FSO SAFER: UNA BOMBA ECOLOGICA NEL MAR ROSSO 

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Fonte Immagine: https://www.forbes.com/sites/noamraydan/2020/10/27/yemens-fso-safer-a-looming-environmental-disaster/?sh=be537883f6ae

In avanzato stadio di deterioramento e con un carico di 1.1 milioni barili di petrolio a bordo, la Fso Safer si trova al largo dello Yemen e, dal 2015, è una bomba ad orologeria. Le avarie strutturali dell’unità galleggiante e l’impossibilità di provvedere alle riparazioni, rendono concreto il rischio che la nave affondi o esploda, con conseguenze devastanti per l’ambiente, per la popolazione e per l’economia del Paese, oltre che per quelli vicini bagnati dal Mar Rosso. Infatti, una catastrofe del genere potrebbe aggravare ulteriormente la crisi yemenita, impedendo l’accesso ai porti vitali per gli aiuti umanitari in un Paese già devastato da sette anni di conflitto.

La Fso Safer, con i suoi 360 metri di lunghezza e 400 mila tonnellate di peso, è tra le più grandi petroliere mai costruite. Uscita dai cantieri giapponesi nel 1967 come semplice petroliera, dopo circa un decennio fu convertita in unità galleggiante di stoccaggio e scarico – floating sailing and offloading (Fso)- dalla compagnia statunitense Hunt Oil per immagazzinare e trasportare il greggio dalla provincia di Marib.  Da allora la Safer è diventata un un vero e proprio deposito di petrolio ancorato a 5 km dalla costa yemenita, di fronte al terminal di Ras Issa, e non si è più spostata. 


Nel 2005 la struttura è stata presa in gestione dalla Safer Exploration & Production Operation Company (Sepoc), compagnia petrolifera nazionale, che per circa dieci anni ha speso più di 20 milioni di dollari ogni anno per provvedere alla sua manutenzione.   Il contesto è mutato quando, con lo scoppio del brutale conflitto yemenita nel 2015, gli Huti hanno preso il controllo della città di Sanaa. Da quel momento la Safer è caduta nelle mani dei ribelli che hanno occupato l’area dove essa è ormeggiata e, ancora oggi, ne impediscono i tentativi di ispezione e riparazione accrescendo giorno per giorno il rischio di un disastro.    


Secondo le testimonianze dell’equipaggio rimasto a bordo–oggi ridotto a poche persone- l’acqua è penetrata nel vano motore della petroliera, provocando danni all’oleodotto. Inoltre, dal 2017, la mancanza di combustibili rende difficile attuare la produzione di gas inerti, fondamentali per neutralizzare i gas infiammabili derivanti dal petrolio. Questo è sicuramente il danno più grave. Priva del processo di inertizzazione la Safer, infatti, è una vera e propria polveriera, vulnerabile anche alla più piccola scintilla: si pensi all’effetto di una cicca di sigaretta lanciata su un ammasso di foglie secche.

Verso una soluzione

L’evidente stato di decadimento della Safer, nel 2018, ha spinto il governo ufficiale dello Yemen e la leadership degli Huti a rivolgersi – separatamente- al Segretario generale delle Nazioni Unite per la risoluzione della questione. Infatti, da un lato il governo del Presidente Abd Rabbo Mansur Hadi, riconosciuto dalla comunità internazionale, possiede legalmente la petroliera ed il suo carico mediante la compagnia nazionale Sepoc; dall’altro sono i ribelli che controllano de facto la zona di ormeggio della nave. Per cui, al fine di rendere effettiva qualsiasi iniziativa internazionale, è necessario che essa venga approvata dalle due parti in conflitto. 


Dopo diversi accordi falliti per l’ispezione della Safer, un concreto passo avanti è stato fatto lo scorso febbraio. Infatti, il Coordinatore per gli aiuti umanitari dello Yemen, Martin Griffiths, ha dichiarato di aver raggiunto un’intesa di principio con le parti per il trasferimento del greggio dalla Safer ad un’altra nave: le autorità di Aden hanno confermato il sostegno al piano, ed anche quelle di Sanaa (i ribelli) hanno dato la loro approvazione.     


La timeline del piano di sgombro non è stata ancora stabilita, anche a causa dei rischi presenti nella zona: le acque che circondano la nave sono minate, e non si è a conoscenza della posizione precisa delle mine. Dal canto suo, l’Onu è già pronta ad attuare le prime misure d’emergenza e a cooperare con gli altri Paesi della costa. Ma non è detto che la soluzione sia rapida, o scontata. In primo luogo, le Nazioni Unite dovranno occuparsi di raccogliere i fondi per l’operazione, il cui valore stimato è di 60 milioni di dollari.

