MIGRANTES, IL NUOVO PROBLEMA LATINOAMERICANO

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Fonte Immagine: https://ilmanifesto.it/migranti-stati-uniti-e-america-latina-doppia-morale/

Il Sud America arriva da un anno pieno di elezioni e cambiamenti, ed uno venturo altrettanto importante. Tra governi e Presidenti che cambiano, la pandemia che leggermente allenta la sua morsa, l’America Latina deve constatare un nuovo problema, quello dei migranti.

Il problema migratorio per l’area latinoamericana non è una novità, bensì un problema che con il tempo ha preso ad acuirsi fino a divenire una realtà vera e propria.
Un fenomeno che ha subito una crescita esponenziale e di difficile risoluzione, i cui numeri di crescita e cambio rendono perfettamente l’idea.

Prendendo in analisi l’ultimo decennio i migranti sono passati dal costituire lo 0,7% della popolazione totale al 2,7%, dati forniti dall’ OIM – Organización Internacional para las Migraciones. Peculiarità del fenomeno migratorio latino americano, è che le migrazioni sono caratterizzate da un movimento intraregionale. I flussi si spostano quindi da un Paese all’altro della stessa America Latina. Sempre secondo l’OIM, sul totale dei migranti sudamericani il 79% di loro proviene da altri paesi dell’area.

In virtù del movimento intraregionale dei migranti, si può quindi approfondire il fenomeno dell’area, focalizzandosi su determinati Paesi e situazioni che l’America Latina si è trovata ad affrontare.

Il primo aspetto è quello inerente alla principale destinazione dei migrantes. Il primato spetta all’Argentina, che nel 2020 ospitava 2,3 milioni di immigrati, seconda la Colombia con 2 milioni seguito dal Cile con 1,6 milioni. Le motivazioni che spingono i migranti a queste tre destinazioni sono principalmente per le possibilità economiche e sociali, per Argentina e Cile, mentre per la vicinanza geografica al Venezuela per la Colombia, con un incremento spaventoso dalla crisi economica e sociale del 2015, oltre 5 milioni di migranti, e con il regime di Nicolas Maduro.

Il 2015 può essere un anno significativo per il fenomeno migratorio latinoamericano, in quanto prima di allora i governi erano maggiormente propensi a concedere visti ed accogliere migranti. Leggi sull’immigrazione progressiste furono al vaglio, ipotesi di lavoro legale per ottenere visti e permessi di residenza, confini più facilmente attraversabili, erano tutte iniziative ed azioni che tra il 2000 ed il 2015-17 erano comuni a molti paesi latinoamericani. L’Argentina in primis ipotizzò queste azioni, seguita dalla Colombia con le frontiere aperte, il Cile con la possibilità di entrare nel Paese con un visto da turista e tramutabile in statuto di residente temporaneo con un contratto regolare di lavoro. Anche il Perù, con un permesso temporaneo di lavoro per i migliaia di migranti venezuelani arrivati nel 2017, in fila anche Ecuador e Bolivia si mostrarono molto aperti sulla questione migratoria. 
La tendenza politica però negli ultimi anni è radicalmente cambiata, con posizioni maggiormente dure sull’immigrazione, esacerbate dalle già difficili condizioni di vita e scarso lavoro dei Paesi, ed accentuate maggiormente dalle restrizioni dovute alla pandemia.

Questa inversione di tendenza è ben visibile in più casi sparsi in tutta l’area. In Argentina nel 2017, l’ex presidente Mauricio Macri, varò un decreto per limitare l’ingresso dei migranti e per facilitarne la deportazione, legge successivamente abrogata. Mentre in Cile lo scorso maggio è stata approvata una legge migratoria, che permette l’espulsione dal Paese delle persone che entrano illegalmente, anche senza una denuncia alle autorità. Panama, sostenuta dalla Colombia, dall’agosto 2021 ha limitato l’accesso a 500 persone al giorno. 

Numeri tristemente alti arrivano ancora dall’Argentina e da un articolo condotto dal quotidiano el Clarín lo scorso ottobre. La Patria Grande, ha attuato prima politiche d’accoglienza, spazzate via da Macrí e reintegrate da Fernández, vedendosi in testa come destinazione preferita dei migranti ed allo stesso tempo come luogo da cui fuggire.
Lo studio del quotidiano argentino ha rivelato che ogni giorno 100 persone lasciano il Paese. Dal gennaio 2021 al settembre dello stesso anno oltre 26mila migranti sono andati altrove, dati ufficiali che el Clarín ha potuto avere dalla Direzione nazionale della Migrazioni.

Un altro caso plateale della difficoltà sul tema migratorio in America Latina arriva da Haiti. Questo specifico caso apre anche un’ulteriore argomento, ovvero il fenomeno migratorio dell’area Sud Americana e gli Stati Uniti.

Il caso del Paese caraibico, già tra i più poveri al mondo, ha visto muoversi una quantità enorme di persone. Nel luglio scorso, il presidente in carica Jovenel Moise fu assassinato dando il via ad una crisi politica ed una stabilità senza precedenti ad Haiti. Successivamente un forte terremoto ed i consueti uragani che battono l’isola, hanno solo accentuato la volontà di milioni di haitiani di emigrare altrove. Se non bastassero questi già meritevoli motivi per una migrazione, un rapporto ONU ha stabilito che oltre 4 milioni di persone ad Haiti soffrono la fame, su un totale di 11,5 milioni.

