LA GUERRA IN UCRAINA E L’AUMENTO DELLE EMISSIONI DI CO2 

10 mins read
Fonte Immagine: https://www.theguardian.com/environment/2016/mar/21/carbon-emission-release-rate-unprecedented-in-past-66m-years

Dal 24 febbraio scorso si sta consumando in Ucraina un brutale conflitto che sta comportando un elevato costo umano. Le truppe russe sono entrate nelle maggiori città ucraine attaccando siti civili come scuole e ospedali, causando un movimento di sfollati senza precedenti. Tuttavia, c’è un’altra crisi, meno visibile, che questa guerra sta comportando, vale a dire quella ambientale, che si potrebbe tradurre in problematiche come l’aumento delle emissioni di gas a effetto serra. 

Uno degli attacchi russi che ha più destato timore è stato quello alla centrale nucleare di Zaporizhzhia del 3 marzo. Nonostante non abbia creato i danni temuti, tale avvenimento ha suscitato la preoccupazione che si potesse replicare quanto accaduto a Chernobyl nel 1986. Un eventuale attacco a un sito nucleare potrebbe causare una dispersione di radiazioni che avrebbe un impatto ambientale e umano molto forte, e soprattutto immediato. Tuttavia, i danni ambientali della guerra non si limitano al nucleare, e molti saranno visibili solo nel lungo periodo. Da alcuni studi, infatti, emerge che gli apparati militari sono responsabili dell’emissione del 5% di CO2 globale e che tali emissioni, non essendo regolamentate da nessun accordo sul clima, sono destinate ad avere un profondo impatto sul clima. 

La guerra in Ucraina non farebbe altro che peggiorare una situazione già tragica: l’Agenzia internazionale per l’energia ha infatti rilevato che nel 2021, nel momento della ripresa economica mondiale in seguito alla crisi di covid-19, le emissioni di gas a effetto serra hanno raggiunto un picco storico, aumentando del 6% rispetto all’anno precedente, per un totale di 36,3 miliardi di tonnellate. 

Il Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha mostrato la sua preoccupazione rispetto all’impatto ambientale del conflitto in corso affermando che “le ricadute della guerra russa in Ucraina rischiano di capovolgere i mercati alimentari ed energetici globali”. Infatti, molti paesi europei dipendono dall’importazione di gas russo, il cui prezzo, dall’inizio della guerra, è salito alle stelle. Di conseguenza, la preoccupazione del Segretario Generale è che tali paesi cerchino un’alternativa al gas russo in combustibili fossili altamente inquinanti, ostacolando gli obiettivi di riduzione che i paesi si sono posti nella COP-26. 

I contingenti militari non sono l’unico fattore destinato ad aumentare le emissioni di CO2. Infatti, anche le sanzioni economiche e il blocco delle importazioni di alcune materie prime fondamentali, come l’olio di girasole, sono altrettanto pericolose per l’ambiente, ma in che modo?

Le sanzioni economiche imposte dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti stanno aumentando vertiginosamente il prezzo di un prodotto di cui non si sente molto parlare, cioè l’olio di girasole, del quale Ucraina e Russia sono responsabili del 77% della produzione globale.

Dall’inizio della guerra il blocco all’esportazione di questo prodotto ha portato i governi a pensare a un ritorno all’uso dell’olio di palma, da anni al centro del dibattito ambientale, i cui principali produttori sono Malesia e Indonesia, responsabili di circa l’85% della produzione mondiale.  

Cos’è l’olio di palma e perché è nocivo per l’ambiente?

L’olio di palma è un olio vegetale che si ottiene dalle palme da olio, e la sua produzione consiste in un processo di sterilizzazione con il vapore, seguito da snocciolatura, cottura e pressatura. Il suo vantaggio è il basso costo di produzione e la facilità di conservazione. Tuttavia, la sua produzione è anche una delle cause prime della deforestazione, in quanto rende necessario abbattere intere foreste tropicali per rispondere all’alta domanda globale, essendo questo un prodotto che si ritrova in molteplici alimenti.