Inoltre bisogna tener conto del fatto che per gli Huti la Safer rappresenta una moneta di scambio. Nel 2019, infatti, i ribelli hanno impedito l’ispezione (concordata in precedenza dalle parti) di una squadra Onu sulla petroliera; un altro accordo per una missione di valutazione concluso l’anno dopo si è arenato perché i ribelli pretendevano in cambio di dirigere le riparazioni.   
La strada è lunga ed il tempo stringe: la Safer potrebbe affondare, esplodere o rompersi irreparabilmente riversando 1.1 milioni di barili di greggio in mare, una disastro quattro volte maggiore rispetto a quello della Exxon Valdez, avvenuto in Alaska nel 1989. 

Un disastro annunciato

Poco tempo fa, la compagnia britannica Riskaware, in collaborazione con altre organizzazioni no profit ha condotto un’analisi per il governo del Regno Unito, evidenziando le possibili conseguenze di un disastro sulla Safer, considerando le variazioni stagionali delle correnti e dei venti del Mar Rosso.

Nella previsione peggiore, una immensa marea nera potrebbe raggiungere lo stretto di Bab al-Mandeb, il punto di contatto tra Gibuti e lo Yemen, tra l’Africa e la Penisola Arabica. Ogni anno, in questo stretto passa il 10% del commercio mondiale. Una perdita dalla Safer potrebbe richiedere mesi per il ripristino del tratto, senza tener conto dei costi che, secondo una stima, potrebbero ammontare a venti miliardi di dollari.        

Ma cosa può effettivamente causare una perdita di greggio o l’esplosione della Safer? Secondo gli esperti sono tre i possibili scenari. I danni atmosferici e la corrosione provocata dall’acqua di mare potrebbero ulteriormente danneggiare lo scafo ed indurre perdite lievi ma costanti di greggio. Sulla petroliera vi è un accumulo significativo di gas infiammabili, quindi se essa venisse colpita deliberatamente o accidentalmente da un proiettile potrebbe esplodere- ed è assai probabile, in un luogo di conflitto.  Infine, la Safer potrebbe affondare rilasciando il suo carico in mare. 

Secondo un recente rapporto di Greenpeace, un disastro a bordo della Safer potrebbe avere un impatto ambientale, economico e sanitario non solo per lo Yemen, ma anche per i Paesi vicini e più ingenerale per il sistema commerciale internazionale.   La marea nera, a meno di dieci chilometri dalle coste, avrebbe un impatto diretto sull’ambiente: contaminerebbe l’ecosistema marino e inquinerebbe l’aria fino alle aree interne, esponendo 6 milioni di yemeniti ed 1 milione di sauditi a livelli di inquinamento molto elevati con effetti nocivi.

Anche le conseguenze sui Paesi vicini sarebbero significative: la marea nera toccherebbe Arabia Saudita e Gibuti, ma anche l’Eritrea, la Somalia e l’Egitto interrompendo l’accesso all’acqua potabile prodotta dagli impianti di desalinizzazione sul Mar Rosso. La perdita di greggio priverebbe circa 9 milioni di persone dei servizi idrici di base. 


Anche l’impatto economico sarebbe significativo. La chiusura delle aziende ittiche ed agricole non solo lascerebbe 2 milioni di persone senza lavoro, ma costerebbe al Paese una perdita produttiva di 4 milioni di dollari.  La catastrofe, come già detto, comprometterebbe un punto di transito non trascurabile del commercio marittimo internazionale, che collega il canale di Suez al Mar Arabico: ne scaturirebbe una crisi degli approvvigionamenti peggiore di quella sperimentata a Suez, quando la nave Ever Given restò incagliata bloccando il traffico mondiale. Lo scenario raggiunge il culmine del dramma se sei considerano le conseguenze sulla crisi umanitaria: i porti di Al Hodeida e Salif, attraverso cui passa più del 70% degli aiuti umanitari, sarebbero completamente paralizzati. 

Non sappiamo quando. Potrebbe essere tra qualche anno, tra qualche mese o anche domani: il destino della Fso Safer è certo, e lascia col fiato sospeso milioni di persone.    
La comunità internazionale ha il dovere di scongiurare quello che potrebbe essere il disastro petrolifero più grande della storia. 

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