraina ed aggirare i tempi lunghi del Congresso, il presidente Usa Joe Biden ha per la prima volta accusato Vladimir Putin di compiere atti di genocidio per “cancellare l’idea” di un’identità ucraina, entrando nuovamente in collisione con il capo dell’Eliseo Emmanuel Macron, infuriato per l’“escalation di retorica” che ostacola la prospettiva del negoziato. Contemporaneamente il Pentagono riuniva i principali appaltatori della difesa statunitense per sondarne le capacità industriali nel sostenere l’Ucraina in vista della probabilmente decisiva, lunga e sanguinosa battaglia campale di logoramento per il Donbas, sull’asse Izyum-Mariupol. Terza fase della guerra che si prefigura diversa dalle precedenti perché richiederà agli ucraini di passare da una tattica di guerriglia difensiva all’attacco delle posizioni trincerate dei russi che impiegheranno migliaia di carri armati, mezzi corazzati, artiglieria pesante e aerei da guerra. 

La Cia non esclude la possibilità dell’uso da parte russa di un’arma nucleare tattica di teatro[1]. La dottrina di “escalation-to-descalation della Federazione Russa prevede il ricorso ad armi nucleari tattiche all’interno di un conflitto convenzionale per costringere l’avversario alla resa o per contrastare minacce esistenziali (attacchi nucleari, uso di armi di distruzione di massa, devastante strike missilistico balistico) al territorio sovrano o ai centri nevralgici militari strategici della Federazione e/o dei suoi alleati.

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Fonte: Financial Times

Come recentemente ricordato agli americani dal portavoce del Cremlino Dmitry Peskov e dal vice presidente del Consiglio di sicurezza nazionale Dmitrij Medvedev, la dottrina nucleare russa prevede la possibilità di ricorrere ad un first strike nucleare nei casi in cui una “aggressione convenzionale” minacci “l’esistenza stessa dello stato” ovvero la deterrenza nucleare della Russia ovvero le forze nucleari e i sistemi di comando e controllo.

Non si può totalmente escludere che qualora le operazioni sul campo di battaglia si mettessero male per i russi – l’affondamento da parte ucraina della nave ammiraglia della Flotta russa del Mar Nero, l’incrociatore missilistico guidato Moskva, vittima di esplosioni incendiarie causate da due missili anti-nave Neptune[2], costituisce un duro colpo all’orgoglio imperiale russo e potrebbe compromettere le possibilità russe di attaccare Odessa perché lascia le navi da guerra anfibia russe sguarnite delle difese aeree (S-300) equipaggiata sulla Moskva – Putin, messo con le spalle al muro, possa minacciare o eseguire un attacco nucleare tattico per spezzare la resistenza ucraina e per mettere pressione sugli Usa e sulla Nato, per spingerli ad uscire dal conflitto per procura e a seguire il monito di John F. Kennedy che invitava le grandi potenze nucleari a “scongiurare quegli scontri che portano un avversario a scegliere tra una ritirata umiliante o una guerra nucleare”. 

Davanti alla minaccia nucleare la Casa Bianca difficilmente potrebbe offrire una exit strategy per consentire a Putin di salvare la faccia, almeno non sino a quando la Russia porterà a termine l’occupazione dei territori compresi tra il Donbas e la Crimea per dichiarare una posticcia vittoria agli occhi dell’opinione pubblica domestica.

Davanti ad un attacco nucleare, invece, sull’onda dell’emotività e della probabile indignazione degli americani, Washington potrebbe agire in rappresaglia, in uno scenario da Doomsday Day che secondo alcune simulazioniprovocherebbe più di 90 milioni tra morti e feriti soltanto nella prima ora di una guerra nucleare Usa-Russia.

