TURCHIA: POTENZA DOMINANTE DELLA NATO

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Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha recentemente parlato della Turchia come della “potenza dominante nella NATO”. Un’affermazione indubbiamente discutibile ma che merita di essere compresa.

La Turchia, membro del Patto Atlantico dal 1952, ha tradizionalmente rivestito un ruolo particolare nell’ordine internazionale a guida americana. Durante la Guerra fredda, Ankara vantava un rapporto privilegiato con Washington per via della propria collocazione geografica, e quindi del proprio potenziale geopolitico. Ponte naturale fra Europa, Caucaso e Asia Centrale (non solo geograficamente ma anche etnicamente), la Turchia si vide assegnato il compito di contenere l’Unione Sovietica, limitandone il raggio di azione e impedendone il cammino verso i mari caldi.

La Turchia, come oggi, in virtù della Convenzione di Montreux (1936), faceva della sovranità sugli stretti (Dardanelli, Mar di Marmara e Bosforo) la propria risorsa geopolitica\contrattuale principale. Non a caso Washington decise la dislocazione in Turchia, come in Italia e Gran Bretagna, dei famosi missili balistici Jupiter. Origine della crisi cubana (1962), risolta con la rimozione delle batterie missilistiche nei paesi di cui sopra e l’impegno americano a non invadere l’isola caraibica.

La membership turca al Patto Atlantico si spiegava anche con la vocazione occidentalista imposta da Mustafa Kemal Ataturk alla Repubblica di Turchia, nata dalle ceneri dell’Impero ottomano (1923). Durante la Guerra fredda, quindi, la Turchia, come scrive Lorenzo Vita (L’onda turca, 2021, Giubilei Regnani), “faceva quasi da contraltare eurasiatico a Cuba […], una fedeltà che si è consolidata nel corso degli anni anche per la tendenza della Turchia a un sostanziale disinteresse verso l’esterno, e a concentrarsi sulla sua essenza anatolica”.

 La grandeur geopolitica della Turchia contemporanea è quindi un prodotto della fine del bipolarismo e, cosa più importante, del collasso dell’Impero sovietico. Ben noto il programma di politica estera di Turgut Ozal, due volte Primo ministro della Turchia fra il 1983 ed il 1989, ed ottavo Presidente della Repubblica dal 1989 fino alla morte, nel 1993. Di origini curde, kemalista per convenienza ma neoliberale e conservatore nei modi, la strategia di politica estera del turco (passata alla storia come ozalismo) prevedeva il sostituirsi di Ankara a Mosca in alcune regioni dello spazio turcico (ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale) e post-ottomano (Balcani, con la benedizione di Washington).

Non si poteva ancora parlare di strategia neo-ottomana – come viene spesso (pigramente) definita quella del presente esecutivo – ma sicuramente fu con Ozal che la Turchia riprese a pensarsi “globale”. Una tendenza, questa, consolidatasi nel corso dei governi Erdogan, dal 2007 al 2014, per poi accentuarsi a seguito del (forse) fallito golpe in Turchia (2016), quando l’ex Premier si era fatto Capo di Stato, e raggiungere il culmine dopo il referendum del 2017, che ha abolito la carica di Primo ministro e consegnato a Erdogan, in qualità di Presidente della Repubblica, poteri eccezionali.

Ironia della sorte, il referendum ottenne la maggioranza dei Si ovunque meno che nelle regioni costiere del paese. Oggi, punta di lancia della Grand strategy turca è proprio il dominio dei mari. Patria Blu, in turco Mavi Vatan, è infatti il nome del “foreign policy concept” elaborato dall’ammiraglio Cem Gurdeniz e poi eletto a bussola strategica di Ankara. 

Obiettivo: assicurare l’influenza della Turchia sugli specchi d’acqua da cui è circondata, i.e. Mar Nero, Mar Egeo, Mediterraneo sud-orientale, ma anche su acque più distanti nello spazio, come Mediterraneo centrale e Mar rosso. L’idea di Gurdeniz corona, in un certo senso, il cammino cominciato con Ozal e poi sviluppato da Davutoglu, a cui Ankara deve il concetto di “profondità strategica applicata”, secondo cui il paese anatolico dovrebbe circondarsi di scudi terrestri per garantirsi autonomamente la propria sicurezza.

Manifestazioni di questo pensiero politico così ingombrante sono stati, e sono, gli interventi di Ankara in Siria, Libia, Caucaso, Iraq, ma anche a Cipro e nel Corno d’Africa. Dislocare influenza e raccoglierne i frutti. In Libia, nell’età post-Gheddafi, la Turchia ha calcato la mano soprattutto dall’aprile 2019, quando intervenne in difesa dell’ex GNA presieduto da Al-Sarraj, spezzando l’assedio di Tripoli e ricacciando il Maresciallo Haftar in Cirenaica. Nello stesso anno siglava con il quasi-governo di Tripoli un accordo che le concedeva uno spicchio di sovranità su aree marittime del Mediterraneo per la ricerca di gas e petrolio.La Francia, che parteggiava (e parteggia) per l’ex generale di Gheddafi, si diceva stizzita.

