DAL TIMORE PER L’INFLAZIONE ALLO SPETTRO DELLA STAGFLAZIONE: I POSSIBILI SCENARI

Fonte Immagine: ANEE

La crescente scarsità di materie prime unitamente ai maggiori costi per famiglie e imprese fanno crescere i timori di una possibile stagflazione. Inizialmente era il Covid, ora la guerra, i ‘cigni neri’ sembrano essere divenuti la normalità. I policy maker sono chiamati ad un compito arduo: individuare le strategie monetarie, di bilancio e industriali che possano scongiurare la recessione. Un elemento appare tuttavia certo: non si potrà contemporaneamente perseguire l’indipendenza e la transizione energetica garantendo prezzi bassi. 

Precisazioni definitorie

Con il termine inflazione si intende alternativamente l’aumento continuo dei prezzi o la diminuzione del potere di acquisto della moneta. Per la sua misurazione si fa riferimento al deflatore del PIL e ad un apposito indice CPI, il quale rappresenta un indicatore della variazione dei prezzi di beni e servizi, calcolato in base alla media ponderata dei prezzi di un paniere standard.


L’inflazione, può essere a sua volta distinta in ‘da domanda’, qualora corrisponda all’aumento della domanda di beni&servizi a sua volta agevolato dall’aumento dell’offerta di moneta o dall’incremento di spesa pubblica/investimenti/esportazioni e dunque del reddito. Può viceversa derivare ‘da costi’, ovvero dalla crescita dei prezzi causata dall’aumento dei costi dei fattori produttivi che si riverberano sui prezzi dei prodotti al consumo. 


Per stagflazione, si identifica la contemporanea presenza di inflazione e di stagnazione, ovvero: il calo dell’attività economica dovuta alla riduzione della produzione. Ciò causa un disequilibrio nell’incrocio tra domanda e offerta, spiegabile facendo ricorso alla rigidità dei salari a sua volta determinata dalla contrattazione collettiva o a situazioni di non perfetta concorrenzialità nei mercati di beni. Le cause della stagflazione sono ancora oggi dibattute e sino agli shock degli anni ’70 non si riteneva fosse possibile avere contemporaneamente inflazione e recessione.  L’ipotesi principale fa ricorso allo ‘shock negativo dal lato dell’offerta’ che impone la riduzione dell’output generando maggiore disoccupazione e prezzi più alti.

Quali le conseguenze

Vi è un diffuso consenso nella teoria economica nel ritenere che l’inflazione incida negativamente sulla performance economiche. Fatte salve ipotesi di scuola – quali l’inflazione pura – il processo inflattivo conduce alla distorsione dei prezzi e al rischio che nel tentativo di contenerne gli effetti negativi le misure fiscali adottate possano viceversa accentuarne le conseguenze. 


Inoltre, l’inflazione causa incertezza che – come noto – è la peggior nemica degli operatori economici i quali agendo nelle decisioni di consumo e investimento quali agenti razionali preferiscono godere di aspettative prevedibili. Ed ancora, una maggiore inflazione attesa – il tasso di inflazione attesa è dato dalla variazione attesa del prezzo di un bene tra un anno base e il successivo, divisa per il prezzo di un bene nell’anno base – equivale a prezzi e salari in aumento, alimentati dal fenomeno della richiesta d’indicizzazione.

Eppure, qualora imprevista, nel breve termine può contribuire ad attenuare il peso del debito pubblico. L’inflazione da costi è pertanto la più difficile da combattere: in caso di shock i prezzi dei fattori della produzione aumentano, le imprese reagiscono aumentando i prezzi, i lavoratori richiederanno adeguamenti. Pertanto, qualora si volesse mantenere invariato il reddito di equilibrio, occorrerebbe che ad aumento dell’offerta corrispondesse eguale aumento della domanda, con un nuovo meccanismo di aumento dei prezzi. Viceversa, mantenendo stabile il livello della domanda, occorrerebbe ridurre l’offerta provocando contrazione economica.

I colli di bottiglia e lo spauracchio della stagflazione

Lo Shock dal lato dell’offerta, già sperimentato durante il Covid e ora alimentato dagli avvenimenti ucraini, equivale ad enormi rischi di intasamento e rialzo dei prezzi di materie prime quali minerali, grano, combustibili fossili. Le conseguenze si riverberano sulla supply chain – costretta in alcuni casi a sospendere la produzione – e sui consumatori finali. Si pensi che, per la seconda volta in una settimana, Tesla ha rivisto al rialzo i listini dei suoi veicoli.

Del resto, che almeno nel breve termine l’invasione possa aumentare la pressione inflazionistica sulle attività economiche è stato espressamente riconosciuto dal FOMC. La rapida ripresa della domanda e le strozzature dal lato dell’offerta hanno fatto schizzare a febbraio negli Stati Uniti l’inflazione al massimo da 40 anni attestandosi al 7,9%; la continua crescita dei prezzi aumenta i timori che la ripresa dell’economia possa subire ulteriori ripercussioni dalle sanzioni alla Russia, conseguentemente trascinare il Paese in stagflazione. L’ultimo precedente storico risale agli shock petroliferi degli anni ’70, nel corso dei quali il prezzo del greggio raddoppiò tra il 1973 e il 1975, la disoccupazione arrivò al 9% nel 1975 dal 4,6 del 1973 e il PIL crollò.

