LA RETORICA SULLA DISTRIBUZIONE DEI VACCINI ANTI COVID-19 

Il divario della distribuzione dei vaccini Covid-19 non è stato risolto con le associazioni umanitarie o con le donazioni dei governi. Un primo passo è la moratoria sui brevetti.

Lo scorso (17-18) febbraio 2022 si sono riuniti a Bruxelles i capi di Stato e di governo degli Stati membri dell’Unione Africana e dell’Unione Europea per il sesto vertice UE-UA. Tra i vari argomenti in agenda del summit finalmente è stata affrontata anche la questione dei vaccini, o meglio la distribuzione dei vaccini nel sud globale per garantirne un accesso giusto ed equo – dopo due anni di pandemia. Nonostante le buone intenzioni e la rinnovata partnership per quanto riguarda la sostenibilità, la ricerca e lo sviluppo economico, la proposta sulla moratoria dei brevetti dei vaccinianti Covid-19 è stata nuovamente posticipata in primavera. A distanza di quasi due anni dalla proposta di India e Sudafrica avanzata ad ottobre 2020, le posizioni restano ancora distanti e aperte. Insomma, una consegna da procrastinare nel tempo fino a data da destinarsi o da esaurirsi.

Il massimo dell’impegno raggiunto per risolvere il problema circa la distribuzione dei vaccini è attraverso la donazione delle dosi – in linea con il programma europeo e l’adesione al CoVax. Il programma internazionale – guidato dalla Global Alliance for Vaccines (Gavi), l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), e la Coalizione per le innovazioni nella preparazione alle epidemie (CEPI) – nasce, infatti, per garantire ai paesi del sud globale, attraverso accordi e risorse internazionali, l’accesso equo per i trattamenti e i vaccini contro il Covid-19. Se si dà un occhio al rapporto di People’s Vaccine Alliance si nota, però, che nel tempo questi programmi si sono indeboliti e non sono stati sufficienti a colmare il divario dei vaccini. E si sono indeboliti anche per i mancati accordi con le case farmaceutiche le quali, nonostante le promesse, non hanno garantito per niente un numero di dosi adeguato a coprire la percentuale della popolazione di riferimento. 

Quindi, per contrastare il nazionalismo dei vaccini, l’UE ha ribadito – in prima battuta al summit – il suo impegno nel fornire 450 milioni di dosi di vaccino all’Africa entro la metà del 2022; dopo una settimana ha rilanciato a 700 milioni di dosi coordinandosi con la piattaforma per l’acquisizione dei vaccini in Africa, l’ Africa Vaccine Acquisition Task Team (AVATT).

Tuttavia, nonostante le alternative alla moratoria dei brevetti, perché molti vaccini non sono arrivati ai paesi a medio-basso reddito? Il programma CoVax, ad esempio, prevedeva la distribuzione di 2 miliardi di dosi nei paesi del sud del mondo entro il 2021, dosi ridotte poi a 1,4 milioni per immunizzare le persone più a rischio e gli operatori sanitari, ma di queste sono arrivate in effetti solo 1 milione. Le difficoltà circa la distribuzione dei vaccini ha a che fare con i ritardi degli accordi tra le parti interessate, oltre alle difficoltà logistiche della distribuzione; altro fattore sono i problemi legati alla conservazione dei prodotti farmaceutici e alle politiche di export – soprattutto – dell’Unione Europea – fino al 31 dicembre 2021– e dell’India che è il maggiore produttore di vaccini per il sud globale. Un altro fattore riguarda anche le dosi rifiutate da parte dei paesi riceventi perché troppo vicine alla data di scadenza, per cui inefficienti.

Cosa si può fare?

Il brevetto e la proprietà intellettuale sono una grossa parte del problema, per cui la sospensione dei brevetti potrebbe essere una possibile soluzione, ma non la soluzione in termini assoluti. Di conseguenza, è sufficiente aumentare la produzione dei vaccini per soddisfare la domanda nei paesi a medio e basso reddito? CoVax ha coperto soltanto il 20% del fabbisogno dei paesi più poveri. Per evitare l’ «apartheid dei vaccini» – per dirla come il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa – c’è bisogno di maggiore capacità manifatturiera per aumentare la produzione dei vaccini in più paesi. Ma come giustamente nota Amy Kapczynski non è così semplice aumentare la produzione e farlo in modo rapido. In questo senso, la professoressa di diritto alla Yale Law School spiega che come era vero nelle lotte antiretrovirali, «the key to solving this problem is in seeing it for what it is. It is manmade, and it is a problem of private power and monopoly». E soprattutto le «rules of global markets are not just unequal but extractive. They reproduce colonial dynamics in new forms».

Il problema sembra non essere tanto una questione di produzione, quanto di distribuzione. Infatti, proprio come per la lotta per gli antiretrovirali, l’India e il Sudafrica – Afrigen sta sperimentando un vaccino da luglio 2021 – hanno prodotto dei vaccini per distribuirle ai paesi a medio e basso reddito. 

Quindi cosa si può fare e cosa si sta facendo per far arrivare i vaccini nel sud globale? A distanza di un mese dal summit, sembra esserci un’intesa da parte degli USA, dell’Unione Europea, dell’India e del Sudafrica circa la deroga dei vaccini nei paesi che non hanno ricevuto dosi sufficienti.

L’accordo deve ottenere l’unanimità dei 164 Stati membri del Wto per essere raggiunto e per autorizzare i paesi a basso reddito a produrre i vaccini senza il consenso del titolare del brevetto per un periodo di 3-5 anni. Dal lato opposto le case farmaceutiche spingono, chiaramente, sulla non deroga. Se prima la sospensione dei brevetti poteva minare la produttività e la ricerca, ora può minare la capacità economica e di produzione per le future pandemie. 

Da qui si aprono due questioni: i) le aziende hanno affrontato rischi minimi per la produzione del vaccino, considerando che i finanziamenti della ricerca vengono direttamente o indirettamente dai governi e dai fondi pubblici; ii) le imprese siglano volontariamente accordi di collaborazione con altre case farmaceutiche come Moderna e Lonza, Johnson & Johnson e Merck, AstraZeneca e il Serum Institute of India; iii) l’articolo 31 di TRIPs ha una clausola di garanzia sulle licenze obbligatorie – inserita dopo la Dichiarazione di Doha del 2001 – la quale stabilisce che in una situazione di emergenza sanitaria, o di pandemia, o di difficoltà economica, i Paesi hanno l’autorizzazione a produrre i vaccini e di scavalcare il diritto di proprietà intellettuale. In sostanza «in casi eccezionali i governi possono anche obbligare i possessori di un brevetto a concederne l’uso allo Stato o ad altri soggetti», come sostenuto anche in un articolo di  Agostina Latino.

In questo senso, un esempio è il Defense Production Act che ha fornito a Joe Biden gli strumenti per trasferire il know how e le tecnologie per la produzione dei farmaci tra due diverse case farmaceutiche come Johnson & Johnson e Merck.

Ed è proprio quello che l’OMS, al margine del vertice dell’UE, ha annunciato fare con l’obiettivo di condividere la tecnologia per produrre i vaccini a mRNA con i primi sei paesi del continente africano: Egitto, Kenya, Nigeria, Senegal, Sudafrica, Tunisia.

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