L’Italia, protagonista del riconoscimento del Governo di Accordo Nazionale (2015) era beffata dal furto d’influenza. Gli Stati Uniti, invece, non erano troppo insoddisfatti. I turchi, pur non facendosi troppe remore su come condurre il conflitto, nello stesso tempo ostacolavano i disegni di Mosca, sponsor di Tobruk, nel paese.

 La questione libica, benché oggi drammaticamente diversa rispetto al 2019, è rimasta comunque sugli stessi binari. I turchi in Tripolitania sono andati per restarci. In Siria, nel contesto della guerra civile, la Turchia ha lanciato tre operazioni militari: Euphrates Shield (2016), Olive Branch (2018) Peace Spring (2019). Obiettivo: ufficialmente, la guerra al regime di Bashar Al Assad, condivisa da Washington; ufficiosamente, invece, partecipare alla spartizione della Siria insieme a Russia e Iran per ritagliarsi un cuscinetto in funzione anti-curda.

Stessa traiettoria seguita dalla Turchia in Iraq, dove ha dislocato illegalmente diverse basi militari. Anche il caso del Caucaso è degno di nota. La relazione fra Turchia e Azerbaigian, spesso definita dallo slogan “due paesi, una nazione”, si è manifestata con particolare importanza nella guerra fra Armenia e Azerbaigian dell’autunno 2020. Il successo di Baku, in parte attribuibile all’arretratezza dell’apparato militare armeno, è dipeso in parte dal supporto tecnico-economico della Turchia, che ha fornito al partner caucasico l’equipaggiamento militare necessario al salto di qualità.

Nella forma, gli interventi turchi in Libia e Siria e il supporto all’Azerbaigian stonavano con la posizione russa, schierata in Libia con Tobruk, in Siria con Damasco e legata all’Armenia, membro del CSTO, la NATO eurasiatica a guida moscovita. Nella pratica, gli interventi turchi hanno concorso alla cristallizzazione di questi conflitti, a vantaggio (anche) della Federazione russa. Dicasi lo stesso per lo scandalo dell’acquisto del sistema antimissilistico S400 dalla Russia, che Erdogan ha perfezionato nel 2020 e a cui sono seguite le (seppur cosmetiche) sanzioni americane. Pur esclusa dal progetto F35, il Dipartimento di Stato americano suggeriva in una lettera inviata al congresso pochi giorni fa che la vendita di F16 alla Turchia sarebbe stata “in linea con l’interesse nazionale americano”.

Poi, la guerra in Ucraina. Sin dall’inizio del conflitto, datato al 24 febbraio 2022, Ankara ha mediato, prima che con Russia e Ucraina, fra i propri interessi nazionali e i propri doveri di membro della NATO. Dopo un primo exploit nel ruolo di mediatore di Israele, impossibilitata a rompere coi russi per via della questione siriana, la Turchia si è confermata l’unico vero interlocutore capace di fare da tramite fra Kiev e Mosca. Beninteso, la Turchia non si occupa dell’Ucraina per fare beneficienza.

È nell’interesse della Turchia non tagliare i ponti con Mosca, da cui dipende per il 30% del gas naturale (una dipendenza, comunque, che è andata diminuendo nel tempo) e con cui intende conservare l’intesa sui generis che ha faticosamente costruito. In ultimo, una pace russo-ucraina prima che sia troppo tardi (per gli ucraini, s’intende) impedirebbe alla Russia di mettere le mani su tutta la costa settentrionale del Mar Nero. Erdogan e il suo ministro degli esteri, Mevlut Cavusoglu, non ci dormono la notte. Per tutte queste ragioni, i turchi possono arrivare là dove gli alleati (?) NATO dell’Europa occidentale trovano difficoltà. Per gli americani, i turchi sono un meccanismo di de-escalation vivente. Un just milieu per parlare con Mosca senza far sporcare le mani ai troppo candidi alleati europei.

La Turchia, pur impegnata nella mediazione russo-ucraina, ha trovato il tempo nelle ultime settimane anche per giocare su molti altri tavoli. Ha cominciato il percorso di riconciliazione con Israele, con cui conservava rapporti risicatissimi da 15 anni. Ha ammorbidito i toni con l’Egitto, nemico di sempre presso cui potrebbero presto essere prodotti i missili terra-aria HISAR SAM di fattura turca. Poi, ha proposto una distensione dei rapporti con la “piccola sparta del golfo”, come la chiamano gli americani: gli Emirati Arabi Uniti. E con l’Arabia Saudita, a cui intende concedere il trasferimento giudiziario del caso Khashoggi. In ultimo, ha riaperto finestre di dialogo con non-alleati naturali come Grecia e Armenia.

Tirando le somme, questa Turchia è davvero grande potenza. Cosciente di sé, del proprio ruolo nel mondo e, soprattutto, dotata di una flessibilità strategico-diplomatica senza pari. Capace di giocate da fuoriclasse lungo le faglie fra le grandi potenze. Sotto l’ombrello atomico americano e in stretti rapporti col Cremlino. Potenza dominante della NATO. Dmitry Peskov docet. 

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