Le migliaia di migranti aveva come mira ultima l’approdo negli Stati Uniti, passando per l’ormai consueto testa di ponte Messico. Il Paese centro-americano ha registrato la cifra record di 212.000 arrivi nell’estate2021, con ovviamente molteplici casi di violenza, forze dell’ordine e polizia di frontiera con azioni decisamente discutibili, e tantissimi rimpatri forzati.

Tante sono le persone che non sono riuscite quindi a raggiungere gli Stati Uniti, laddove Joe Biden aveva promesso ai confini controlli meno severi e più umani, alimentando false speranze di potercela fare, mentre il governo a stelle e strisce ha dichiarato senza mezzi termini che non sono previsti cambiamenti sostanziali nella politica di gestione degli arrivi.

Queste difficoltà hanno fatto virare molti migranti in direzioni intraregionali, come appunto scritto qualche riga fa, scegliendo nel caso degli haitiani il Perù ed il Brasile.

Questa vicenda dimostra in primo luogo le grandissime difficoltà della gestione del fenomeno migratorio dell’America Latina, che pecca di coesione tra le nazioni e di politiche congiunte per migliorare il fenomeno in atto o per trovarne una soluzione alla radice. Alcuni capi di governo latinoamericani hanno chiesto un summit, sotto direzione ONU, che appunto definisca norme comportamentali e regoli comuni per la gestione del problema, ma ad oggi non si ha notizia o data della suo possibile avvenimento.

Altro spunto che emerge da questo caso è la posizione e situazione sia dei paesi ‘ponte’ sia degli Stati Uniti. Per le nazioni come Messico e Colombia, che fanno da collegamento alle destinazioni dei migranti, il contesto è decisamente complicato. Decine di migliaia di migranti si ammassano ai confini o all’interno di questi Paese, in condizioni di vita al limite della decenza. Così la situazione diventa insostenibile sia per le Nazioni, che non sono in grado di gestire questi flussi, sia per i migranti.


Paio di maniche totalmente differente la posizione degli Stati Uniti, tappa finale spesso desiderata dai migrantes. Le politiche USA sul tema sono in primo luogo molto rigide e pressoché invariate rispetto alla gestione Trump. In secondo luogo tante sono le accuse che le frontiere a stelle e strisce siano controllate in modo eccessivamente violento e costringano per lunghissimi periodi i migranti in condizioni igenico sanitarie deplorevoli.

Infine, l’ultima critica mossa è che questa tendenza attendista, rigida e altamente patriottica, fa proliferare comunque al di là della frontiera i cosiddetti Coyotes, ovvero i nostrani scafisti. Inutile specificare come queste tendenze e politiche molto dure verso i migranti contribuiscano all’immigrazione irregolare, discriminazione, sfruttamento e traffico di esseri umani.

Assodata l’esistenza di un problema, l’America Latina deve fare i conti anche con tutti i danni collaterali che ciò comporta. Per fare ciò prenderemo come esempio il caso venezuelano. Come detto dal 2015, con la crisi economica e sociale ed il regime di Nicoals Maduro, milioni di cittadini del Venezuela hanno deciso di scappare da questa situazione. Questo spostamento in massa ha condizionato moltissimo a lungo andare anche le società dei Paesi nei quali i migranti volevano arrivare. 

Il numero elevatissimo di richiedenti asilo e migranti in arrivo ha suscitato un forte sentimento di xenofobia. Un sondaggio targato Gallup, società di analisi internazionale, ha evidenziato che la tolleranza e comprensione verso i migranti del Venezuela è passata dal 61% favorevole nel 2016, al 29% del 2020. 
La successiva domanda possibile potrebbe essere il perché del calo di tolleranza e comprensione, che ci viene indicato in prima battuta da America’s Quarterly, trimestrale dedicata alla politica, agli affari ed alla cultura nelle Americhe.

Dalle pubblicazioni del trimestrale si evidenziano due principali motivi. Il primo è la competizione per il posto di lavoro. La propensione dei migranti ad accettare lavori umili o a bassi salari ha creato una lotta nel mercato del lavoro latinoamericano. Altra motivazione è il collegamento tra immigrati e criminalità. I migranti, spesso in difficoltà estrema e che non riescono ad inserirsi nel tessuto sociale, si affidano alla criminalità per riuscire a sopravvivere. Criminalità che in America Latina prolifera in ogni dove, e soprattutto in zone spesso battute dai migranti stessi.

Quando non è questa motivazione a spingere i migranti nelle braccia dei criminali, ci pensa il pregiudizio delle persone, che comunque vedono i migranti e lo straniero coinvolti in attività illecite e criminose. Un esempio di ciò è un sondaggio dell’Università Pontificia del Perù che ha dimostrato come nel 2019, oltre l’80% dei peruviani pensavano e ritenevano che i venezuelani avessero legami con la criminalità.

A questa crisi è evidente che serva una risposta congiunta, unita e coordinata, tutti aggettivi che purtroppo non si addicono all’America Latina. Questo stallo, causato anche dalle difficoltà della pandemia, non può però far altro che ingrandire e peggiorare il problema, mentre migliaia di persone, donne e bambini affrontano attraversate pericolosissime, in posti inospitali, contro persone e governi inospitali. Tutto questo per mirare ad una vita migliore, e fuggire da guerra, fame e morte. 

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