Tuttavia, il pericolo di una escalation nucleare rimane basso, sebbene non impossibile. La vicinanza del paese-bersaglio, confinante con la stessa Federazione Russa, potrebbe esporre quest’ultima alle contaminazioni dei venti radioattivi di una deflagrazione atomica. Inoltre, Putin non è l’uomo solo al comando che viene dipinto dalla stampa occidentale. Nel processo decisionale strategico (nucleare) russo esistono tre vertici, ciascuno in possesso di una valigetta nucleare: il presidente Putin, il ministro della Difesa Sergej Shoigu e il Capo di Stato maggiore delle forze armate Valery Gerasimov. L’azionamento del pulsante nucleare deve superare il vaglio dello Stato Maggiore affinchè l’ordine entri “in servizio” e arrivi ai comandanti responsabili del controllo delle armi nucleari. 

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Fonte: Federation of American Scientists

Infine, nella dottrina strategica russa nella scala dell’escalation, prima delle armi nucleari arrivano gli strumenti di guerra ibrida, come sabotaggi (sottomarini russi potrebbero, ad esempio, tranciare cavi sottomarini in fibra ottica per spegnere le connessioni digitali transatlantiche) e attacchi cibernetici cinetici contro infrastrutture critiche negli Usa e in Europa, e le armi convenzionali di distruzione di massa chimiche e biologiche[3].

America ipersonica o nucleare?

Anche nuovi lanci di missili ipersonici armati con testate convenzionali precederebbero quelle atomiche nella scala dell’escalation. E qui si ritorna all’attacco di Ivano-Frankivsk. L’uso di un missile ipersonico – tecnologia progettata per eludere le difese missilistiche più avanzate al mondo – contro un nemico privo di tali difese potrebbe avere (avuto) uno scopo di deterrenza, esibendo una capacità di potenza distruttiva tenuta in riserva. Oppure potrebbe essere (stato) un segnale di disperazione. Una prova di forza per nascondere gli insuccessi dell’operazione militare ricorrendo all’unica arma in grado di superare con certezza le misure contro-missilistiche ucraine. Questa, per lo meno, è statal’interpretazione che il presidente Biden diede alla vicenda.

Fonte: csis.org

In ogni caso il messaggio a Washington venne recepito. Per non influire negativamente sulla scala dell’escalation e non offrire ulteriori appigli pretestuosi alla narrazione russa, lo scorso mese il Pentagono decise di rinviare a data da destinarsi un test, da tempo programmato, per il lancio di un missile balistico intercontinentale nucleare (ICBMMinuteman III. Per la medesima ragione, pochi giorni dopo lo sparo del Kh-47M2 Kinzhal[4] a Ivano-Frankivsk, al largo della propria costa occidentale gli Usa compivano con gran riserbo il secondo test (il primo risale allo scorso settembre) di un Hypersonic Air-breathing Weapon Concept (HAWC). Un missile lanciato da un bombardiere B-52 che non trasporta testate cariche ma distrugge il suo bersaglio sfruttando l’enorme energia cinetica prodotta dalla sua velocità. Evento appositamente non pubblicizzato e annunciato dalla Defense Advanced Research Projects Agency (Darpa) qualche settimana dopo l’esercitazione per i timori di escalation sul fronte di guerra.

Quindi, pochi giorni dopo l’annuncio della Darpa, i governi di Usa, Regno Unito e Australia comunicavano la decisone di ampliare il patto anti-cinese Aukus per estenderlo alla guerra elettronica, all’intelligence (i tre paesi citati costituiscono il nocciolo duro dei Five Eyes, il patto spionistico-militare di matrice anglofona partecipato anche da Canada e Nuova Zelanda) e allo sviluppo di capacità ipersoniche e contro-ipersoniche (difese missilistiche).

Negli ultimi anni il Pentagono ha progressivamente aumentato le spese per gli investimenti e lo sviluppo di capacità ipersoniche e contro-ipersoniche (2,6 mld$ nel 2020, 3,2 mld nel 2021, 3,8 mld per il 2022, di cui circa 248 mln$ per le difese missilistiche attraverso la Missile Defense Agency) nonché per la modernizzazione della triade nucleare (missili da crociera lanciati da sottomarini, una nuova flotta di bombardieri stealth B-21 e innovative testate nucleari a basso rendimento Trident D5). 