Un articolo di focus del 2017 riporta i dati del Global Palm Oil Production, che ha calcolato un aumento della produzione annua del 9-10%, e un conseguente raddoppiamento degli ettari di terreno coltivato a scapito delle foreste in un periodo di dieci anni. In Indonesia si stima che ogni anno vengano distrutti un milione di ettari di foresta pluviale, gran parte a favore della produzione dell’olio di palma. 

Già nell’aprile 2017, era stata approvata una risoluzione del Parlamento europeo che prendeva atto degli effetti negativi sulle foreste pluviali causati dalla produzione dell’olio di palma, e del conseguente impatto ambientale. In questo documento si rilevava che era causa del 40% della deforestazione globale, e si auspicava la riduzione al minimo dell’utilizzo di tale prodotto. 

I governi europei hanno accolto positivamente la risoluzione del 2017, e negli ultimi anni la produzione e l’utilizzo dell’olio di palma è diminuito, anche a fronte degli studi che ne dimostravano la nocività per la salute umana, oltre che per l’ambiente, lasciando così spazio ad alternative più sostenibili come l’olio di girasole, molto diffuso tra i produttori di alimenti congelati proprio grazie alle sue caratteristiche simili all’olio di palma. 

Da quando ha preso piede il conflitto tra Russia e Ucraina, però, il commercio mondiale di olio di girasole si è fermato e il prezzo è aumentato vertiginosamente: in un articolo del Reuters si stima che l’aumento percentuale sia del 289 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Come prevedibile, l’andamento dei prezzi combinato alla difficoltà a reperire il prodotto, hanno reso necessario virare verso oli alternativi, riportando in voga il tanto discusso olio di palma, il cui prezzo nelle ultime settimane è aumentato dai 1640 dollari per tonnellate di febbraio ai 1990 attuali. 

La preoccupazione rispetto alla deforestazione sta nel fatto che, a causa dello scarso utilizzo degli ultimi anni, non vi sono ampi terreni idonei alla produzione dell’olio di palma, e l’unica soluzione sarebbe quella di eliminare parte delle foreste pluviali. La Malesia, così come l’Indonesia, hanno già in programma di aumentare la produzione di olio di palma nel corso del 2022 per far fronte alla crescente domanda globale, abbattendo le foreste per lasciare spazio alle palme. 

L’abbattimento delle aree forestali ha un impatto negativo sul benessere ambientale: innanzitutto, le foreste sono fondamentali per l’assorbimento di CO2: l’Unione internazionale per la conservazione della natura ha stimato che le foreste, ogni anno, assorbono circa 26 miliardi di tonnellate di anidride carbonica, che corrisponde a un terzo di CO2 rilasciata dalla combustione di combustibili fossili. Inoltre, sono l’habitat naturale di diverse specie di flora e fauna e la loro eliminazione metterebbe a rischio la biodiversità. 

Bruciare le foreste pluviali libererebbe una grande quantità di CO2 immagazzinato che, combinato alle elevate emissioni causate dai contingenti militari, darebbe luogo a un aumento consistente del gas a effetto serra nell’atmosfera, rendendo più complesso raggiungere gli obiettivi di contenimento del riscaldamento globale entro 1.5 gradi centigradi stabiliti negli accordi di Parigi.

La nota positiva è che il 17 marzo i ministri dell’ambiente degli Stati dell’Unione Europea si sono riuniti per discutere di una norma, risalente al novembre 2021, che si pone l’obiettivo di limitare l’importazione di alcuni prodotti responsabili della deforestazione, in primis proprio l’olio di palma. Nella nota informativa del Consiglio dell’Unione Europea, infatti, si afferma che “gli obiettivi generali del progetto di regolamento sono ridurre al minimo il rischio che prodotti associati a catene di approvvigionamento connesse alla deforestazione e al degrado forestale entrino nel mercato dell’UE”. La speranza, quindi, è che questa norma diventi effettiva, in modo da ridurre l’impatto ambientale che il conflitto in Ucraina inevitabilmente avrà. 

Latest from SOSTENIBILITÀ