Ciononostante, si deve oggi tenere in considerazione che gli USA godono di rilevanti produzioni interne di petrolio rispetto alla ben più marcata dipendenza  energetica europea, i cui programmi di transizione green – nonostante la possibile diversificazione geografica dell’approvvigionamento – rischiano di essere rallentatati: non a caso si è tornati a discutere di  nucleare e carbone.

Riferimenti storici e il dilemma della BCE

Lo statuto della BCE precisa oggi che il suo compito principale è mantenere la stabilità dei prezzi. Un richiamo al passato può agevolarci nella comprensione dei fenomeni attuali. Sino alla seconda metà degli anni ‘80 in Italia ci si concentrava sulla crescita del PIL e dell’occupazione nel breve periodo piuttosto che sul contenimento dell’inflazione. La perdita di competitività delle nostre esportazioni – prima compensata dalla pratica delle svalutazioni competitive – cessò a seguito dell’affermarsi della convinzione che il problema principale per la stabilità economica fosse rappresentato dall’inflazione.

Le autorità monetarie decisero dunque di intervenire contro le aspettative di inflazione in modo tale da stroncarla – in linea con il modello di Barro-Gordon – ma per farlo era necessario convincere i soggetti che la politica monetaria aveva davvero modificato il suo approccio, ponendo la lotta contro l’inflazione in cima alle  sue preoccupazioni. Con lo stop alle svalutazioni competitive del tasso di cambio lo SME divenne un sistema a cambi fissi. 
Tuttavia, poiché l’Europa non rappresentava un AVO, lo SME crollò a causa degli attacchi speculativi compiuti a seguito della riunificazione tedesca , in seguito alla quale la Germania chiese un riallineamento delle valute. Se ciò fosse stato accettato dagli altri Paesi vanificato gli sforzi compiuti per ottenere la credibilità antinflazionistica voluta sarebbero stati vani. 


Quali lezioni trarre oggi in presenza di un’autorità monetaria comune? nel mese di febbraio 2022 l’indice dei prezzi al consumo in Europa ha toccato il 5,8% su base annua, con punte del 14% nei Paesi baltici. Se prima della guerra la BCE aveva in programma un progressivo allentamento delle politiche espansive e di rialzo dei tassi, l’ipotesi oggi non appare percorribile.

Ciò impatterebbe ulteriormente sulle stime di produzione europee e di contrazione del PIL già riviste al ribasso. Contenere l’inflazione e non asfissiare la ripresa: ecco il dilemma della BCE; una sponda potrebbe arrivare dal progetto di titoli sovranazionali, i famigerati Eurobond. La loro eventuale emissione permetterebbe un programma di easing sull’acquisto dei titoli previsto dal PEPP e un graduale rialzo dei tassi mantenendo al contempo un’impostazione espansiva.

Il rialzo dei tassi americani e le sue implicazioni

La FED ha annunciato il 16 marzo ciò che i mercati avevano ampiamente scontato: il rialzo dei tassi. L’aumento, di un quarto di punto, pone termine a un periodo transitorio nel quale le rassicurazioni sull’inflazione temporanea – sebbene probabile che si sia cercato di convincere i mercati della sua transitorietà al fine di guadagnare tempo – si sono rivelate profondamente erronee.

L’aumento dei tassi rallenta i meccanismi economici nella misura in cui prendere a prestito denaro diventa più costoso, scoraggia le aspettative dunque gli investimenti e i consumi, riducendo la velocità di circolazione e la domanda di moneta si affievolisce anche il meccanismo del rincaro dei prezzi. Se si attende troppo a lungo per un rialzo dei tassi l’inflazione può divenire incontrollabile e favorire un processo di stagflazione, mentre se si anticipa di troppo la stretta monetaria si rischia una recessione.

Attualmente, le previsioni americane parlano di ben sette rialzi dei tassi in agenda per il 2022.  Il mercato dei treasury ha immediatamente reagito, con i prezzi che sono crollati e i rendimenti schizzati in alto, per poi rientrare parzialmente in concomitanza con le precisazioni di Powell. Si consideri che l’andamento dei rendimenti del treasury sui due e dieci anni è di solito considerato un segnale di una prossima recessione.  


Considerazioni finali

Le tensioni attuali ci obbligano a scongiurare l’ipotesi di una escalation militare. 
Del resto, l’arsenale geopolitico consta di ulteriori armi, tra cui le contromisure economiche. In attesa di valutare le effettive e strutturali conseguenze delle sanzioni, il quadro sopra descritto ci restituisce una situazione di grande incertezza economica.

Le emergenze sociali delle fasce più deboli della popolazione rischiano di acuire le diseguaglianze; per questa ragione l’idea di abbandonare prematuramente le misure espansive è da scartare. Tuttavia, l’individuazione del giusto mix di intervento pubblico, politiche monetarie, di bilancio e industriale non si presenta per nulla agevole. Una cosa è certa e vale specialmente per Paesi come l’Italia: inseguire passivamente l’inflazione è controproducente perché ciò causerebbe una perdita di competitività delle aziende già fortemente compromessa dal rincaro dei fattori di produzione. L’adeguamento salariale e la difesa del potere di acquisto vanno perseguiti finanziando investimenti che siano in grado di rilanciare la produttività dell’impresa nazionale nel medio e lungo periodo.

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