Nella strategia di difesa degli Usa il link tra nucleare ed ipersonico è centrale. Come sottolineato dalla Missile Defense Review del 2019, contro le minacce ICBM provenienti da grandi potenze come Russia e Cina il vero deterrente previsto dalla strategia americana non è la difesa missilistica – potenziata a partire dall’amministrazione di George W. Bush (previo ritiro nel 2001 dal Trattato ABM firmato con la Russia) per schermarsi dalle minacce missilistiche di “Stati canaglia” come la Corea del Nord in grado di attaccare con una selva di missili di ridotta portata – bensì la deterrenza nucleare, considerata la migliore e più efficace opzione “per affrontare le grandi e più sofisticate capacità di missili balistici intercontinentali russi e cinesi.

L’approccio russo e cinese (ma anche nordcoreano) volto a mostrare pubblicamente gli sviluppi ipersonici e le più avanzate armi in inventario ha natura deterrente. Nasce dalla necessità di mostrarsi grandi potenze in grado di gareggiare alla pari o di primeggiare con gli Usa in settori ad alta tecnologia militare per scongiurare un intervento militare diretto della superpotenza in dossier decisivi come Ucraina e Taiwan.

Tuttavia, le grandi potenze tendono a celare le proprie armi segrete. Così si comportano ad esempio gli Usa. Per irradiare negli avversari un dubbio tattico-operativo. Ma anche per coprire i divari[5] e le difficoltà incontrate dal Pentagono nella fase di collaudo. Ritardi dovuti, secondo i massimi vertici militari statunitensi, al diverso approccio burocratico tra Usa e competitor ed in particolare ad una minore avversione dei militari americani al rischio di fallimento che rallenta i progressi nella fase di sperimentazione.

Fonte: csis.org


[1] Le armi nucleari tattiche, come il sistema missilistico balistico a corto raggio 9K720 Iskander-M (SS-26 Stone, nella dicitura Nato; gittata di 500 chilometri), sono armate con testate a basso rendimento che provocano (teoricamente) effetti circoscritti ad un teatro di battaglia ed hanno una potenza distruttiva pari o superiore a quella delle bombe sganciate su Hiroshima e Nagasaki.

[2] Diversa la versione russa secondo la quale l’incendio è stato dovuto all’esplosione di munizionamento a bordo.

[3] Dopo le accuse di Biden sull’intenzione russa di usare armi chimiche e biologiche, la Nato annunciava la fornitura all’Ucraina di apparecchiature per la protezione da minacce chimiche, biologiche, radiologiche e nucleari, nonché di assistenza alla sicurezza informatica

[4] Il Kinzhal può trasportare un carico da 500 kg di esplosivo ad alto potenziale e può essere lanciato da un bombardiere Tu-22M3 o da un caccia MiG-31. In realtà il Kinzhal non rientra tra i sistemi ipersonici più avanzati (hypersonic glide vehicle, hgv). Esso costituisce la versione lanciata dall’aria del missile balistico a corto raggio (SRBMIskander lanciato da terra, rispetto al quale assicura tuttavia due vantaggi: maggiore imprevedibilità d’attacco e superiore capacità di ingannare le difese nemiche.

[5] Gli Usa hanno effettuato solamente 9 test ipersonici contro gli oltre 100 della Cina. 

Vito Fatuzzo

Classe 1994, laurea in giurisprudenza con lode all’Università LUISS Guido Carli di Roma, ha conseguito un Master in Affari Strategici alla School of Government della LUISS Guido Carli, con tesi in “L’interesse nazionale italiano nel contesto della sfida strategica tra Usa e Cina per la leadership globale. Rischi e opportunità dell’adesione italiana alla Belt&Road Initiative”, e un Master in Geopolitica e Relazioni Internazionali presso il Centro Studi Geopolitica.Info – Università Sapienza di Roma, con tesi in “La maturazione imperiale degli Stati Uniti e il nuovo secolo americano”. Appassionato e studioso di geopolitica americana, collabora con IARI dal giugno 2020 per l’area Usa&Canada, della quale dal settembre 2021 è caporedattore.

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