IL MALI DILANIATO TRA FOREIGN FIGHTERS, JIHADISTI E POTENZE ESTERNE

5 mins read
Fonte Immagine: https://www.africanews.com/2022/04/05/mali-troops-suspected-russian-fighters-accused-of-killing-300-people-in-moura/

Un report di Human Rights Watch fa luce sulle violenze sui civili in Mali perpetrate tra il 27 e il 30 marzo 2022 ma la ricerca della verità si imbriglia nella lotta geopolitica tra potenze. 

Human Rights Watch (HRW) ha diffuso un report denunciando le violenze contro i civili nel villaggio di Moura, nella regione del Djenné in Mali, avvenute a fine marzo. Si stima che siano state uccise circa 300 persone sospettate di far parte di gruppi terroristici, attraverso delle esecuzioni di gruppo. Queste ultime sono state effettuate dall’esercito maliano e da truppe “bianche” non francofone, identificate dalla popolazione come russe nel framework di cooperazione bilaterale tra Mali e Russia a fine 2021.

HRW sostiene che le esecuzioni sommarie di prigionieri è un crimine di guerra e che ne sono responsabili sia l’esercito nazionale sia i foreign fighters della compagnia Wagner, presenti nel paese dalla ritirata francese a febbraio 2022. Secondo il report, le persone sospettate di avere legami con gruppi jihadisti connessi ad Al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM) e allo Stato Islamico nel Grande Sahara (ISGS) fanno parte per lo più del gruppo etnico dei Fulani, dedito alla pastorizia.

Infatti, la popolazione dei Fulani in passato non è soltanto stata oggetto di reclutamento da parte dei gruppi jihadisti, che ne hanno sfruttato le rimostranze contro il governo centrale o altri gruppi etnici, ma ha anche dovuto subire l’imposizione della Sharia e delle tasse (zakat) e minacce continue dai gruppi islamisti radicali. 

La presenza di mercenari al soldo di Mosca in Mali è dovuta principalmente al fallimento delle operazioni Barkhane e Takuba gestite dalla Francia con i suoi partner europei (tra cui l’Italia) e il Canada, che andavano avanti dal 2013 con l’obiettivo di respingere l’avanzata jihadista in un territorio desertico che si estende per migliaia di chilometri dal Mali al Ciad.

La ritirata francese e alleata dalla regione è avvenuta in seguito al colpo di stato militare a Bamako di febbraio 2022 che ha spodestato il governo di transizione in carica, rinviando le elezioni previste in questo periodo al 2026, segnalando quindi il chiaro cambio di rotta del governo maliano. La reazione della Francia di lasciare il paese si deve considerare nella più ampia delegittimazione della sua presenza nel Sahel, e in Mali, a causa di diversi fattori.

In primis, gli obiettivi di politica estera saheliana della Francia tendevano ad avere la precedenza sulle scelte politiche maliane senza però avere risultati concreti nella lotta al jihadismo e alla protezione della popolazione locale; di conseguenza, le numerose vittime tra soldati e civili che in un decennio sono state mietute dai gruppi estremisti lungo il poroso confine tra Mali, Niger e Burkina Faso hanno fatto nascere sospetti sull’impegno francese nell’area, aumentando il sentimento anti-colonialista.

La virata anti-colonialista del paese ha portato anche a un innalzamento delle tensioni regionali nel forum multilaterale ECOWAS: il Mali è stato sospeso e sanzionato per la serie di colpi di stato avvenuti tra il 2020 e il 2022, con l’obiettivo di prevenire una regressione democratica in altri stati dell’Africa dell’Ovest che destabilizzerebbe ulteriormente una regione già soggetta a problemi di ordine sociale e securitario.

È nel vuoto di potere lasciato dalla Francia in Mali che si è inserita la Russia, che a ottobre 2021 aveva inviato dell’equipaggiamento militare con lo scopo di penetrare in una regione strategica, nonostante la minaccia di isolamento internazionale del paese africano. Infine, l’erosione della presenza diplomatica e militare francese in Mali si osserva anche nell’esercizio di veto attuato da Russia e Cina nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU, in cui la Francia ha proposto di avviare delle indagini indipendenti sui massacri di Moura per stabilirne le responsabilità, bloccando di fatto il percorso per dare giustizia alle vittime civili.

Nata a Teramo nel 1996, è una laureanda della magistrale in Global Politics and International Relations all’Università di Macerata. Presso la stessa università, ha conseguito la laurea triennale con massimi voti in Lingue e Culture Straniere Occidentali e Orientali, focalizzandosi su inglese, arabo, islamistica, letteratura e cultura anglo-americana e arabo-islamica. È appassionata e studiosa di sicurezza internazionale, terrorismo e geopolitica del Medio Oriente e del Mediterraneo, temi approfonditi anche attraverso corsi ad hoc; da sempre molto attenta a dinamiche sociali come i fenomeni migratori, fa parte dell’organizzazione The Young Republic, che promuove la partecipazione civica attiva e l’inclusione sociale dei richiedenti asilo in Europa. Membro dello IARI da dicembre 2020, scrive per l’area “Medio Oriente” ed è entrata in redazione a settembre 2021.

Latest from AFRICA